I diritti: né privilegi, né meriti

di Chiara Marchetti

murale di C215

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il 4 ottobre, con la firma del Presidente Mattarella, è ufficialmente entrato in vigore il Decreto immigrazione e sicurezza passato al consiglio dei ministri dieci giorni prima. In questo periodo numerose analisi, anche precise come quelle puntualmente prodotte dall’Asgi, sono state pubblicate e rese accessibili. Questo articolo non si propone quindi di analizzare in dettaglio i contenuti del decreto, ma di evidenziare alcuni dei suoi aspetti principali a partire dall’esperienza maturata all’interno dell’associazione Ciac a Parma.

La campagna che abbiamo lanciato col Ciac, e che è poi diventata la campagna nazionale della rete EuropAsilo, è intitolata “Diritti non privilegi”. Sgombrare il campo dalla credenza sui presunti privilegi di cui si avvantaggerebbero richiedenti asilo e rifugiati è più facile a dirsi che a farsi: c’è sempre qualcuno che nella deprimente “guerra tra poveri” che affligge il nostro Paese è tentato di ricordare le sventure di cui sono vittima numerose altre categorie di connazionali (i disoccupati, i nostri giovani, gli anziani con la pensione minima, i terremotati) e a imputare la responsabilità del loro oblio e dell’assenza di politiche e servizi in loro favore alla presenza dei migranti forzati. Proprio loro, più di altri migranti, perché beneficiando di un sistema di protezione e di accoglienza avrebbero la colpa ulteriore di sottrarre risorse ad altri, senza tuttavia meritarselo. La strategia discorsiva è ormai logora ma sempre efficace, soprattutto da quando è riprodotta e amplificata da interpreti che ricoprono alte cariche istituzionali.

Ma al di là delle semplificazioni, il discorso è meno banale di quanto sembri. Il diritto, i diritti – così come sanciti dalla nostra Costituzione – si basano su un principio di uguaglianza e non discriminazione. E non si fondano su un principio di merito. Non si basano nemmeno su un percorso a punti o un gioco dell’oca, attraverso cui l’individuo debba dimostrare via via di essere salito di un gradino nella scala che gli consente di approdare a un set più ampio di diritti o alla cittadinanza, salvo poi poter precipitare al via per aver compiuto un passo falso. Si può godere o non godere dei diritti (e certamente ci sono anche criteri di esclusione, il primo dei quali basato proprio sul possesso o meno della cittadinanza), ma non si può “goderne un po’” o “solo fintanto che”. Soprattutto, il fatto che qualcuno sia titolare di determinati diritti non ha mai comportato la perdita di quelli o di altri diritti per qualcun altro. Se ora il decreto immigrazione introduce in maniera così netta e grave un principio discriminatorio e di premialità, si tratta di un segnale molto pericoloso per la nostra democrazia.

E non è un caso che avvenga proprio in primo luogo con la categoria degli stranieri (non cittadini) e dei rifugiati: il monito di Hannah Arendt nel suo Le origini del totalitarismo – “Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza, si trovarono a essere senza alcun diritto, schiuma della terra” – risuona in tutta la sua drammaticità oggi più che mai, quando ci interroghiamo su quali diritti umani siano davvero esigibili per chi non ha la cittadinanza del paese in cui si trova, per scelta o per necessità, a risiedere. Ma non è un caso anche per un altro motivo. Perché, pur trattandosi di un diritto, il criterio del merito ha sempre lambito la disciplina dell’asilo. Merito che porta con sé anche una dimensione morale. Sin da quando nel secondo dopoguerra si è affermato il diritto contemporaneo dei rifugiati, a essere riconosciuto come presenza legittima e persino desiderata era il rifugiato ritagliato dalla definizione della Convenzione di Ginevra: un individuo singolo, per lo più di sesso maschile, con un profilo stimabile e riconoscibile di “combattente per la libertà e la democrazia” che poteva dimostrare di essere stato perseguitato proprio per le sue azioni, le sue idee, le sue lotte. Una sorta di eroe che, proprio perché calpestato nel Paese di origine, poteva trovare asilo e riconoscimento in uno Stato che si riconosceva in valori e pratiche politiche di segno opposto. Questi sono i “veri” rifugiati. Quando nell’epoca successiva alla caduta del Muro di Berlino sono iniziate a moltiplicarsi le nuove guerre e con esse gli esodi massicci di sfollati in cerca di protezione prima nei paesi limitrofi e poi anche oltre, verso il Nord del mondo, queste vittime non sembravano più così facilmente riconducibili alla categoria del rifugiato. Quale era il loro merito? Di essere sopravvissute? Di rappresentare la vittima perfetta attorno cui dispiegare un apparato umanitario di emergenza? Vite da salvare forse. Ma non rifugiati meritevoli di pieno riconoscimento, cittadini capaci di parola e di azione.

Se non si tratta di un diritto pieno e inalienabile, come quello di asilo riconosciuto ai rifugiati convenzionali, allora bisogna sempre dimostrare di meritarselo. Soprattutto quando questo comporta l’accesso a servizi di welfare che – quelli sì – sono percepiti come bene limitato. Se la “coperta” dell’assistenza è corta, accorderò un trattamento migliore e più servizi a chi se lo merita, introducendo principi di esclusione o di perdita del diritto sulla base del comportamento individuale e dell’adesione al progetto definito da chi ha il potere e il mandato di farlo.

Quello che il decreto fa in modo drammaticamente esemplare è saldare qualcosa che prima avveniva soprattutto nelle pratiche di assistenza alla disciplina giuridica della concessione e della revoca dei diversi status. Il principio di uguaglianza e di non discriminazione risulta così minato alle sue fondamenta. L’abrogazione della protezione umanitaria va proprio in questa direzione e non fa che peggiorare la tendenza a non rinnovare i permessi umanitari in scadenza, già in atto da diversi mesi.

Se l’umanitario richiamava nell’immaginario di molti la figura della vittima, ecco la fatica a riconoscere nei volti dei giovani e delle giovani migranti sub-sahariani o asiatici la raffigurazione dell’inerme, del bisognoso da salvare e da assistere. L’umanitario sarebbe lo strumento massimo di abuso da parte di masse di stranieri che non ne hanno né il bisogno né il merito e quindi dovrebbero assolutamente sparire. Restano nel decreto dei casi speciali, dei residui assolutamente minoritari che sembrano richiamare in modo tragicomico proprio quelle figure dell’eroe e della vittima. Eroe è quel cittadino straniero che può dimostrare di aver compiuto atti di particolare valore civile una volta arrivato in Italia e che per questo merita un permesso speciale di due anni convertibile in permesso per lavoro: solo in questo caso i “ragazzoni” ridiventano accettabili, se la loro prestanza si rivela utile a salvare (le nostre) vite. Vittima invece – sempre richiamando gli impliciti del provvedimento Salvini – è la persona che versa in condizioni di salute di straordinaria gravità e che per questo ha diritto a un permesso speciale, valido fintantoché avrà bisogno di cure (la durata del permesso dipende quindi dal perdurare delle gravi condizioni di salute, e conseguentemente dello “statuto di vittima”). Vittima è anche lo straniero fuggito da una situazione di eccezionale calamità che non può rientrare in patria in condizioni di sicurezza che può dunque ottenere un permesso speciale ma per soli 6 mesi, senza poterlo convertire in permesso per lavoro. Salvato quindi dalla catastrofe naturale ma solo temporaneamente, giusto il tempo che scenda la marea… Figure dell’eccezione che non sostituiscono la portata generale che aveva la protezione umanitaria, che si richiamava innanzitutto al sacro e universalmente riconosciuto principio di “non respingimento”, ovvero il divieto di rimandare un migrante in un paese in cui la sua sicurezza personale sia minacciata.

Nemmeno la cittadinanza esce indenne dal setaccio del merito. Per la prima volta nella nostra Repubblica i cittadini non sono nemmeno formalmente tutti uguali. Differentemente dai “veri italiani”, esistono ora i cittadini sub conditione, i nuovi cittadini, che rischiano sempre di perdere la nuova cittadinanza e – perché no – di finire apolidi nel caso in cui avessero dovuto o voluto rinunciare alla cittadinanza del paese di origine: il decreto prevede infatti che la cittadinanza (e non solo la protezione internazionale, cosa già di per sé grave perché amplia la fattispecie delle clausole di esclusione) possa essere revocata in caso di condanna definitiva per reati connessi al terrorismo, all’associazione sovversiva e alla banda armata. Reati odiosi, ma che dovrebbero essere puniti nello stesso modo in cui verrebbero puniti se fossero commessi da italiani nativi.

L’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari è uno dei provvedimenti più gravi introdotti da questo decreto. In queste settimane abbiamo continuato a ripetere quanto controproducente sia chiudere di fatto l’unica possibile via per la regolarizzazione e la stabilizzazione di migliaia di migranti che, pur non potendo vantare le caratteristiche per ottenere la protezione internazionale, hanno avuto e avranno validi motivi per non essere respinti e per godere di una forma complementare di protezione. In questo caso, come in altre situazioni che si produrranno a causa del decreto, ciò che a noi sembra ovvio produce analisi opposte negli interlocutori che oggi sembrano interpretare l’umore prevalente nell’opinione pubblica. Nei numerosissimi incontri pubblici e tecnici che abbiamo animato in questi giorni, non abbiamo smesso di ripetere quanto sia importante allenarsi a difendere il pensiero complesso, anche e soprattutto in un momento in cui a essere vincenti sembrano essere solo gli slogan e le semplificazioni. La sfida inderogabile è diventata quella di difendere la complessità senza cadere nella complicazione. Parlare in maniera semplice per comunicare qualcosa di difficile. Cercando di non usare gli stessi frame e le stesse figure dei nostri avversari, ma allo stesso tempo mostrando di essere in verità più e non meno capaci di rendere conto del “mondo reale” e delle sue difficoltà. Altrimenti gli spettri agitati dai sostenitori del decreto finiranno col diventare profezie che si autoavverano a cui solo in pochi saranno in grado di dare interpretazioni differenti. L’abrogazione del permesso umanitario ad esempio porterà a un aumento del numero degli irregolari presenti sul suolo italiano, per il combinato effetto del diniego ai nuovi richiedenti asilo che non otterranno la protezione umanitaria, e del mancato rinnovo dei permessi di coloro che il permesso ce l’hanno già e che non riescono a convertirlo in permesso per lavoro.

Questo nuovo esercito di irregolari da un lato affollerà i Centri per il rimpatrio (che non a caso il decreto prevede di estendere e ampliare) e d’altro lato – vista l’impraticabilità di rimpatri di massa – ingrosserà la fila della manodopera facilmente sfruttabile e ricattabile e aumenterà a dismisura la compagine dei senza diritti in condizioni di marginalità ed esposti a rischi per sé e per le comunità che li ospitano. Un incremento quindi dell’insicurezza per tutti che tuttavia sarà letta come una conferma della propensione degli stessi migranti all’illegalità o addirittura alla criminalità. Come se non si trattasse di una conseguenza, ma di una conferma autoevidente della necessità di reprimere, detenere, espellere.

Allo stesso modo, attraverso il decreto il sistema emergenziale dei Centri straordinari (Cas) diventa l’unica forma legittima di accoglienza dei richiedenti asilo, ben lontana dalla logica degli Sprar, che vedevano gli enti locali protagonisti di un sistema incardinato nel welfare universalistico, unico mezzo per rendere i diritti davvero esigibili per tutti. Con questa operazione si riesce al tempo stesso a privatizzare ciò che era pubblico e a separare ciò che prima era unito (la fase dell’accoglienza dei richiedenti asilo e la fase di integrazione di chi aveva già ottenuto una qualche forma di protezione). E quella differenza va spiegata a chi a prima vista la ritiene quasi irrilevante: ridurre ai minimi termini i servizi per i richiedenti asilo all’interno di grandi centri separati dal resto dei servizi e della società, impedire durante la fase della procedura ogni opportunità di acquisire strumenti per l’inclusione sociale ed economica, e persino di ottenere la residenza nel Comune in cui si risiederà, dequalificare il ruolo degli operatori a semplici portinai o guardiani, tutto ciò ha conseguenze enormi sui percorsi dei singoli migranti. Tutti gli studi sottolineano quanto siano cruciali le prime fasi successive all’arrivo, per permettere ai rifugiati di elaborare i traumi subiti e ritrovare protezione e sicurezza, una condizione che se raggiunta precocemente accorcia notevolmente i tempi dell’integrazione socio-economica, oltre che il raggiungimento di un benessere psico-fisico individuale. Anche il fortunato rifugiato che dovesse vedersi riconoscere la protezione internazionale, in che condizioni entrerebbe infine in uno Sprar? Quali possibilità reali avrebbe di valorizzare la sua permanenza in un simile progetto se arriva depotenziato e addirittura ritraumatizzato rispetto al momento del suo ingresso in Italia? Gli operatori degli Sprar sanno bene cosa significhi accogliere in un proprio progetto migranti che hanno trascorso uno o più anni in Cas di scarsissima qualità. E tale condizione da straordinaria diventerebbe ordinaria, persino peggiorata. Ma ancora una volta: come sarà facile per qualcuno utilizzare le difficoltà di inserimento e autonomia dei rifugiati dopo un percorso Sprar come dimostrazione della loro “non volontà di integrarsi”, della loro ingratitudine e persino della loro inadeguatezza al titolo che avrebbero immeritatamente ottenuto? Dovremo essere lì a ricordare che l’eventuale insuccesso dei percorsi di integrazione sarà l’effetto di questa scellerata riforma e non qualcosa di riconducibile alla svogliatezza o all’inedia dei rifugiati.

Per tutte queste ragioni stiamo provando a raccontare senza sosta gli effetti del decreto ai non specialisti, per far crescere in loro quanti più anticorpi possibile per resistere alle narrazioni che si moltiplicheranno nei prossimi mesi. Sarà necessario un passaparola virale, dalle parrocchie ai centri sociali, da partiti e movimenti all’associazionismo culturale, dai comitati di quartiere alle aziende, dagli amministratori di maggioranza a quelli di minoranza, dal livello locale a quello regionale fino ai parlamentari più o meno amici, passando per i giornalisti e i comunicatori di vario genere. Ma non solo. Gli stessi migranti sono e devono essere protagonisti attivi di questa battaglia culturale: informati e responsabilizzati anche in un momento in cui si spera ancora che nel passaggio parlamentare tutto o qualcosa cambi, senza aver paura di esporsi in un confronto con soggetti che hanno tutto il dovere di sapere e capire, proprio perché saranno i primi a subirne le conseguenze. E che non dobbiamo a nostra volta etichettare come vittime passive e inermi, tanto da indurci a parlare al posto loro. Da cui l’esigenza di assemblee pubbliche in più lingue, dei contatti diretti con le comunità più numerose e organizzate, della presenza con interventi programmati nelle celebrazioni delle principali chiese frequentate dai richiedenti asilo, di interlocuzioni dirette con i mediatori e con i leader formali e informali.

Ma in tutto questo si possono cogliere anche delle opportunità. In questa quotidiana e faticosa tessitura si intravvede la possibilità (nient’affatto scontata) di una nuova comunità politica, consapevolmente interculturale, capace di comprendere i problemi complessi e di affrontarli con realismo, fuori dalle ideologie. Il destino delle nostre comunità non si misura con il metro dei decreti e del facile consenso, ma con la qualità e la tenuta delle relazioni e delle pratiche che saremo in grado di coltivare e mantenere una volta che sarà passata la bufera di questo decreto.

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