Nel ‘68, a Praga

di Giovanni Starace

CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Wenceslas Square. Protesting the Warsaw Pact troops invasion.

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Avevo venti anni nel 1968. È stato un momento importante nella mia vita perché avevo deciso di cambiare facoltà, di lasciare Medicina e di iscrivermi a Filosofia. Mentre nel mondo si muovevano tante cose che toccavano principalmente i giovani della mia stessa età, era particolarmente difficile applicarsi sulla fisica, sulla chimica e la biologia e sulla osteologia. Pensavo che la filosofia mi avrebbe dato la possibilità di capire meglio il mondo, forse anche me stesso. L’università di Napoli si era mostrata sovraffollata e dispersiva, io l’avevo vissuta così; allora, d’accordo con mia madre e i miei fratelli, decisi di lasciare la mia città per trasferirmi a Pisa, una città piccola con una buona università e dove c’erano degli amici di famiglia a cui avrei potuto fare riferimento. Negli anni in cui sono stato lì non li ho mai incontrati. Mia madre era all’oscuro del fatto che a Pisa c’era un movimento studentesco molto attivo che contrastava con l’immagine di una città tranquilla piena di giovani dediti allo studio.

Seguivo costantemente tutto ciò che riguardava i movimenti giovanili e studenteschi, senza grandi distinzioni perché mi sembrava che si stesse sviluppando un’unica realtà che andava dal maggio francese a Woodstock, dalla lotta dei Black panthers a quella del popolo cecoslovacco. A Napoli mi ero accostato a un gruppo che in quel momento dominava la scena universitaria; partecipavo anche se non assiduamente alle loro riunioni in cui si discuteva di testi classici della letteratura marxista. Sentivo nei loro confronti una profonda estraneità perché pensavo che un cambiamento nella società non potesse passare attraverso la lettura di Lenin, anzi, se così, molto meglio che nulla cambiasse.

Durante l’inverno avevo comprato una Lambretta usata, bianca con due fasce rosse su ciascuna delle scocche laterali, una in basso e un’altra in alto. Ero contento per il mio acquisto perché legittimava un mio desiderio di sempre che avevo parzialmente risolto prendendo di nascosto la Vespa di mio fratello più grande. Avevo una percezione di grande libertà, mi muovevo anche più del necessario solo per avere la sensazione di poter arrivare dove volevo.

Ogni anno trascorrevo una parte delle vacanze estive in un paese delle Alpi svizzere, Sent, che è il luogo di origine della famiglia di mia madre. Un posto a cui ero e sono tuttora molto affezionato, dove ho conservato molti amici ed è anche un luogo stabile di incontro con cugini e altri parenti. Quell’anno sarebbe stato diverso perché avevo la Lambretta e avrei potuto usarla per potermi spostare da un paese all’altro con facilità. Mi organizzai e partii.

Lasciai Napoli una mattina della metà di luglio con un equipaggiamento molto approssimativo. Non consideravo necessario fare delle spese aggiuntive oltre a quella del mezzo, di un buon casco e di un portapacchi posteriore. La mia roba era tutta sistemata in uno zaino che avevo da anni e che legavo al portapacchi; indossavo una giacca a vento con la quale ero stato alcune volte a sciare e, per proteggermi dalla pioggia, avevo un vecchio impermeabile marrone di plastica di mio padre che indossavo al contrario in modo che l’acqua non potesse entrare attraverso lo spazio tra un bottone e l’altro.

La mia Lambretta poiché era 125 di cilindrata non poteva andare sull’autostrada. Quindi, per arrivare a destinazione dovetti percorrere solo strade nazionali a partire dalla Domiziana che presi partendo da Napoli. Ricordo poco di quel viaggio, solo qualche frammento come l’arrivo sul raccordo anulare che aveva dei tratti in costruzione e il tragitto da Roma a Firenze sulla Cassia che trovai di grande bellezza. A Firenze fui ospitato dalla madre di miei cari amici che in quel momento erano partiti per le vacanze. Anche di quella sosta ricordo poco, solo un frammento poco significativo e cioè che durante la notte dormii abbastanza male a causa di una zanzara che non riuscivo a uccidere. È più vivo invece il ricordo dell’ultimo tratto del viaggio, il percorso nella Val Venosta, l’attraversamento di alcuni paesi, il tratto finale dei tornanti del passo di Resia. Penso che a Sent non fossi atteso da nessuno, non so neanche se mia madre fosse al corrente della mia decisione che mi sarei spostato in Lambretta. Il portone di casa era chiuso, era circa mezzanotte, cosicché per farmi aprire dovetti passare dal giardino e arrampicarmi alla finestra in cui dormiva mio cugino. Nel vedermi arrivare a quell’ora si mostrò molto stupito e mi disse semplicemente: “ma tu sei pazzo”.

Non ricordo come si svolse la vacanza anche perché si confonde con le tante altre, ma posso immaginare non molto diversamente da quelle di ogni anno: gite in montagna, serate a ballare in un piccolo locale alla moda, altri momenti di intrattenimento più ampi.

A un certo punto la vacanza in montagna si interruppe perché avevo deciso di andare a Praga. Non ricordo proprio se il progetto era nato già a Napoli oppure durante il periodo trascorso a Sent. Per entrare in Cecoslovacchia forse era necessario il visto che probabilmente mi ero procurato all’inizio del viaggio, ma non so proprio. Propendo più per l’ipotesi di aver preso una decisione quando ero in Svizzera: una scelta del genere può essere fatta soltanto in assenza di eccessive incertezze, è necessaria una piccola dose di impulsività. È sicuro però che ero rimasto molto impressionato dagli eventi di Praga, da quella che fu definita la sua “primavera”. Ero colpito dal coraggio che in tanti avevano mostrato nel contrapporsi a un regime così oppressivo e violento, ma mi aveva colpito anche il modo pacifico di condurre quella lotta. Io assimilavo ciò che stava avvenendo in Cecoslovacchia ai tanti altri avvenimenti che facevano respirare una nuova aria, libera da condizionamenti e perbenismi. La stagione di Praga, diversamente da altre situazioni, aveva però qualcosa in più, perché la lotta era contro un sistema che tante volte aveva risposto con violenza alle esigenze di libertà delle persone.

Ricordo alcuni momenti della partenza da Sent, in particolare la permanenza a Salzburg col suo castello, e la cena alla Rathaus keller prendendo la birra da loro prodotta. Poi, dopo un giorno di prima mattina partii alla volta della Cecoslovacchia. Passai per Linz, una bella città sul Danubio e infine arrivai al confine. Avevo attraversato tante volte frontiere tra Stati, ma quella lì mi è rimasta impressa, anche perché non ne avevo mai visto una simile: alla vista di lunghissimi tratti di filo spinato, di torrette con militari armati si respirava un’aria di costrizione. Vanno aggiunti i controlli estremamente accurati da parte delle guardie di confine, i moduli da riempire, i timbri da far apporre su ciascuno di essi. Quello che vedevo rispondeva a pieno alle tante descrizioni che avevo letto, ma quel clima emotivo non lo avevo mai vissuto.

Dopo poco, nella città di Krumlow che attraversai tutta da sud a nord, cominciai ad avere sensazioni diverse. La città era molto animata, c’erano manifesti sui muri, si percepiva già lì, in quella città vicina al confine, un’atmosfera diversa che mi accompagnò durante tutto il viaggio. Erano tangibili i segni di un mondo nuovo che si faceva avanti.

Mi sembrò di avere una conferma di quelle iniziali impressioni dall’incontro con un ragazzo, alla periferia della città, che faceva l’autostop. Aveva una chitarra a tracolla e niente altro. Forse nel fodero aveva messo degli indumenti, ma è solo una mia supposizione. Mi fermai e lo invitai a salire. Eravamo in due adesso. Era più giovane di me, penso che avesse tra i sedici e diciassette anni, la mia stessa età di quando andai in Germania, in un campo di lavoro per studenti di tutta Europa a restaurare un castello medioevale. Mi ero identificato con quel ragazzo, avevo solidarizzato con lui, perché il viaggio di ritorno dalla Germania lo avevo fatto tutto in autostop.

Avevo finito i soldi e a quei tempi era molto difficile riuscire a farseli spedire: si partiva con una cifra che doveva bastare per tutto il soggiorno. Ma ovviamente i bisogni eccedono sempre le risorse tanto che rimasi solo con i soldi che mi avrebbero consentito di pernottare alcune notti in ostelli della gioventù e di arrangiarmi con scatolette di tonno e di carne per il pranzo e per la cena. Attraversai la Germania meridionale, arrivai in Svizzera e la percorsi tutta fino a Ginevra. Passai per la Francia, per l’Alta Savoia per andare a trovare una ragazza che avevo conosciuto in Germania nel campo di lavoro; continuai fino a Grenoble, ricordo solo il risveglio della mattina in una sala d’aspetto della stazione ferroviaria dove ero andato probabilmente perché non avevo un posto dove dormire. Ricordo bene che la mattina successiva, nel bagno dove ero andato per sciacquarmi la faccia, incontrai un signore il quale mi disse che c’era un treno di soli italiani e avrei potuto chiedere di farmi salire e di portarmi con loro in Italia. Effettivamente al binario che egli mi aveva indicato c’era un treno delle ferrovie italiane tutto occupato da pellegrini che erano di ritorno da Lourdes. Timidamente chiesi se potevo approfittare di un passaggio, fui accolto con grande disponibilità, mi fu dato uno scompartimento solo per me e dopo poco arrivò un altro signore con un cestino da viaggio. Fui trattato come un vero pellegrino, forse anche per l’aspetto che avevo dopo tanti giorni di viaggio. Arrivato a Milano, andai dai miei zii che abitavano vicino alla stazione che avevo preventivamente avvisati durante la breve sosta a Torino. Entrato in casa, mio zio mi salutò affettuosamente, ma da lontano, e la prima cosa che mi disse fu: “Vai a farti un bagno”. Ricordando quel viaggio, insieme alle soste di ore sulle bretelle che portavano all’autostrada, fu naturale prendere con me quel ragazzo.

E così in due, sulla Lambretta abbiamo attraversato quel tratto di Cecoslovacchia che porta a Praga. Avevo la piacevole sensazione di aver trovato qualcosa di familiare, che ricordava da vicino il modo di vivere di tanti giovani in tutto il mondo. Ovviamente non parlammo quasi per niente perché viaggiare in Lambretta non lo consente, quindi nulla seppi di lui, ma mi bastò vedere che c’erano lì dei giovani che giravano anche da soli con la loro chitarra. Lo lasciai alla periferia di Praga e proseguii per il centro della città.

Non avevo alcuna idea di dove andare. Sapevo che avrei trovato da dormire a poco prezzo in un collegio universitario, ma arrivato nel tardo pomeriggio mi fu impossibile mettermi alla ricerca di uno di questi posti. Arrivai a piazza Venceslao e presi una camera in un grande albergo che era situato all’inizio della piazza. Una costruzione ottocentesca, molto elegante, con stanze grandi, col bagno della dimensione di una stanza vera e propria. Era poco curato, un po’ trascurato e decadente, ma per me era comunque di gran lusso. Considerai anche che per una notte avrei potuto spendere quella cifra e successivamente avrei risparmiato sia perché avrei alloggiato in un posto più economico sia perché avrei cambiato le lire al mercato nero, enormemente più favorevole di quello ufficiale a cui si era costretti entrando nel paese.

Il giorno dopo mi misi alla ricerca di una nuova sistemazione, non ricordo come trovai quel “Collegio 5 Maggio”, su per una strada che partiva dietro al museo. Non ricordo neanche in che occasione presi un’iniziativa che si rivelò molto utile perché scrissi sui fianchi della Lambretta, da un lato “Napoli-Praha”, dall’altro lato “Dubcheck-Svoboda”. Svoboda, che oltre a essere il nome del presidente della repubblica Ceca di allora significa libertà. Andavo in giro e quando posteggiavo si fermavano sempre delle persone incuriosite le quali mi chiedevano del viaggio, dell’Italia, di Napoli e con alcune di queste ricordo di essermi fermato per un caffè o anche a pranzo.

Ho solo pochi ricordi frammentari di quei primi giorni a Praga. Il più vivo è quello di una piccola piazza in cui mi sono recato uno dei primi giorni dove al centro c’era un piedistallo sul quale si avvicendavano persone di ogni tipo a parlare. Questo posto veniva chiamato Hide Park Corner, perché voleva avere la stessa funzione di quello londinese in cui tradizionalmente era consentito alle persone di comunicare liberamente sui temi più vari. Qui, dominavano le discussioni politiche. Rimasi molto tempo tra la gente, osservavo quello che accadeva, facevo degli sforzi per poter capire qualcosa, ma del tutto inutilmente. Per questo motivo non vi feci ritorno.

Un altro ricordo molto vivo. Una sera andai in una bella birreria dove trovai un gruppo numeroso di ragazzi cubani che bevevano e cantavano. Erano molto simpatici, mi fu facile familiarizzare con loro. Un pezzo di mondo lontano che si aggiungeva a quegli altri, in questa occasione nel nome epico di Che Guevara che era morto da poco, ma che già era diventato un mito. Passai con loro una serata difficile da dimenticare.

Fu il collegio che mi diede le maggiori opportunità di conoscere gente. Viaggiare da soli è bello perché in ogni momento si ha la possibilità di decidere ciò che si desidera fare, si ha un contatto con la gente molto più intenso, però la solitudine talvolta può smorzare questa sensazione di piacere. Conobbi un uomo che a me sembrò avanti con l’età, è probabile invece che non avesse più di 3540 anni; insegnava economia in Romania, all’università di Cluj-Napoca. Con lui ebbi uno scambio intenso sulla situazione politica della Cecoslovacchia, sui possibili sviluppi, sulla Romania e sui paesi dell’Est, e ricordo una sera a cena una lunghissima conversazione sull’economia pianificata, nei paesi comunisti. Ogni suo ragionamento portava a dimostrare che è un’economia fallimentare che non ha futuro. Era una persona pacata, ma quando toccava questi argomenti si agitava, parlava con foga.

Quella sera dopo cena ci lasciammo col programma che la mattina dopo saremmo andati a visitare il museo che entrambi non avevamo ancora visto.

Dopo colazione, scendemmo sulla Lambretta per la Vinohradská, la strada che dal collegio porta a piazza Venceslao e arriva proprio dietro il museo. Non facemmo molta strada e io vidi in una traversa un carro armato. Glielo indicai e lui disse che probabilmente si trattava di una parata militare in occasione di una ricorrenza dello Stato Cecoslovacco. Più avanti, e non molto distante dal primo, un altro mezzo blindato. Quando arrivammo a piazza Venceslao vedemmo che una parte consistente di essa era occupata da mezzi militari. La loro presenza così massiccia non dava per niente l’idea di una festa nazionale ma di qualcosa di diverso. La prova del nove il professore rumeno la ebbe quando su un carro armato vide dei mongoli. “Sono i sovietici, sul carro ci sono i Mongoli, andiamo via, io devo partire”.

Girai la Lambretta e andammo immediatamente al collegio; lui fece i bagagli e lasciò Praga immediatamente. Non l’ho mai più rivisto né sentito perché data la concitazione con cui tutto avvenne non ci scambiammo gli indirizzi.

Quel giorno trascorse alla ricerca di notizie, raccogliendo ogni voce più o meno veritiera su quello che stava accadendo nella città e nel paese; eravamo tutti anche alla ricerca di poter comunicare con l’estero. Nel pomeriggio insieme a una ragazza di Roma e a un suo amico che alloggiavano nel collegio uscii per andare a vedere cosa stesse accadendo. Percorremmo di nuovo la Vinohradská, questa volta a piedi, per raggiungere il centro, ma ci fermammo dopo poco perché sentimmo insistentemente spari di fucile e di mitra. Si parlava di franchi tiratori che opponevano resistenza all’esercito sovietico sparando dai tetti. Non ricordo cosa accadde, ci spaventammo e mentre decidevamo sul da farsi si aprì dietro di noi la porta di un palazzo, il numero civico era l’83, e due signori, che nuovamente mi apparirono anziani ma probabilmente non lo erano affatto, ci dissero di entrare all’interno perché era pericoloso restare lì fuori. Dopo una breve presentazione ci invitarono a entrare a casa loro, abitavano al pian terreno in una casa piena di libri, con un divano ricoperto da un tappeto persiano, un tavolo al centro del salotto. Una casa accogliente, arredata con buon gusto, in cui si respirava un’aria di inizio secolo. Ovviamente era una casa molto piccola a giudicare dall’ampiezza del salotto. Lui aveva studiato l’italiano e seguiva da vicino le vicende politiche e sociali dell’Italia. Era stato una volta a Rimini e sperava di poterci tornare. Familiarizzammo facilmente, sia lui sia la moglie erano delle persone molto cordiali. Il pomeriggio lo trascorremmo così, bevendo del tè accompagnato da biscotti fatti in casa. Il tempo passava e si arrivò all’ora di cena; così fummo invitati a restare. Un ricordo che è rimasto sempre vivo è uno dei piatti che ci offrirono: delle fette di Corned Beef (la marca più conosciuta è Exeter) indorate impanate e fritte, probabilmente nel burro dato il sapore così morbido. Le trovai buonissime e mi sono sempre riproposto di cucinarle ma non l’ho mai fatto. Ci salutammo scambiandoci gli indirizzi col proposito di rivederci o in Italia o in Cecoslovacchia quando sarebbe stato possibile. Dopo di allora sono tornato due volte a Praga: la prima guardai nell’elenco telefonico il suo nome e c’era ancora, ma non lo chiamai per le ragioni che sto per raccontare. La seconda volta il suo nome non c’era più.

Il giorno dopo spendemmo tutto il nostro tempo per capire come lasciare il paese. L’ambasciata italiana comunicò che una colonna di macchine italiane sarebbe partita il pomeriggio, ma io, in Lambretta, non me la sentii di accodarmi, perché si sarebbe fatto buio di lì a poco. Aspettai il giorno dopo ancora e, venuto a sapere di una colonna di auto tedesche in partenza decisi di aggregarmi a loro. Avevo l’impressione di non aver fatto la scelta migliore perché si diceva che i tedeschi più di ogni altro fossero invisi ai sovietici. In quel clima di incertezza tutto sembrava possibile anche l’eventualità di essere fermati dai militari. Ero consapevole che avendo optato per la colonna delle auto tedesche avevo scelto la compagnia peggiore. Nonostante ciò decisi comunque di partire, un po’ perché non si capiva come la situazione sarebbe evoluta, quegli spari come si sarebbero trasformati, ma anche perché ero in pena per mia madre che non riuscivo a raggiungere telefonicamente.

Non ricordo a che ora e da dove partì la colonna di auto la mattina dopo, ma ho in mente alcune cose accadute durante il tragitto. C’era l’esercito da tutte le parti, a Praga e nei paesi che portavano verso la frontiera. Molti dei cartelli stradali erano stati girati al contrario, spesso c’erano delle persone che distribuivano dei volantini, c’era molta gente per strada. Nel tragitto la colonna di auto incontrò una fila di blindati russi che procedevano molto lentamente. Si trattava di superarli e, se per le automobili il sorpasso risultava abbastanza agevole, per me che ero in Lambretta non lo fu affatto. Mi trovai tra due carri armati e non sapevo cosa fare; infine presi il coraggio e li superai uno a uno ma ebbi molta paura.

Finalmente arrivò la frontiera austriaca, nuovamente il filo spinato e il soldati sulle torrette. Avevo fatto tante foto a Praga, molte di esse raccontavano l’invasione russa, i soldati che parlavano con i giovani praghesi che salivano sui loro mezzi. Questa cosa mi colpì molto, perché da un lato c’erano rumori di spari e dall’altro un dialogare intenso tra i giovani e i soldati. I russi, o meglio i sovietici, sembravano accogliere bene la loro presenza così appassionata e non si sottraevano al dialogo.

Prima di partire, pensando all’eventualità di poter essere perquisito alla frontiera, avevo messo il rullino fotografico all’interno del faro anteriore. Quando mi fermai dopo aver passato il confine, la prima cosa che feci fu quella di estrarre il rullino e metterlo al sicuro; era la cosa più preziosa che avevo di quel viaggio. Un giornalista di un grande settimanale americano mi chiese di acquistarlo offrendomi molti soldi. Pensai che era sbagliato lucrare su un evento tanto grave, ma decisi così anche perché non volevo privarmi delle mie fotografie a cui tenevo molto.

Riuscii a telefonare a mia madre che fu contenta di sentirmi, ma con mia sorpresa mi chiese perché non mi ero trattenuto ancora qualche giorno lì.

Quando feci ritorno a Napoli trascorsi un periodo particolarmente bello perché mi incontravo quasi ogni giorno con un gruppo di amici per discutere di politica e di altro, anche nell’intento di capire cosa potessimo fare noi. Questi incontri si interruppero dopo non molto tempo perché si era avvicinato il momento del mio trasferimento a Pisa. Anche lì andai con la mia Lambretta, ma qualche settimana prima ero andato per un paio di giorni alla ricerca di un posto dove alloggiare e in quella occasione avevo portato con me una valigia delle cose che mi sarebbero servite. L’impatto con l’università fu molto avvincente, più che altro l’incontro con nuovi colleghi tutti appartenenti al movimento studentesco. Cominciai a partecipare alle riunioni che si tenevano frequentemente sulla didattica alternativa e su tante altre cose, ai controcorsi organizzati dai capi del movimento e anche alle occupazioni che più di tutte davano l’opportunità di conoscere gente e di fare nuove amicizie. Dopo non molto tempo nacque Lotta continua a cui mi legai subito, anche perché gli amici più vicini vi avevano aderito. La mia visione del mondo cominciò a cambiare abbastanza velocemente. I temi generali che mi avevano spinto ad andare a Praga li ritrovavo tutti, ma c’erano anche tante cose oggetto di protesta che conoscevo poco, altre ancora che non condividevo interamente, ma partecipando alla vita di un gruppo la spinta all’adesione era molto più forte della sottolineatura delle differenze. Proprio il loro atteggiamento nei confronti della primavera di Praga mi metteva più in crisi perché giudicavano la lotta intrapresa da quella popolazione orientata unicamente a creare una società come la nostra contro la quale noi stessi stavamo combattendo. Mantenevo la mia opinione anche se quella degli altri aveva un certo impatto su di me. Anche perché il gruppo era estremamente esteso e funzionava come un luogo potente di socializzazione; la sua forza coesiva era molto forte e starne fuori significava essere molto più soli.

Durante l’inverno successivo ho scritto alcune volte al signore che ci aveva accolti a Praga, alla Vinohradská 83; poiché era un collezionista affrancavo la lettera con tantissimi francobolli. Una volta mi spedì un bel libro su Praga, di fotografie e della storia della città che conservo ancora. Nelle lettere parlavo anche di me, della mia vita di studente fuori sede, dell’incontro col movimento studentesco prima e poi con Lotta continua. Nei commenti che facevo proponevo la visione del mondo che nel frattempo avevo acquisito con la frequentazione di quel gruppo politico; convinzioni recenti forse anche proposte con decisione o con veemenza per vincere ogni mia indecisione a proposito. A una di queste mie lettere ci fu una risposta che ricordo ancora molto bene; oltre a raccontare l’evoluzione della situazione cecoslovacca in cui si era ormai assestato un brusco ritorno al passato, e anche a commentare le cose che gli raccontavo di me, concluse quella lettera pressappoco così: “Tutte le cose che mi dice sulla politica e sul mondo del lavoro e sulla società sono uguali a quelle che i nostri governanti ci hanno raccontato in tutti questi anni e continuano purtroppo ancora adesso, dopo questo breve periodo di speranza”.

A quel punto lo scambio con quel signore gentile e intelligente della Vinohradská si è interrotto e non ha mai più ripreso.

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