La prima torcia di Praga

di Angelo Maria Ripellino

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A un anno di distanza il rogo di Jan Palach è ormai entrato nel novero dei miti del nostro tempo. E pur nelle angustie presenti sempre più testimonia della vittoria morale del piccolo popolo cecoslovacco sulla mostruosa macchineria dei suoi aggressori. È stato detto che Palach ha attuato per la prima volta in Europa una consuetudine orientale, ma in realtà il suo gesto ha radici nella storia boema. C’è infatti un legame tra il bruciamento di Jan Hus (1415) o di Jeroným Pražský (1416) e la fiaccola-Palach; e non importa se nei primi due casi si tratta di condanna e nel terzo di libera scelta.

Il problema è sempre lo stesso: difendere la verità, far valere col sacrificio estremo le proprie opinioni, ciò che ai regolisti asserviti sembra eresia. Proclamare, mutandosi in torcia, che i valori umani non possono essere manipolati ad arbitrio col sopruso e col vischio dei compromessi e che l’uomo non può accettare la menzogna, i dogmi svuotati di senso, le imposizioni. La differenza è solo nel fatto che Hus affronta la morte a quarantasei anni, al culmine di un’esistenza consacrata alla ricerca del vero, mentre lo studente di filosofia Jan Palach va incontro a “ciò che si chiama nulla” (per usar le parole del poeta romantico boemo Mácha) a soli ventun anni, mettendo in rilievo con la sua giovinezza che la vita non merita di esser vissuta senza la luce della libertà.

D’altra parte il gesto di Palach è anche un atto di fede. E forse è sbagliato parlare di suicidio: questo termine designa in genere una tragedia individuale, mentre Palach ha voluto anche sacrificarsi in nome di una società, perché coloro che la compongono vivano dignitosamente. È interessante osservare che Masaryk, il primo presidente della repubblica cecoslovacca, aveva svolto a Vienna nel 1881 la sua tesi di laurea sul “suicidio come fenomeno di massa della civiltà moderna” (Der Selbstmord als soziale Massenerscheinung des modernen Zivilisation): con quel lavoro di filosofia della storia – come egli disse più tardi a Karel Čapek – si proponeva di render chiaro che “la vita senza fede perde forza e certezza”.

Nell’olocausto di Palach si ravviva inoltre la tradizione boema della non-violenza, la cui dottrina fu formulata nell’età delle tempeste husitiche dal contadino filosofo della Boemia meridionale Petr Chelčický. Nei suoi scritti, fra i più prestigiosi dell’antica letteratura boema, egli sostenne che qualsiasi guerra è vietata ai cristiani, anche se intrapresa in nome della legge di Dio: ogni violenza è peccato, e compie “mostruoso sterminio” chi uccida l’uomo in combattimento. In questo spirito si è svolta tutta la resistenza del popolo cecoslovacco all’intervento della Pentarchia di Varsavia. Sviare, beffare, persuadere il nemico, dimostrare pacificamente con scioperi e cortei, e, se necessario, sacrificarsi piuttosto che uccidere.

Il suicidio di Palach e di Zajíc e dei molti altri che non dobbiamo dimenticare è un grido lacerante che soverchia il fragore dei carri armati, un grido di orrore contro una realtà inaccettabile imposta con la violenza, contro le mezze misure e il ritorno all’oscurantismo di un infausto passato, contro l’umiliazione e l’ipocrisia. Il grido di chi non si arrende alle cabale e ai passi da gambero dei voltagabbana né alla preponderanza dei mastodonti e cerca libertà nelle tenebre del non essere. Ma questo atto di trascendenza mediante autodistruzione ha anche un sapore di spettacolo tragico, di fiammeggiante teatro, per richiamare l’attenzione del mondo indifferente.

Eravamo abituati a immedesimare il popolo cecoslovacco con Švejk, il piccolo omino che, portando agli estremi la finzione dell’obbedienza, scardina lo scellerato sistema, l’occhiuta burocrazia che lo governa, e salva la pelle con ripieghi, astuzie, espedienti. Ma il mito di Palach, più moderno per la totalità del suo rifiuto senza margini d’ombra, per il suo “no” iperbolico scontato col sonno eterno, assottiglia e scalza quello remissivo di Švejk, sebbene io sia convinto che Švejk soffra anche lui nel folto della tragedia e che errano quelli che lo riducono a un personaggio da bagattella, al campione di un minimalismo burlesco. Palach è il portavoce di una splendida gioventù maturata in tempi di cecità e di caligine, e per cui l’unico spiraglio di libertà, nel sessanta, era il jazz: gioventù che, nell’isolamento, è venuta scoprendo le tradizioni bandite dagli accoliti di Novotný e la filosofia europea e Camus e la dottrina dell’umanismo e della tolleranza di Masaryk. Una gioventù ostile alle transazioni e incapace di rassegnarsi.

A chi consideri il marasma e la servitù che attanagliano oggi le terre boeme, morave, slovacche (dove si torna persino a giustificare i processi degli anni cinquanta) il messianismo incandescente di Palach e la muta, nera protesta corale del popolo impietrito alle sue esequie potrebbero apparire inutili. Ma sarebbe una deduzione superficiale, perché Palach è ancora stimolo alla resistenza, conforto alla delusione in un paese “in cui l’albero in fiore del miraggio – rapidamente si tramuta in sabbia”, come ha scritto il poeta Jaroslav Seifert, che tiene ancora coi denti l’unione scrittori cechi, fumo negli occhi dei deliranti stalinisti. Forse il popolo cecoslovacco non ha ancora toccato il fondo del baratro, dovrà conoscere altre ‘stazioni’ quaresimali di carceri, ukase, divieti di satrapi. L’efficacia del rogo di Palach, come di tutta la rivolta democratica cecoslovacca, potrà misurarsi soltanto nel troppo lento volgere della storia.

(pubblicato per la prima volta su “L’Espresso” il 25 gennaio 1970, poi in I fatti di Praga, Scheiwiller 1988 e L’ora di Praga, Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell’Europa dell’Est (19601974), Le lettere 2008. Infine su “Lo straniero” N. 98/99 – Agosto/Settembre 2008)

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