Tragica Rebibbia

di Antonella Soldo

murale di Bifido

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Ivan è venuto al mondo da quattro giorni. La sua pelle sottile che profuma di latte e di nuova vita è arrossata, violacea. Sua madre lo tiene avvolto in una coperta sul suo petto, e gli soffia sul viso l’aria dalla sua bocca per riscaldarlo un poco. È la vigilia di Natale di alcuni anni fa, nel carcere di Foggia ci sono dei guasti e i riscaldamenti restano accesi solo un’ora al giorno. Non basta per rendere gli ambienti ampi di quel palazzone almeno tiepidi. La donna, una bulgara incensurata e in attesa di giudizio è stata arrestata che ancora era incinta, e detenuta nel carcere di Bari fino al momento del parto. Dopo di ché portata direttamente dall’ospedale al penitenziario foggiano, perché qui risulta esserci un nido per i minori. Questo “nido”, se così si può chiamare, è una stanza vuota, con le pareti colorate da chi è passata prima, un lettino di ferro e una culla. E una stufa elettrica aggiunta all’ultimo. La madre stringe il fagotto sul petto e fa per ritrarsi in un angolo del letto, gli occhi di sbieco, di un animale ferito. Non dice una parola. Per lei urla il suo sgomento un’agente di polizia penitenziaria donna: vi sembra normale che un bambino così piccolo sia qui dentro? La madre non poteva salire nemmeno le scale! è diventato viola per il freddo! Lo prende in braccio, cullandolo avvolto dal tessuto cerato della divisa blu. Ivan è il bambino più piccolo che abbia mai visto in carcere, e molto probabilmente è il più piccolo che vi sia entrato. Andando via mi viene da pensare alla triste coincidenza natalizia di quel neonato Gesù scaldato dal fiato della mamma: almeno quello vero aveva il bue e l’asinello.

Ogni anno ci sono tra i trenta e i settanta bambini che entrano ed escono con le loro mamme dalle carceri italiane. Nel momento in cui scrivo sono 59: 31 italiani, 28 stranieri. Tra qualche giorno potrebbero essere alcuni in più o in meno, ma sempre di un flusso di poche decine si tratta: per la gran parte sono figli di donne con pene non molto lunghe (sotto i quattro anni) o addirittura in attesa di giudizio. Dunque, la questione dei minori in carcere è un problema piccolo, di minuscole dimensioni (che cos’è un numero tra i trenta e i settanta bambini se rapportato a una popolazione detenuta di 59mila unità?) che riguarda minuscoli attori (bambini fino a 6 anni). Eppure questo non la rende meno grave. Al contrario è l’oscenità più grande della sclerotizzata gestione della giustizia italiana. Si sente spesso parlare dell’infantilizazzione dei detenuti in carcere, ovvero di come all’interno di questa struttura siano messe in atto tutta una serie di misure per trattare il detenuto come un minore, e di come ciò avvenga a partire dall’uso di un linguaggio che privilegia il diminuitivo (la “domandina”, lo “spesino”, il “cancellino”). Ma qui siamo al cortocircuito: alla carcerizzazione di quelli che minori lo sono già, gli infanti. Un dolore inferto a un numero limitato di individui per un tempo limitato lo rende più tollerabile? No: lo rende più pesante, più ingiustificabile, più crudele. E proprio perché è incomprensibile come la struttura di uno stato non trovi una soluzione e lasci – per usare il gergo dell’ottusa burocrazia – la “questione aperta”, comunque “all’attenzione del Ministro competente”. Uno stato che manda questi pochi piccoli innocenti in cella ogni anno, dimostra la sua impotenza e la sua ferocia. Il suo confondersi col criminale a ogni passo. Dal 2001 (anno di introduzione della legge Finocchiaro che favorisce l’accesso delle mamme con minori a carico alle misure cautelari alternative al carcere) si sono succeduti sette ministri della Giustizia (Piero Fassino, Roberto Castelli, Clemente Mastella, Angelino Alfano Paola Severino, Maria Cancellieri Andrea Orlando). Tutti hanno avuto sulla propria scrivania il dossier, hanno fatto ore e giorni di discussioni con i propri staff, approfondimenti, dibattiti, dichiarazioni. Eppure quei bambini sono ancora dietro le sbarre. Quel flusso esilissimo e continuo di ingiusta, ingiustissima detenzione non si ferma. L’ultimo ministro, Andrea Orlando, aveva fatto una promessa: “Entro la fine dell’anno nessun bambino sarà più detenuto. Sarà la fine di questa vergogna contro il senso di umanità”. Era il 21 luglio del 2015, durante un convegno sul tema organizzato nel carcere di Rebibbia dalla Commissione diritti umani presieduta dal senatore Luigi Manconi. Nel momento in cui Orlando pronunciava quelle parole i bambini detenuti erano 34.

 

La giusta quantità di dolore

A portare al centro dell’attenzione pubblica – per poche ore, forse qualche giorno – il tema dei bambini in carcere è stata, come spesso accade, una tragedia. Quella di Alice Sebesta, cittadina tedesca in attesa di giudizio nel carcere di Rebibbia, che lo scorso 18 settembre ha ucciso scaraventandoli dalle scale del penitenziario i suoi due piccoli, Faith, 6 mesi, e Divine, 2 anni. La Sebesta era in carcere dal 28 agosto perché trovata in poossesso di 10kg di marijuana che aveva nascosto tra i pannolini dei figli mentre era in auto nei pressi della stazione Termini con due nigeriani. Si potrebbe dire che il suo è il profilo del “detenuto tipo”: un terzo della popolazione si trova in carcere per reati collegati alla droga, un terzo è in attesa di giudizio, un terzo è di nazionalità straniera. Di “atipico” nel suo caso c’erano i due bambini, la cui presenza avrebbe dovuto far considerare ogni cosa diversamente. Infatti, secondo la legge 62/2011 per madri con bambini piccoli il carcere può essere applicato in misura cautelare solo se sussistono esigenze di eccezionale rilevanza, per esempio quando si è in presenza di reati gravi come mafia o terrorismo. L’avvocato della Sebesta, Andrea Palmiero, aveva chiesto per lei la custodia cautelare ai domiciliari ma questa istanza era stata rigettata due volte, la prima perché la donna, non trovandosi nel proprio paese non aveva un domicilio. La seconda perché il domicilio che nel frattempo era stato trovato, presso la casa di un amico, era ritenuto non idoneo: l’abitazione era di un uomo incensurato, ma nigeriano, ovvero della stessa nazionalità delle persone accusate insieme alla Sebesta di detenzione e spaccio. Come se la nazionalità possa costituire un crimine in sé.

Oltre ai domiciliari la legge dispone altre due alternative al carcere. La prima è quella degli Istituti a custodia attenuata (Icam), dove i bambini possono rimanere fino a 6 anni di età e possono frequentare scuole e asili esterni. Al momento sono cinque: a Torino, Milano, Venezia, Cagliari e Lauro. La seconda opzione è quella delle case famiglia protette: vere e proprie case fuori dal carcere, dove i bambini possono restare fino a 10 anni. Non ci sono sbarre, le madri vivono in appartamenti e i loro figli sono inseriti nel tessuto della città. In Italia ce ne sono solo due, una a Milano e l’altra a Roma, la Casa di Leda. Proprio qui al momento della morte di Faith e Divine c’erano 3 posti disponibili su 6. Infatti, come ha ricordato il Garante delle persone private della libertà della regione Lazio, Stefano Anastasia: “succede frequentemente che ci siano posti liberi perché i giudici concedono la casa famiglia in misura solo eccezionale In realtà dovrebbe essere il contrario: assegnare il carcere in casi eccezionali”.

Di chi è la colpa

Ora Alice Sebesta si trova nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini di Roma, dove è stata sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio. Sarà giudicata, oltre che per traffico di stupefacenti, anche per il duplice omicidio dei suoi figli. Nel frattempo altre indagini dovranno stabilire le responsabilità dell’accaduto e se vi sia stata negligenza nel cogliere i segnali di disagio psichico della donna. Emergono particolari sul suo passato, su precedenti problemi e addirittura su un tentativo di suicidio all’età di 16 anni. Ma il punto vero è che non esiste luogo in Italia dove il disagio psichico sia più acuto che in carcere, non esiste luogo dove l’uso degli psicofarmaci sia così massiccio. E ancora, in carcere si suicidano moltissime persone, con una frequenza di gran lunga maggiore di quanto non avvenga fuori: dal 2000 a oggi sono stati 1030, circa 60 ogni anno. Molto spesso chi si toglie la vita in carcere è al suo primo ingresso, magari è in attesa di giudizio, e lo fa nelle prime settimane di detenzione. Come Alice. Che non si è tolta la vita ma ha fatto qualcosa di peggiore, anche per se stessa. “Quel giorno ero certa che mi avrebbero scarcerata – ha raccontato la donna al giudice per le indagini preliminari, a poche ore dall’accaduto. Ho fatto sentire della musica ai bimbi, li ho vestiti con abitini nuovi. Poi all’improvviso mentre risalivo dal cortile ho sentito dei rumori, motori di auto, ho capito che era arrivata la mafia per strapparmeli. Li ho lanciati dalla rampa delle scale e per essere certa di averli salvati, di averli mandati in paradiso, sono scesa giù e li ho colpiti di nuovo”. E ancora, “sono una brava mamma. Continuo a bere molto per aumentare la produzione del latte. Lo faccio per i miei bambini. Due angeli”. Non sta a noi giudicare se queste siano o meno le parole di una persona lucida che ha agito nel pieno delle sue facoltà. Quello che possiamo dire con certezza è che quei bambini non avrebbero dovuto essere lì. Che la legge offriva altre possibilità, che queste possibilità c’erano, erano a portata di mano, e non sono state perseguite.

 

Altro che Medea

In molti hanno evocato Medea che uccide i suoi figli. Mi è capitato persino di ascoltare delle interviste a dei grecisti ai quali si chiedeva di commentare il fatto alla luce delle analogie e differenze con il mito greco. Un’assurdità. Quei bambini sono stati vittime, prima che del gesto inconsulto di una madre debole di nervi, di un sistema che stravolge i principi fondamentali di giustizia. Non è sul sovvertimento della relazione madre-figlio che questo evento deve farci riflettere. Ma sul sovvertimento di ogni principio del diritto, della morale, dell’umanità e del buonsenso che fa sì che sia possibile, che sia la norma, rinchiudere dei bambini in carcere. Ne sarebbe potuto nascere un discorso pubblico maturo, che esercitasse una certa pressione sulle istituzioni, e invece no. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha sospeso la direttrice, la vicedirettrice e la vicecomandante della polizia penitenziaria del carcere femminile di Rebibbia ma non ha spiegato come vorrà affrontare la questione dei bambini in carcere. Da un governo che nasce da un “contratto” che prevede l’introduzione di decine e decine di nuovi reati, e che crede nel principio che più carcere sia un bene, e in un paese che confonde – ed è sollecitato a confondere – la giustizia con il concetto primitivo di farsi giustizia da sé, sembra davvero difficile immaginare di venirne a capo. L’ingiusta quantità di dolore racchiusa nell’esperienza terribile a cui sono sottoposte quelle piccole vite non sembra, per il momento, poter ricevere alcuna riparazione.

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