Il “caso Brescia” e l’ipocrisia del Pd

di Marino Ruzzenenti

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Nelle ultime tornate di elezioni, in generale catastrofiche per il Partito democratico, il rinnovo dell’amministrazione al Comune di Brescia è apparso come un’eccezione, dunque un “caso virtuoso” per la rinascita della “sinistra” in Italia.

In effetti qui lo schieramento composto da Pd e Leu, nonché da numerose liste civiche, e guidato dal sindaco uscente Emilio Del Bono, si è imposto al primo turno sbaragliando la destra, in una Regione, la Lombardia, che da tempo immemorabile la stessa governa con una netta egemonia leghista.

Ripartire da Brescia” è dunque sembrato naturale al gruppo dirigente nazionale del Pd e a molti osservatori politici per tentare di ricostruire un’alternativa democratica e di sinistra all’attuale “strana” maggioranza “giallo-verde” al governo del Paese.

Può essere dunque di qualche interesse scandagliare un po’ in profondità il “caso Brescia” per verificare se questo possa rappresentare davvero un modello virtuoso utile per le sorti generali della nostra acciaccata Italia.

Innanzitutto occorre chiarire le contingenze favorevoli, del tutto fortuite, che hanno aiutato l’esito della recente tornata elettorale a Brescia: un Movimento 5 stelle strutturalmente fragile, che per di più ha presentato un candidato imbarazzante, pur brava persona, ma del tutto sconosciuta e inconsapevole delle problematiche della città; una candidata del Centrodestra, conosciuta e per questo debole, esponente di Forza Italia proprio all’indomani del crollo rovinoso e irreversibile di questa formazione, certificato dai risultati del 4 marzo. Insomma la percezione di gran parte dell’opinione pubblica è stata che non ci fosse partita, tanto è vero che la partecipazione al voto è crollata a un livello preoccupante per le tradizioni bresciane, poco sopra il 57%, pericolosamente vicina a quel 50% sotto il quale la partita sarebbe stata nulla. Sicché Del Bono vince al primo turno, ma con meno voti del secondo turno della tornata precedente, con un consenso reale rispetto agli elettori di circa il 30%.

Ma questo è comunque un aspetto secondario. È il “sistema Brescia” che fa davvero la differenza: un’economia florida, la terza area più industrializzata a livello europeo, di fatto con la piena occupazione, compresa una quota considerevole di immigrati stranieri che sorreggono interi settori, come la metallurgia, l’edilizia, l’abnorme impiantistica dei rifiuti, l’agricoltura, il turismo, oltre alla cura degli anziani. Da qui una ricchezza relativamente diffusa garantita dal “sistema”, a sua volta garantito dalla precedente amministrazione Del Bono, sostenuta, dunque, dallo stesso “sistema” con forza e convinzione anche in occasione dell’attuale rinnovo, ricevendo un riscontro positivo da quel 30% della popolazione maggiormente soddisfatto di come vanno le cose. Ovviamente in questo contesto, i cavalli di battaglia dei partiti “antisistema”, innanzitutto il reddito di cittadinanza e il contenimento drastico dei “migranti economici”, non potevano sfondare.

Il primo interrogativo da porsi è se “il sistema Brescia”, una sorta di pezzo di Germania incuneato al di qua delle Alpi, sia assimilabile all’intero Paese.

Uno sguardo a volo d’uccello lungo lo stivale ci suggerisce, ovviamente, una risposta del tutto negativa.

Ma se a tutto ciò aggiungiamo una pur sommaria analisi qualitativa dell’amministrazione Del Bono gli entusiasmi per il “modello Brescia” sono destinati a smorzarsi ancor più.

Ovviamente questa analisi qualitativa presuppone che un’alternativa democratica e di sinistra ai “giallo-verdi” al potere abbia alcuni punti fermi rispetto a quello che un tempo si chiamava “modello di sviluppo” auspicabile della società: la realizzazione di profitti e la crescita di ricchezza non sono di per sé buoni e desiderabili, a prescindere da che cosa e da come si produce, dunque non sono le priorità cui tutto subordinare; l’obiettivo principe, invece, è, come indicava Langer, la “conversione” dell’economia verso la valorizzazione di tutte le esistenze umane e la salvaguardia della natura e del vivente in generale.

Per questo, come con insistenza denuncia Papa Francesco, occorre liberarsi dall’“economia che uccide”, quella particolarmente distruttiva dell’ambiente e degli uomini.

Ebbene nel florido “sistema Brescia” l’“economia che uccide” è una componente molto importante che ne alimenta gli straordinari risultati.

La produzione di armi leggere, in particolare da parte della multinazionale Beretta, è di per sé ascrivibile a questo orizzonte di morte, perché il valore di un’arma sta proprio nella sua efficienza a neutralizzare il “nemico”; inoltre auspica un clima “favorevole” al consumo e uso di armi, sia nei rapporti internazionali – endemica conflittualità o “terza guerra mondiale a pezzi” – , sia nelle relazioni tra i cittadini – emergenza securitaria e legittima difesa, comunque – .

Le attività produttive inquinanti, d’altro canto, mentre compromettono le matrici ambientali naturali, indirettamente recano danno alla salute umana e ai viventi in generale, una sorta di “black economy” che si contrappone alla cosiddetta “green economy”. E in questo campo il “sistema Brescia” vanta primati assoluti: qui si sversano in discariche oltre un quinto dei rifiuti speciali tumulati in tutta Italia, praticamente tutti i rifiuti speciali della Regione Lombardia; oltre 2 milioni e mezzo di tonnellate all’anno che si aggiungono agli 80 milioni di metri cubi di scarti di ogni tipo, compresi rifiuti radioattivi, già sversati nel passato (per la Terra dei fuochi si valutano “solo” 10 milioni di metri cubi); qui opera il gruppo di Manlio Cerroni, il “re della monnezza del Lazio”, con la più importante piattaforma per rifiuti pericolosi e la più grande discarica di rifiuti tossico-nocivi; qui opera il più smisurato inceneritore d’Italia, di A2A, con capacità fino a 800mila tonnellate anno di rifiuti, rispetto a un fabbisogno provinciale di circa 200mila tonnellate, che brucia in una città con l’aria tra le più inquinate d’Europa centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali importati da tutta Italia, comprese le famose “ecoballe”; smisurato anche il settore dei rottami-rifiuti e metallici, rifusi in decine di impianti metallurgici, paragonabili come impatto ambientale all’Ilva di Taranto, con la differenza che non sono concentrati solo in città, ma diffusi sul territorio; l’industria chimica Caffaro, per oltre un secolo ha accumulato profitti lasciando in alcuni quartieri della città di Brescia, con circa 25 mila abitanti, la più grave contaminazione ambientale da diossine e Pcb, dispersi nei suoli e nelle acque in quantità di gran lunga più importanti dell’Icmesa di Seveso.

E a pochi chilometri dalla città vengono ospitate nell’aeroporto militare di Ghedi decine di testate nucleari.

Se non scandalizza più nessuno il particolare feeling che il Pd da diversi anni ha intrattenuto con i cosiddetti “poteri forti”, certo meraviglia che l’amministrazione Del Bono proprio verso questa “black economy” abbia avuto un occhio di particolare riguardo, quando non di vera e propria sudditanza.

Alcuni fatti dicono molto al riguardo.

Del Bono l’anno scorso ha promosso un “Festival della pace” che inizialmente vedeva Carlo Tombola dell’Osservatorio sulla produzione di armi leggere, Opal, tra i protagonisti, poi di fatto estromesso: nel progetto originario di Opal la produzione e il commercio di armi a Brescia doveva essere il tema centrale, ma avrebbe disturbato non poco Beretta e dunque non se n’è parlato, se non in modo generico e del tutto marginale. Come avrebbe creato non poco imbarazzo l’adesione del Comune di Brescia all’iniziativa, che ha coinvolto 40 comuni della provincia nei dintorni di Ghedi, “Italia ripensaci” contro il precedente governo Pd che si è rifiutato di associarsi al trattato internazionale per la proibizione di armi nucleari. Si attende ancora che il Comune di Brescia, che convive con decine di testate atomiche ai propri confini, si decida a far sentire la propria voce per la messa al bando delle stesse. Ma in quel festival si è parlato con intenso trasporto di “pace positiva”, che la pace è preferibile alla guerra…

Del Bono, nel quinquennio precedente, aveva promesso che si sarebbe proceduto al ridimensionamento dell’abnorme inceneritore di A2A, di cui il Comune con Milano è azionista di maggioranza, chiudendo una delle tre linee. Sennonché, proprio sul finire del mandato, incaricava due professori universitari, già consulenti di A2A, di procedere a uno studio “indipendente” che ovviamente si concluse con la necessaria conferma dell’inutile e dannosa terza linea dell’inceneritore, sostanzialmente perché la sua chiusura avrebbe ridotto i profitti di A2A e quindi degli azionisti. Nel contempo negava ai tecnici delle associazioni ambientaliste l’accesso alla documentazione necessaria per sottoporre a vaglio critico lo studio istituzionale, con un vulnus imperdonabile alla trasparenza e alla partecipazione democratica. Ovviamente nella campagna elettorale A2A, la grande multiutility quotata in borsa e ormai per metà con azionisti privati, si è spesa direttamente e con grande impegno a sostegno dell’amministrazione Del Bono.

Va aggiunto che nel caso dei servizi gestiti da A2A (rifiuti, teleriscaldamento della città e acqua), ci troviamo in una situazione di “monopolio naturale”, con profitti garantiti, esattamente come nel caso delle autostrade oggi di tragica attualità. E le procedure di affidamento ad A2A sono tutt’altro che chiare.

Infine la questione del Bresciano capolinea nazionale dei rifiuti speciali e tossico nocivi. La situazione è a tal punto grave da spingere, tempo addietro, l’Assessore regionale all’ambiente della Lega ad adottare un provvedimento di tutela, ancorché blanda, del territorio bresciano introducendo un “fattore di pressione” per limitare ulteriori discariche. Ebbene, il presidente dell’Associazione industriali di Brescia, siderurgico nonché gestore di una delle più grandi discariche di amianto del Paese, ha opposto ricorso a questo provvedimento, in nome della totale libertà d’impresa di disporre senza limiti della risorsa ambiente. Numerosi comuni, direttamente coinvolti, sono entrati in giudizio per bloccare l’iniziativa degli industriali, ma non il Comune di Brescia che pure con quel fattore di pressione avrebbe avuto qualche strumento in più per ostacolare l’ulteriore aggressione al proprio territorio con una nuova grande discarica alle porte della città. E così non è mancato il plauso da parte dell’Associazione industriali all’amministrazione Del Bono e alla sua riconferma.

Il “caso Brescia” può dunque essere un modello per la ricostruzione della sinistra? Credo francamente che si debba cercare altrove per trovare il bandolo della matassa per questa impresa che a molti appare ormai disperata.

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