I bambini e la guerra. Una storia che si ripete

di Bruno Maida
Incontro con Luigi Monti

murale di Bansky

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

I bambini in armi hanno una loro iconografia consolidata: il ragazzino ugandese o colombiano, in tuta mimetica, strafatto di colla, che imbraccia un kalashnikov e guarda in camera con sguardo da adulto, sostituito più di recente dal bambino jihadista nell’atto di sgozzare uomini bendati in tuta arancione. Icone che generano una reazione morale simile a quella provata di fronte alla rottura di un tabù. Ma il coinvolgimento dei bambini nelle guerre degli adulti non è una novità assoluta del Novecento ed è un fenomeno molto più complesso di quanto queste immagini statiche e la nostra indignazione ci restituiscano.

Sono centinaia i ragazzini che all’inizio del Duecento pare abbiano attraversato l’Europa in direzione della Terra santa per partecipare a quella che è conosciuta come Crociata dei bambini. Molti moriranno in un naufragio, alcuni saranno venduti agli arabi, pochi faranno ritorno. Molto alta fu la partecipazione dei bambini nelle guerre di religione che insanguinarono l’Europa tra il xv e il xvii secolo. Una partecipazione attiva che in molti casi prevedeva anche azioni dirette nell’assassinio di ebrei e ugonotti. Durante la Rivoluzione francese i bambini sacrificati alla causa venivano definiti “martiri” della nazione. Nella guerra civile americana pare abbiano combattuto 100mila bambini di età inferiore ai 15 anni. La piccola vedetta lombarda, Il tamburino sardo e altri racconti mensili del libro Cuore testimoniano il coinvolgimento dei bambini nelle guerre risorgimentali italiane. Dieci dei mille garibaldini erano adolescenti. Insomma, possiamo dire che la storia dei bambini in guerra coincida con la storia della guerra.

A partire dalla Prima guerra mondiale, però, il nesso tra guerra e infanzia – intendendo con ciò il coinvolgimento dei bambini nelle guerre, in termini sia di partecipazione che di numero delle vittime – compie un salto di qualità e assume aspetti specifici che porteranno fino al fenomeno, per certi versi estremo, dei cosiddetti “bambini soldato” delle guerre post-novecentesche. Dentro a questa specificità ha provato a guardare lo storico torinese, Bruno Maida, attraverso uno studio vastissimo e articolato, il primo in lingua italiana, pubblicato da Einaudi alla fine del 2017 con il titolo di L’infanzia nelle guerre del Novecento, premiato la scorsa estate a Lecce dalla nostra rivista.

Questo libro nasce soprattutto sulla spinta di due esigenze. In primo luogo dal tentativo di misurarmi e per quanto possibile oppormi a una rappresentazione pubblica dell’infanzia in guerra sostanzialmente fondata sulla commozione e sull’abuso delle immagini. Se prendiamo la fotografia di un bambino in un contesto di guerra e la mettiamo in prima pagina, nove volte su dieci l’obiettivo reale è spostare l’interesse o la posizione ideologica di chi legge, non difendere quel bambino o coloro che potrebbero essere colpiti dalla stessa violenza. In secondo luogo dalla volontà di contribuire a fornire alla storia dell’infanzia uno statuto che tra i contemporaneisti si fatica a trovare.

Studiando il nesso tra guerra e infanzia nel corso del Novecento emergono alcune contraddizioni rispetto alle quali si può scegliere se procedere per semplificazione (e quindi, facilmente, per banalizzazione e strumentalizzazione) oppure se accettarne fino in fondo la profondità, in certi casi la vertigine, senza pretendere di scioglierle del tutto. Ne cito alcune, tra le più evidenti. Da una parte il Novecento è il secolo che ha prodotto più leggi, convenzioni, pratiche di welfare a difesa dei bambini, dall’altro è quello che li ha coinvolti in maniera più pervasiva nella violenza della guerra. Da una parte l’infanzia è stata considerata la ragione stessa del sacrificio bellico in quanto garante della continuazione della società e dall’altro si è accettato di farne una delle tante poste in gioco. Da una parte consideriamo l’infanzia l’età dell’innocenza, dall’altra la pratica estrema del massacro e del genocidio in varie occasioni ha avuto come protagonisti attivi anche i bambini. Da una parte guardare in faccia la sofferenza ed empatizzare con le vittime infantili è un atto profondamente umano, dall’altro non aiuta sempre a comprendere questioni tanto complesse. Scrutare dentro le guerre che sono scoppiate nel corso degli ultimi cento anni ha significato fare i conti con queste contraddizioni e accettare di non riuscire sempre a ricomporle, nemmeno su un piano teorico.

Posta in gioco

Si stima che nel corso del xx secolo siano stati combattuti dai 50 ai 250 conflitti (la grande variabilità di questo dato dipende dal significato che si vuole attribuire al termine) che hanno causato la morte di circa cento milioni di persone, di cui la metà nella sola Seconda guerra mondiale. La percentuale dei civili uccisi passa da un massimo di 20 per cento nella Prima guerra mondiale all’80 per cento, tra i quali moltissimi bambini, nelle guerre degli anni Novanta. Una stima indica che tra il 1985 e il 1995 circa due milioni di bambini sono rimasti uccisi nel corso delle guerre. Il genocidio è ovviamente il caso più estremo perché ha lo scopo di eliminare non un nemico, ma un gruppo etnico. In questo senso ha un rapporto privilegiato con l’infanzia. “Per sterminare i topi grandi, bisogna ammazzare i topi piccoli”: era questo uno dei messaggi che diffondeva la televisione in Rwanda nel 1994 e in pochi mesi di guerra furono 300 mila i bambini uccisi.

In Occidente, per tutta una serie di ragioni, la partecipazione diretta dei bambini ai conflitti novecenteschi è rimasta sostanzialmente simbolica. Il coinvolgimento dei bambini avviene maggiormente su altri fronti, all’interno di uno sconfinamento della guerra nello spazio esistenziale dell’infanzia, di una mobilitazione e militarizzazione della società nel suo complesso. In Europa possiamo dire, citando lo storico Antonio Gibelli, che l’infanzia rimane soprattutto un “soggetto mobilitante”, una fascia della popolazione civile che pur non imbracciando direttamente il fucile, legittima la guerra, le fornisce una giustificazione: l’infanzia viene usata dalla propaganda per dare forma, potremmo dire per materializzare, a uso dell’opinione pubblica, le radici identitarie e il futuro di una nazione. Tutti i regimi politici a cavallo tra Otto-Novecento – non solo quelli totalitari, ma anche quelli parlamentari e democratici – hanno coltivato, sottotraccia o esplicitamente, l’idea che l’ordine nato dopo la guerra avrebbe prodotto un “uomo nuovo”, una società nuova di cui l’infanzia rappresentava una sorta di anticipazione.

 

A tutto campo

Un pregiudizio e una semplificazione che ho tentato di mettere in discussione è l’idea che ci siano solo due modi, per i bambini, di essere artigliati dalla guerra: i bambini che sono costretti a imbracciare il fucile e quelli che se lo vedono puntato contro. Nella realtà ci sono tante gradazioni intermedie.

Lo sfollamento ne è un buon esempio, un fenomeno di massa che ha interessato un numero impressionante di famiglie soprattutto durante la Seconda guerra mondiale, una forma reale di mobilitazione, meno studiata ma non meno importante per chi l’ha vissuto sulla propria pelle.

Lo si capirà meglio alla fine della guerra – la cinematografia inglese in particolare ci ha lasciato molte testimonianze su questo aspetto: la separazione dai genitori è vissuta da molti bambini come un abbandono. Bambini di città che vanno a vivere in campagna si troveranno spesso spaesati, in alcuni casi trattati male o comunque con modi sbrigativi e rozzi a cui non erano abituati; o al contrario il bambino di città cresciuto nei quartieri malfamati o negli slums di Londra o di altre città industriali, finisce a vivere presso famiglie della piccola borghesia di campagna e non viene accettato perché ha dei comportamenti, un linguaggio, un modo di fare incompatibili con il loro stile di vita.

L’altro effetto, più misurabile, è il numero enorme di bambini che rimangono soli. Per molte ragioni diverse: salvati, fuggiti, abbandonati, orfani… la guerra produce un’infanzia spezzata, frantumata, destinata a “venire su storta”, a crescere cioè al prezzo di un’enorme sofferenza. Sugli effetti di questa sofferenza ci rimangono alcune pagine bellissime (in particolare nel Bambino deprivato) del pediatra e psicanalista Donald Winnicott. Gran parte delle sue famose osservazioni sugli effetti della deprivazione derivano dal ruolo che ebbe nell’organizzare alcuni centri che accoglievano bambini sfollati da Londra e da altre città del Regno Unito.

Detto questo però, non possiamo nascondere un altro fattore, apparentemente in contraddizione con ciò che è stato descritto finora, ovvero che nelle fughe, nelle persecuzioni, nei processi di disintegrazione del quotidiano determinato dalla guerra, non tutti i bambini vissero la stessa esperienza. Una caratteristica che compare in molte testimonianze di chi è passato attraverso la guerra è la dimensione di imprevedibilità e meraviglia che per molti la guerra ha rappresentato. Un ribaltamento dell’ordine degli eventi quotidiani che non è stato solo fonte di ansia e sradicamento, ma anche di avventura e libertà (in particolare dalla scuola e dalla famiglia) inaspettate.

 

Educazione alla morte

In questo quadro si inserisce l’elemento fondamentale per la mobilitazione della società e quindi anche dell’infanzia, elemento che verrà sfruttato straordinariamente dai fascismi oltre che dal regime sovietico: la normalità, anzi la centralità della violenza come strumento della rappresentazione della politica e della propria costruzione identitaria. I bambini dichiarano di voler andare a tutti i costi a fare la guerra, desiderano fare gli squadristi, vedono nelle armi, nella potenza, nell’aggressività gli strumenti della propria crescita. Siamo a un passaggio pedagogico importante. Non è un caso che la Montessori, malgrado l’enorme successo pubblico nei primi anni del secolo, nonostante un’iniziale simpatia per il fascismo, a un certo punto viene rifiutata dal regime e le sue scuole chiuse. L’idea dell’autonomia del bambino, caratteristica fondamentale della pedagogia montessoriana, non poteva accordarsi con l’ordine, la gerarchia, la forza di cui necessitava la violenza organizzata dei nazionalismi.

È sul piano pedagogico, prima ancora che politico, che possiamo parlare di fallimento della democrazia fra le due guerre. Nella costruzione dell’infanzia il sogno di Dewey – così appassionatamente espresso in Educazione e democrazia – ha clamorosamente fallito, mentre il fascismo è risultato vincente, prima ancora che in parlamento, nelle aule scolastiche e nelle istituzioni educative.

La scuola pubblica, l’organizzazione dei Pionieri nel mondo comunista, degli scout in quello cattolico e tanti altri esempi, ci mostrano una pedagogia che non sempre è riuscita a preservare i bambini dalla violenza, ma che anzi in alcuni casi li accompagna per mano in guerra, nel cuore della battaglia. La continuità tra i metodi pedagogici della scuola, dei pionieri, degli scout e la pedagogia dei regimi totalitari fa una certa impressione. Il legame con la tradizione scoutistica è evidente in Italia, dove il balillismo ne assume alcuni tratti essenziali. Con questo nessuno può dire che lo scoutismo abbia in sé valori autoritari o fascisti. E tuttavia aveva al centro questa contraddizione radicale, che i fascismi hanno sfruttato, in base alla quale l’autonomia dei ragazzini doveva combinarsi con una fedeltà incrollabile alla gerarchia interna.

Ci sono alcune parole – tra cui appunto “educazione” e “pedagogia” – cui noi attribuiamo sempre un valore positivo. Ma nel corso del Novecento abbiamo scoperto che esistono una pedagogia e un’educazione al male. Allora è chiaro che chi dice che i fascismi non hanno avuto un modello educativo sbaglia di grosso.

Un educatore americano che si chiamava Gregor Ziemer e che era direttore della scuola americana a Berlino, alla fine degli anni trenta scrive in presa diretta un reportage straordinario, che intitolerà Educazione alla morte, sull’infanzia nella Germania nazista. Ottenuto il permesso dal Ministro dell’istruzione di visitare scuole, campi di addestramento, cliniche e ogni altro luogo dove i bambini e i giovani tedeschi erano istruiti a diventare perfetti nazisti, Ziemer fotografa con precisione gli obiettivi delle organizzazioni giovanili del regime, arrivando alla conclusione che, al di là degli esiti della guerra, la cultura nazista rischiava di vincere una battaglia non meno importante, quella dell’educazione.

Se l’organizzazione della società tedesca era così efficiente gran parte del merito era dell’educazione ricevuta dai giovani e dalle giovani. Quel modello è stato molto più vincente di quanto ci immaginiamo. In chiusura del suo reportage Zimmer si chiede: non è che anche noi stiamo diventando così? Non è che l’America educherà i suoi figli alla stessa maniera?

 

Prospettive

Venendo alle guerre tardo novecentesche – in Liberia, Angola, Colombia, Sierra Leone, Uganda, Mozambico, El Salvador per citare solo alcune di quelle che hanno visto una massiccia partecipazione dei bambini – una delle cose da tenere presente è che l’infanzia è sì il primo e più facile bersaglio della violenza (dei bombardamenti, dei cecchini, della distruzione dei villaggi) ma la causa principale di annichilimento dei corpi e dello spirito dei più piccoli è la desertificazione materiale di ogni elemento della loro esistenza. Le “nuove guerre” e quelle postnovecentesche si alimentano della desertificazione sociale ed economica che porta alla disgregazione delle comunità, a razzie e saccheggi di ogni bene, persino alle carestie indotte.

Uno dei tratti che distingue la Prima guerra mondiale da quelle che sono seguite è che se la prima prendeva le mosse anche dall’idea di una nuova nazione (e quindi di un uomo nuovo) da edificare, a prezzi anche altissimi e per noi oggi inaccettabili, le seconde mirano a uno sfruttamento totale di ogni elemento del territorio e delle persone. È la cancellazione di ogni futuro per l’infanzia. La Berlino del 1945, quella di Germania anno zero, per intenderci, è il simbolo di una distruzione sociale e materiale che diventerà la norma nelle guerre tardo novecentesche. Le città distrutte, la terra privata di ogni vita, la morte di massa sono l’efficace rappresentazione del fatto che le macerie prodotte dalle guerre del Novecento non avevano più, se mai lo avevano avuto, un valore di vita nuova, di redenzione.

È su questo che vorrei fermare l’attenzione, perché se noi guardiamo la questione del rapporto tra infanzia e guerra soltanto sotto il profilo del fenomeno dei bambini-soldato, rischiamo di perdere il senso complessivo. Se noi ci limitiamo a guardare la foto del bambino in divisa militare che imbraccia il fucile, il problema diventa il bambino soldato come “entità in sé”. È ovvio che le biografie dei bambini soldato gridano vendetta, questo non è in discussione. Ma siamo sicuri di sapere cosa stia dietro l’immagine di quel bambino? Quali sono le ragioni che portano i bambini fino a quel punto? Che non permettono loro di uscire da quella dimensione? Non mi stancherò mai di ricordare che i bambini in guerra non muoiono, la maggior parte, per colpi di pistola ma per fame, per sete, per abbandono. È la desertificazione del territorio e della vita complessiva intorno a loro che produce morte.

Un’immagine che mi ha aiutato a mettere a fuoco quest’idea è l’inizio del documentario di Herzog, La ballata del piccolo soldato, sull’arruolamento dei bambini nella guerra civile che insanguinò il Nicaragua negli anni ’80. La sequenza di cui parlo si trova facilmente anche su internet e merita di essere guardata con attenzione: un bambino in primo piano, in divisa militare con un fucile in mano, accende un mangianastri e attacca a cantare una vecchia e malinconica canzone d’amore. La telecamera si sposta su un gruppo di coetanei che hanno sguardi fissi e tristissimi. La canzone termina e il bambino, intimidito, si lascia andare a un bellissimo sorriso, che però scompare quasi immediatamente. Siamo nel 1984 e prima ancora che se ne discutesse a livello scientifico e umanitario, Herzog mette in luce alcuni nodi essenziali del problema dei bambini soldato: la facilità nell’uso delle armi moderne, l’arruolamento volontario, il collasso di ogni struttura sociale alle spalle di questi bambini, la scelta di schierarli in prima linea perché meno condizionati dalla paura della morte. Ecco un esempio di buon uso delle immagini, che turba ma aiuta a comprendere, al quale si contrappone un pessimo e sempre più diffuso uso, amplificato a dismisura dai social media, che vittimizza, estremizza e confonde.

 

Critica della vittima

Quasi sempre l’Occidente preferisce, nel trattare il nodo spinoso dei bambini in guerra, far convergere tutta l’attenzione sulla condizione dell’infanzia come vittima assoluta. È fondamentale invece sottolineare che seppur l’infanzia è stata la parte più indifesa della popolazione civile nelle guerre novecentesche, il ruolo dei bambini non dev’essere interpretato solo come passivo e ancillare rispetto al mondo adulto, bensì caratterizzato da una dimensione di protagonismo. Insomma l’infanzia è sì vittima ma anche attrice e spettatrice dei processi storici e sociali.

Quelle categorie che pretendono di spiegare tutto e che collocano le persone e i gruppi all’interno di un ruolo immobile, non fotografano nessuna realtà. Sono paradigmi che servono a collocare le persone in funzione ai nostri bisogni comunicativi, identitari o ideologici. Il cortocircuito dove sta? Ad esempio nel fatto che mentre per buona parte del secolo collocare l’infanzia soltanto in una posizione vittimaria significava negarle semplicemente protagonismo, capacità di agire, di avere memoria e un modo di guardare il mondo, la cosa diventa ancora più problematica nel momento in cui l’infanzia comincia a partecipare direttamente alla guerra. In questo caso il cortocircuito apre scenari completamente nuovi. L’esperienza ad esempio ci dice che molti bambini, quando hanno finito la loro esperienza di guerra, non riescono più a tornare nei villaggi da cui provengono perché quei villaggi, le loro famiglie, semplicemente non li vogliono più. Non li vogliono perché hanno ucciso persone, perché fanno paura, perché inizialmente non sono collocabili da nessuna parte.

Attenzione, questo non significa deresponsabilizzare. Non vuol dire che siamo tutti uguali, che non ci sono le vittime e non ci sono i carnefici. Un bambino che è costretto a sparare a qualcun altro è una vittima, su questo non ci piove. Anche se ha fatto le cose più atroci, rimane una vittima. Ma questa consapevolezza, da sola, non mi è sufficiente per capire. Non credo sia sufficiente nemmeno per uno psicologo o un educatore che voglia “curare” quel bambino, ma sicuramente non lo è da un punto di vista storico.

Per questo è fondamentale rivendicare il fatto che l’infanzia, all’interno dei processi storici come nella vita quotidiana, agisce, pensa, sceglie. Di più, di meno, con maggiore o con minore consapevolezza, ma sceglie. E restituisce fonti, strumenti, sguardi, memorie, su quei processi.

 

I bambini di Peter Pan

C’è un elemento di continuità in tutte le guerre a cui ho fatto riferimento, ed è l’enorme quantità di bambini abbandonati. La novità di questi ultimi anni è solo nel nome, “minori stranieri non accompagnati”, e nella mobilità di cui sono capaci questi “orfani”.

La differenza vera dove sta? Nel fatto che fino alla metà del Novecento, il bambino era una posta in gioco della guerra. Dopo la guerra si trattava di costruire o ricostruire la nuova nazione. Di conseguenza quell’infanzia doveva essere considerata parte del progetto di rinascita. Le guerre di oggi al contrario producono un’infanzia che non appartiene a nessuno, che nessuno rivendica. Gli orfani di guerra non appartengono più al paese di origine, perché magari quel paese non esiste più o non ha un progetto di cui quei bambini siano parte. Ma non diventano parte nemmeno dell’identità delle nazioni in cui giungono, perché sono semplicemente un costo, un problema. Vivono in una terra di mezzo e di nessuno dove l’infanzia si trova senza un passato e senza un futuro, senza appartenenza. È un’infanzia che non ha narrazioni possibili perché non può usare la propria lingua, la propria modalità di racconto, rispetto a un mondo che non c’è più, ma non ha nessun ascolto in questo mondo, perché è vista come una infanzia di passaggio, un’infanzia rispetto alla quale bisogna al massimo risolvere un problema giuridico. La vicenda dello ius soli ha rivelato la convinzione che non c’è alcun progetto su quell’infanzia. Al di là degli aspetti giuridici, è un’infanzia che non è considerata come parte di una comunità.

Ecco perché non mi piace l’espressione “minori stranieri non accompagnati”. Perché è la riduzione a un problema tecnico di una questione culturale complessiva con la quale non vogliamo fare i conti. Non è solo questione della destra salviniana oggi al potere. Anche la migliore sinistra ne fa al massimo una questione di “baluardi ideologici” anziché una questione di costruzione di una comunità. Non mi pare che ci sia sempre questa sensibilità nemmeno nelle organizzazioni che lavorano con i cosiddetti minori non accompagnati. Ho l’impressione che siamo di fronte a un vero abbandono: non accompagnati da nessuno e da nessuna parte.

È per questo che non usiamo delle definizioni che, solo al pronunciarle, ci metterebbero in discussione: parlare di “bambini orfani” produce un effetto molto diverso rispetto a “minori non accompagnati”, espressione che ci allontana dalla realtà del fenomeno. Non pone la domanda vera: a chi appartengono questi bambini?

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Trackback from your site.

Leave a comment