Una domenica di Kasava

di Djarah Kan

murale di Ever

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 56 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Circa tre anni fa due giovani di Castelvolturno hanno dato vita a un blog www.kasavacall.wordpress.com, da Kasava come gli africani che ci vivono chiamano questo pezzo di Domiziana a pochi chilometri da Napoli. Venuto meno il sogno di creare una cittadina costiera da raggiungere facilmente dal capoluogo campano per permettere alla piccola e media borghesia urbana di avere la casa al mare, questa è stata gradualmente ripopolata da africani venuti soprattutto, ma non soltanto, da Nigeria e Ghana. Il sottotitolo del blog è “vulesse veré”, vorrei vedere, vedere Castelvolturno, raccontarne cioè le storie oltre quello che la televisione racconta, con parole e foto dal punto di vista di due giovani italiani, di cui una, Djarah Kan è di origine ghanese. Castelvolturno è una strada che somiglia agli stradoni di una qualunque città africana, ci si può passare senza attraversarne le storie, senza neanche immaginare che oltre quella strada più grande ce ne sono tante più piccole, dove nelle ormai quasi rovine di villette abbandonate vivono persone, e che c’è una pineta e poi il mare. Djarah Kan scrive da questa frontiera e allarga il suo sguardo a quello che succede in Italia e nel mondo. (Livia Apa)

Ho delle amiche che battono da queste parti, sulla Domiziana. Non ne fanno un caso di Stato, è un lavoro di merda ma la domenica si deve andare in chiesa. Queen mi racconta che per togliersi dalla pelle la puzza di un italiano ci vogliono almeno due bagni caldi e mezza bottiglia di olio Johnson’s Baby perché con la puzza di un bianco addosso, lei, in una Chiesa evangelica non ci entra nemmeno con un dito. Poi oggi la incontro sull’autobus e mi fa: “Hai visto la storia di quei carabinieri?”.
Io le dico: “Sì, certo che l’ho sentita. Passeranno guai grossi se tutto va bene”.
Queen mi guarda e ride, si è messa la parrucca storta, probabilmente oggi alla sua Chiesa avrà ballato e cantato fino a smontarsi le ossa da capo a piedi e mi piace immaginarla mentre danza e si scatena quando, improvvisamente comincia a parlarmi di giustizia divina e roba simile.
Le dico subito: “Queen ti prego… ti ho già detto che nella tua Chiesa non ci voglio venire. Io non vado in chiesa”, ma lei, con un gesto che non saprei descrivere, mi dà della stupida mumu girl e mi dice: “Ascoltami, tu lo sai questi qui come sono fatti. Alcuni sono bravi, sì, ma altri sono troppo cattivi. Ho paura di loro, troppa paura. Se sei brutta ti portano subito in Questura, ma se sei bella ti portano prima in pineta e poi in Questura, lo sanno tutti. Allora io ogni domenica prego e prego. Prego Dio che non succeda niente, che tutti i carabinieri che prendono le ragazze di notte vadano in galera. Ti ricordi cosa mi ha fatto la polizia qualche anno fa?”. Faccio di sì con la testa. Come potrei non ricordarlo? Queen non sa piangere quando racconta le sue storie di merda. Sulla fronte ha come un piccolo buchetto, un regalo della polizia durante una delle tante retate contro i clandestini.
Ha la voce ferma la mia Queen, la stessa voce di un pastore esaltato che non vede l’ora di compiere non un miracolo qualunque ma il Miracolo.
È stata molestata dalle forze dell’ordine e come lei centinaia di ragazze che ogni notte, senza uno straccio di documento o permesso di soggiorno sono esposte alla violenza di qualunque essere umano valga più di 15 euro per 20 minuti. Ma le molestie subite da Queen non sono vere molestie perché le prostitute non sono davvero donne, almeno non sul piano morale.
A Castel Volturno sono note le libertà che le forze dell’ordine si prendono coi migranti, specie se irregolari. È scientificamente provato che uno schiaffo o un pugno dato a un clandestino abbia una lunghezza sonora ridotta rispetto a quello dato a un cittadino con regolari documenti di riconoscimento.

È come se il suono di una violenza fatta a un clandestino non si propagasse nell’ambiente circostante e non creasse quel fenomeno fisico altresì conosciuto come Ingiustizia. E Queen, bella come una Lady Diana dei negri e arrogante come solo una venticinquenne di Lagos City può essere, non aveva le carte a posto per fare in modo che la giustizia si propagasse anche nel suo umile spazio vitale.
“Carabiniere… Carabiniere il cazzo! Quei vestiti di polizia non sono i vestiti di Dio. Loro sono solo uomini and me too, I’m a human being, capito? God will punish them nawaoo” mi ha detto alla fine.

Ho pregato e pregato, ho pregato. E prego sempre quando esco sulla strada. Dio ascolta le preghiere delle puttane and this is enough for me, my babygirl”.

 

Mamma

Mia madre ha una passione per le piante che non ho mai compreso fino in fondo. D’inverno se fa troppo freddo le sradica dal giardino e le sistema in vasi grossi come la mia testa e per tutta la stagione fredda quelle se ne stanno lì in soggiorno ad aspettare tempi migliori. E mia madre gli gironzola attorno, le tocca, a volte ci parla, nulla di complesso però, appena una o due parole per far sapere loro che lei c’è. Che le tiene d’occhio.
Stamattina, come ogni giorno si è svegliata alle sei e ha preso il pullman per andare al lavoro. Mi ha detto: “Mi raccomando non lasciarle senza acqua, hanno sete”.
Come le persone, mi sono detta.
Sono scesa in giardino con un po’ di uallera e ho cominciato ad annaffiare qui e lì. C’erano almeno otto alberi di banano di cui uno in fiore, una ventina di garden eggs che non so come si chiamano in italiano, almeno quattro germogli di albero di baobab, cinque piante di manioca e sette di papaya. Africa in poche parole.
Mentre aprivo il tubo, tormentata da api chiatte e altri insetti molesti e pieni di pelo, pensavo a come fosse stato possibile che una donna negra di Castel Volturno senza particolari conoscenze botaniche avesse radicate nel suo giardino piante che, con qualche fortuna, era possibile veder sfilare in anonimato solo tra le scene di quegli insopportabili documentari naturalistici sull’Africa.
Le nostre piante erano belle, parecchio alte e verdi e il sole le illuminava senza paura e tutto quello che vedevo non aveva alcun senso, perché ero ancora a Castel Volturno che, sulla carta fa schifo in ogni sua manifestazione fenomenica e non nel paradiso di una Vedova di ferro che vede ancora il suo riscatto in queste terre sabbiose del Litorale domizio.
Lei che tutta la merda di queste strade a casa sua non ce la fa entrare nemmeno per sogno. Lei che ha messo a difesa della sua serenità le radici di casa e un fiore di banano che cresce e fiorisce esule e bello e senza permessi che lo possano fermare.

Storia di una vita di pacchia

Ora che muoio, il mio volto diventa quello di tutti.

Ora che muoio, divento prima ladro, poi vittima di odio, poi di nuovo ladro, uomo negro senza fortuna, uomo negro senza appello.

Ma alla fine di questa triste, triste giostra, ciò che mi assolve da tutti i miei peccati è quel permesso di soggiorno rinnovato che non permetterà che io venga seppellito col nome di Clandestino.

Sento già le loro voci nella mia testa, voci di giornalisti, voci di uomini di legge, che sanno di politica e che vestono di nero inamidato.

Sono arroganti.

La loro pelle è bianca e pura, sembra non avere segreti ma mente! Solo perché sembra pulita non vuol dire che non sia sporca, che non abbia qualche segreto.

Non fidatevi delle apparenze, né di ciò che dicono. Io non mi fidavo allora e non mi fido oggi che li vedo maneggiare con incuria e violenza le mie sofferenze, quasi fossero tizzoni ardenti, rossi di sangue e di rabbia pellegrina, da estinguere e annegare con acqua e sale, acqua che viene dal mare.

Italia che mi salvi, Italia che condanni.

Ora che muoio, il mio volto, all’improvviso, diventa quello di tutti.

Ma io non ti conosco, non conosco te, e neppure te. E non conosco te e te, né tanto meno te.

E tu là in fondo che gridi vendetta per il mio nome, pronunciato male, con tutti gli accenti e i sospiri sbagliati, hai occhi troppo calmi per potermi immaginare.

Non puoi, uomo bianco, che stai lì, in piedi dalla mia parte. Perché sei vivo, e io sono ancora morto.

Perché camminiamo e tu speri che forse un giorno potremmo somigliarci ed essere uguali, ma la Storia ci ha fatti e divisi.

Ora che muoio, qualcosa di strano succede intorno a me perché il mio volto esiste, è reale. Lavoravo così tanto quando ero vivo che avevo dimenticato cosa si provasse a guardarsi in uno specchio. Le foto del mio viso sono ovunque adesso. La gente le usa nei social, le usa nei giornali, le usa per condannarmi, per giudicare, per provare a se stessa quanto fossi povero e disperato. Quanto fossi, migrante, ecco.

Ma io, il mio viso piccolo e asciutto lo ricordavo diverso, più sottile e invisibile, più leggero, meno negro di come adesso lo vedono tutti.

Ero così giovane e di me hanno preso l’immagine peggiore ma io non sono veramente così, coi capelli spettinati e la faccia di chi è a digiuno di sonno da una vita.

Quelli che adesso si impietosiscono, di fronte al mio volto attonito, avrebbero dovuto vedermi, quando scendevo in strada coi miei fratelli a manifestare col Sindacato dei lavoratori di base.

Eravamo braccianti, quindi alzavamo le braccia e anche se stanchi e consapevoli dell’odio che avevano i reggenti di quel feudo nella piana di Gioia Tauro – dove eravamo e siamo ancora schiavi – urlavamo in questo Paese straniero che sì, eravamo lavoratori e non bestie da soma pronte al macello.

Che sì, il nostro lavoro contava quanto quello di un uomo bianco.

Che sì, l’uomo nero aveva diritto a lavorare in un luogo sicuro, aveva diritto ad avere una casa accogliente in cui potersi addormentare, a delle condizioni di vita che fossero le migliori di un mondo impossibile.

Che sì, andava messo un freno a questi nuovi negrieri della terra ferma, che battono un mare di infinite piantagioni a colpi di lupara.

Eravamo uomini, io, ero un uomo, e questa terra dura e arida – la Calabria – che umilia e che ha umiliato me, Soumayila Sacko, in verità vi dico, non mi ha ucciso.

Perché la pelle che lascio su questa terra, si sgonfierà della mia carne prima o poi. Il tempo lo farà, la morte lo ha già fatto. E la gente finirà col dimenticare cosa significava piangere un migrante, uno che – lo racconta la definizione stessa – non è radicato ad alcun luogo, ma vede raccontato il suo esistere come una nube oscura e leggera, eterea e priva di peso specifico e importanza.

Il migrante come la nube, si fa sospingere da un vento che soffia da lontano e si arena, approda, senza radicarsi, mai.

Bene, io non ero un migrante. Nessuno di noi lo è.

Ecco, vorrei che la smetteste di chiamarci così d’ora in poi perché è al vostro fianco che noi ci siamo fermati. Non ci vedete e quando lo fate, ci trapassate con le vostre fantasie di cuore di tenebra e inciviltà.

Ma se bevi e respiri e sudi e ami, in una terra che non è più la tua, allora, non sei un migrante, sei un uomo.

Magari diverso, ma pur sempre uomo, e non più migrante.

Domani, domani è già arrivato. Altri uomini e altre donne moriranno come me, forse peggio di me.

E anche di loro non resterà che la pelle, meravigliosa, imperfetta, spessa e delicata, del colore della terra che abbiamo solcato e rinnovato affinché ci restituisse la vita.

Siamo braccianti, ma chi ci ha amato ed è riuscito a resistere a questa Europa assassina, soffierà nelle nostre pelli, e allora non sarà la carne, debole e offesa, a ridarci la vita, ma il respiro profondo e caldo di chi crede che la giustizia esista anche per l’uomo nero che cammina.

Che non striscia.

Ma cammina.

Il negro è morto. È vero. Ma forse stava rubando.

Aveva un regolare permesso di soggiorno.

La prima ipotesi è una Vendetta per furto.

Vendetta. Vendetta. Vendetta.

(dedicato a Soumalia Sacko)

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