Il mare ci sommergerà

di Alex Giuzio

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Dobbiamo abituarci all’idea che le località costiere italiane diventeranno inabitabili nel giro di pochi anni. Lo dimostrano le mareggiate avvenute tra il 28 e il 30 ottobre lungo tutti i litorali della penisola: episodi catastrofici senza precedenti, che hanno distrutto centinaia di edifici in prima linea sul mare, lasciando scenari del tutto analoghi a quelli di un terremoto. Il porto di Rapallo non esiste più, abbattuto e sommerso con le quasi quattrocento imbarcazioni che vi erano ormeggiate e che sono state spinte fino alla strada oppure trascinate e affondate al largo; la spiaggia di Fregene sud è scomparsa in tutti i suoi 80 metri di lunghezza e manca poco perché il mare arrivi alle case; lungo i lidi nord di Ravenna si è formato un impressionante gradino alto un metro e mezzo dovuto alla sabbia portata via; la secolare pineta litoranea del Parco della Sterpaia a Piombino conta centinaia di alberi abbattuti dalle onde che hanno persino superato le dune costiere, quelle naturali barriere antierosione ora diventate insufficienti a respingere le onde, per la prima volta nella storia. E si tratta solo di esempi di un cataclisma che non ha risparmiato nessuna area costiera d’Italia. La Liguria, in particolare, è stata la regione più devastata: raffiche di vento fino a 180 km/h hanno alimentato onde alte più di sei metri che hanno abbattuto stabilimenti balneari e ristoranti sul mare, demolito strade e binari ferroviari, invaso persino i centri abitati.

Eppure giornali e tv hanno dato poco spazio a tale calamità diffusa, più interessati a spettacolarizzare gli eventi mediatici (l’acqua alta a Venezia, la tromba d’aria a Terracina) che a interrogarsi sulle cause profonde delle onde marine che negli ultimi dieci anni, con sempre maggiore violenza e lungo tutta la penisola, si sono mangiate centinaia di metri di spiaggia a vista d’occhio. Tali mutazioni sono frutto dei cambiamenti climatici di causa antropica – lo scioglimento dei ghiacci polari e il conseguente innalzamento dei mari dovuti al riscaldamento globale, la subsidenza dei territori costieri causata all’eccessiva cementificazione e all’estrazione di idrocarburi sottocosta, i fenomeni temporaleschi sempre più estremi per l’eccessivo accumulo di energia nell’atmosfera terrestre – e dunque ci richiamano all’immediata necessità di interrompere lo sfruttamento della natura e rinunciare a molti dei nostri comfort per cambiare direzione. Ma l’umanità intera continua a non voler affrontare queste riflessioni, a partire dalle grandi associazioni ambientaliste, impegnate solo a creare consenso scagliandosi contro i facili nemici mediatici (i gasdotti, gli inceneritori, le fabbriche e tutto ciò che in generale non richiede il sacrificio del singolo individuo) anziché fare battaglie radicali e davvero utili a salvare il pianeta (come il vegetarianesimo o l’abbandono totale della plastica e delle automobili, tasti che nessuno tocca perché implicano che l’intera umanità cambi le proprie abitudini).

È per questo che il mare resta nell’opinione pubblica una piacevole destinazione in cui trascorrere le vacanze estive, e non una fonte di grande preoccupazione per la velocità con cui sta avanzando, a dispetto degli allarmi che la scienza lancia ormai da anni e che continuano a essere ignorati, persino dai cittadini che vivono sulla costa per tutto l’anno e che si rendono conto da vicino del problema. I fenomeni marosi ed erosivi continuano infatti a essere trattati come eventi eccezionali a cui si ripara ricostruendo gli edifici distrutti (per farli abbattere da altre onde), recuperando la sabbia al largo con le draghe e spianandola di nuovo a riva con le ruspe (per farla rimangiare alla successiva mareggiata), innalzando scogliere protettive davanti alle spiagge più fragili (per spostare il problema di qualche chilometro). A preoccuparsene – e non potrebbero fare altrimenti – sono peraltro solo gli amministratori locali, mentre il governo nazionale resta in silenzio su qualsiasi questione ambientalista.

La forza del mare non si può fermare e il cambiamento è già in parte irreversibile. Di questo passo le onde, anziché distruggere gli edifici turistici in riva al mare, li scavalcheranno direttamente per sommergere i centri abitati in prima linea delle località balneari. Ma per attenuare i danni e almeno tentare di cambiare direzione, il consiglio dei ministri deve agire subito: a livello generale, adottando una politica di conversione totale alle energie pulite e rinnovabili; e nello specifico, redigendo un piano straordinario per la difesa della costa italiana che stanzi ingenti risorse per la costruzione di opere di difesa strutturali e a basso impatto ambientale, fermando al contempo la subsidenza del suolo costiero tramite il blocco immediato sia dell’estrazione di petrolio e gas metano dal mare, sia della costruzione di qualsiasi grande edificio sulla costa.

Purtroppo dubitiamo che queste siano tra le priorità dei gialloverdi, ma un vero “governo del cambiamento”, per poter definirsi tale, deve ammettere che finora l’umanità ha sbagliato: il dissesto idrogeologico e lo sfacelo dell’ambiente costiero sono colpa di una gestione poco lungimirante e di uno sciagurato sfruttamento delle risorse naturali avvenuti negli ultimi cinquant’anni, che hanno violentato i 7.500 km di coste italiane nonché inquinato le acque, oggi sporche e prive di vita. Solo da questa consapevolezza è possibile ripartire, facendo molti passi indietro non per prendere la rincorsa, bensì per imboccare un’altra strada.

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