Aznavour, ultimo chansonnier

di Simone Caputo

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

L’ho conosciuto grazie a mia madre. Avevamo in casa diversi suoi 33 giri; quello che andava più spesso sul nostro giradischi si intitolava …e fu subito Aznavour, pubblicato nel 1970, quando il cantante, trasferitosi in Svizzera, intensificò le sue apparizioni sul mercato italiano, riproponendo tradotti alcuni suoi vecchi successi (tra cui la nota Et moi dans mon coin, resa in italiano da Sergio Bardotti, Ed io tra di voi). L’avventura musicale di Aznavour (nome d’arte di Micha Aznavourian) era infatti iniziata molti anni prima, nel 1946, quando, scoperto da Édith Piaf, aveva solcato con lei l’Atlantico per una tournée negli Stati Uniti d’America e in Canada. La notorietà giunse in Francia nel decennio successivo, con il brano Sur ma vie, e le prime serate all’Olympia di Parigi. Figlio di immigrati armeni (di origini georgiane il padre, della zona di Smirne la madre, sopravvissuta al genocidio armeno), Aznavour è stato l’ultimo grande rappresentante (resta la sola Juliette Gréco) di quella straordinaria stagione della canzone francese apertasi nell’immediato secondo dopoguerra, quando il clima esistenzialista, le lotte sociali, il ricordo dell’occupazione nazista e i cambiamenti nel costume favorirono in Francia l’emergere di tematiche nuove, cantate da Yves Montand, Léo Ferré, Georges Brassens, Jacques Brel, Gilbert Bécaud, Boris Vian, Serge Gainsbourg e la citata Gréco (sulla scia di Maurice Chevalier, Mistinguette, Charles Trenet ed Edith Piaf, i primi a modernizzare la canzone francese). Quella stagione si concluse proprio alla fine degli anni Settanta – quando in Italia la discografia di Aznavour iniziava a farsi cospicua: ne decretarono il lento declino commerciale il ritirarsi dell’onda del ‘68, la scomparsa di alcuni protagonisti (Brel nel 1978, Brassens nel 1981), la trasformazione della scena musicale, l’irrompere del rock e della canzone d’autore statunitense.

Aznavour fu a lungo visto come estraneo a questa tradizione e considerato un cantante confidenziale alla Sinatra, un amministratore del proprio talento: in realtà fu molto più di ciò. Cresciuto ascoltando sia le canzoni degli anni della guerra, trasmesse dalla radio, che quelle della propria comunità che si riuniva in un ristorante gestito dal padre, appassionato di musica e cantante occasionale, Aznavour fu lo chansonnier che, più di ogni altro, cercò la strada del mercato estero: registrando in molte lingue e affrontando lunghe tournées internazionali, divenne il cantante francese forse più noto al mondo. La scelta di lavorare molto all’estero fu opposta a quella della maggioranza dei suoi colleghi, sempre dediti al mercato francofono (con estemporanei sconfinamenti in Spagna e Italia): se da un lato ciò portò a ovvie soluzioni musicali declinate sul gusto prevalente del paese in cui i dischi sarebbero usciti (con la presenza di orchestrazioni spesso ridondanti e l’innesto di sonorità non sempre felici), dall’altro consentì a un gusto sonoro e testuale di farsi largo tra quanti altrimenti non l’avrebbero mai incontrato. Le capacità dell’Aznavour “autore” sono evidenti già nelle prime composizioni, sapientemente costruite per valorizzare la sua particolare vocalità, tramite l’uso intelligente di stilemi ritmici di tipo jazzistico o richiami alle musiche popolaresche urbane. Proprio la vocalità, come per molti cantanti emersi nel secondo dopoguerra, fu un problema agli inizi della carriera di Aznavour: la voce non corrispondeva ai canoni in voga, legati a criteri di immediata gradevolezza ed educata naturalezza. La tenacia dell’uomo e il grande successo del cantante fecero sì che alle iniziali critiche si sostituì l’idea che nessun altro avrebbe potuto cantare le canzoni di Anavour, così intimamente legate ad una voce caratterizzata da una “cavernosa raucedine” e “ricca di tonalità tragiche” (come la definì il critico Yves Salgues, che lo inserì nella prestigiosa collezione “Poètes d’aujourd’hui” per le edizioni Seghers).

Aznavour fu apprezzato soprattutto da quanti videro in lui il cantore dell’inquietudine esistenziale e del sarcasmo contro il perbenismo e i suoi rituali: Je hais les dimanches, ad esempio, brano degli anni Cinquanta, suggeriva un nuovo modo di pensare l’amore, attraverso sensualità ed erotismo, segno di un nuovo modo di pensare la canzone, già presente nel cinema e nella letteratura. I testi di Aznavour possedevano l’eccezionale capacità di raccontare la passione amorosa e i dubbi, le inquietudini, le incomprensioni e le lacerazioni del rapporto di coppia; pur utilizzando un linguaggio franco, ricco di immagini e fatto di parole di uso corrente, non pochi erano i momenti di autentica poesia: “ciò che mi importava” ricorda Anzavour in un libro autobiografico (pubblicato in Italia col titolo A bassa voce) “era raccontare la vita come la vedevo attorno a me, senza fiorettature, senza abbellimenti di versi alessandrini. Non avevo la pretesa di essere un poeta”. In Mourir d’aimer, d’inizio anni Settanta (ispirò l’omonimo film di André Cayatte con Annie Girardot e Bruno Pradal), cantò contro il perbenismo borghese partendo dal tragico suicidio di Gabrielle Russier (accusata di corruzione di minore, il giovanissimo e amato Christian Rossi), il dolore di una separazione viene vissuto come baratro esistenziale: “Tandis que le monde me juge / Je ne vois pour moi qu’un refuge / Toute issue m’étant condamnée Mourir d’aimer / Mourir d’aimer / De plein gré s’enfoncer dans la nuit / Payer l’amour au prix de sa vie / Pêcher contre le corps mais non contre l’esprit”.

Legato anche al mondo dei poveracci, degli artisti di strada, della Parigi dei margini, Aznavour ne cantò, specialmente agli inizi della carriera, gli aspetti duri e difficili ma allo stesso tempo ammalianti: nacquero piccoli quadri carichi di incanto misto a illusione, quali Les comediens, Je m’voyais déjà, Moi j’fais mon rond, e la celebre e struggente La bohème (1965), in cui dipinse, sullo sfondo di una Parigi in piena mutazione urbanistica, decisa a cancellare i suoi luoghi storici per fare spazio alla modernità, gli stenti di un giovane pittore di Montmartre e della sua compagna.

Legatissimo alla causa armena, quando nel 1988 l’ex Repubblica Sovietica venne sconvolta da un violento terremoto che causò più di venticinquemila morti (distruggendo intere città e costringendo Gorbaciov a chiedere aiuto agli Stati Uniti di Reagan), Aznavour scrisse Pour toi Armenie e la fece interpretare a colleghi di ogni cultura e lingua, destinando i proventi alla ricostruzione. Si mosse nuovamente qualche anno dopo, quando l’Urss si era oramai sgretolata e l’Armenia era da poco diventata una repubblica indipendente: la guerra col vicino Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh (19921994), spinse migliaia di armeni a fuggire dall’incubo della pulizia etnica che tornava a distanza di settanta anni da quella operata dai nazisti; allora Aznavour, fedele ai versi di Pour toi Armenie, favorì una sorta di ponte aereo privato, pagando il biglietto per migliaia di esuli: “Et même si tu maudis ton sort / Dans tes yeux je veux voir / Arméniee / une lueur d’espoir / Une flamme, une envie / De prendre ton destin / Entre tes mains / A bras le corps”.

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