Un film su Emily Dickinson

di Ginevra Bompiani

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Esiste un solo ritratto di Emily Dickinson (l’altro è presunto e non le somiglia): una ragazza timida per la quale il criterio della bellezza non è pertinente. Pertinente invece è la quieta intensità raccolta nello sguardo, un’intensità non vistosa ma determinante. Questo si può vedere di lei, e, chi volesse trarre un film dalla sua vita (la cosa più irrilevante fra quelle che le sono capitate) dovrebbe, a mio parere, partire da lì. E cercare di individuare, cautamente, di che cos’è fatta quell’intensità.
Prima di tutto salta agli occhi, dai suoi, la naturalezza veridica: si capisce che era una persona che avrebbe detto la verità più impensata e impensabile con assoluta calma. Non aveva nemmeno bisogno di superare la soglia della timidezza, la verità era una dote tranquillamente insediata nel suo corpo. Dirla, per lei, era come muovere una mano.
Certo la verità è una pianta invasiva e credo che fosse responsabile in grandissima parte del fatto che a un certo punto della sua esistenza Emily si ritrasse dal commercio umano e vi ammise solo persone da lungo tempo abituate a lei e che non avrebbero potuto né esserne ferite né ferirla.
Ma c’è anche ironia, che tempera l’ardore della verità. Anche qui un’ironia molto quieta, a fior di pelle, e tuttavia acuta come una spada conficcata nel cuore.
Poi c’era la poesia, fatta di entrambe le cose: verità e ironia, una che taglia nella carne viva, l’altra che spazza via il sangue.
La notte del 4 Luglio 1879, ci fu un gravissimo incendio nelle vicinanze della loro casa (all’epoca occupata da Emily, la madre e la sorella Lavinia), che rischiò di bruciare. Le campane suonarono e dalla finestra a cui si era affacciata, Emily vide “quell’orribile sole”. Pensando che si sarebbe spaventata, la sorella corse nella camera di Emily e le disse: “Non aver paura, Emily, è solo il 4 di luglio!” (i fuochi d’artificio per il giorno dell’indipendenza). Emily non disse niente, ma nella lettera in cui racconta l’incendio, commenta: “Il ‘solo il 4 di luglio’ di Vinnie, me lo ricorderò sempre. Credo che ci dirà così quando moriremo, per impedirci di aver paura.”
Questo intendevo per ironia.
Da bambina, al Collegio femminile di Mount Holyoke, Miss Lyon, la direttrice, invitava le ragazze a ‘convertirsi’, cioè a diventare seriamente cristiane. E le divideva in tre gruppi: le cristiane, quelle che avevano speranza di diventarlo (the hopers) e quelle che non avevano nemmeno la speranza (no hopers). Emily rifiutò la speranza. Sebbene in seguito, quando il padre decise di farle lasciare la scuola dopo un solo anno di permanenza, rimpiangesse di aver trascurato “la sola cosa che serviva” quando tutti la ottenevano… questo non mutò la sua decisione.
Questo intendevo per verità.
Questa scena è presente nel film di Terence Davies, dove una ragazza alta e inespressiva rimane sola in mezzo alla stanza, sotto gli occhi scandalizzati della direttrice, mentre le compagne si dividono fra cristiane e speranzose.
La scena la fa sembrare un’eroina, e non dà conto della grande naturalezza della verità, della semplice impossibilità di ‘afferrare un’occasione, che presenta dei vantaggi’, se non le corrisponde.
E questa è solo la prima di una lunga serie di fraintendimenti e controsensi in cui si aggira la pellicola, sotto la spinta decisa e lacrimosa dell’attrice Cynthia Nixon.
Cynthia Nixon è Emily Dickinson, nel film A Quiet Passion di Terence Davies.
Il titolo faceva ben sperare, ma la scelta della protagonista lo contraddice.
Cynthia Nixon è una donna d’azione, sia nella rappresentazione che nella vita. È stata per anni Miranda nel quartetto di Sex and the city. Ed è un’attiva militante del Partito Democratico.
Sembra che condivida con il regista una certa idea di che cosa sia l’azione.
Per riempire la vita di Emily Dickinson, che forse a entrambi appare vuota, le assegnano pianti, rabbie, convulsioni, bruschi rifiuti e insolenze.
Non sembrano avere nessun sospetto di che cosa possa essere “azione” per una persona come lei. E cioè dell’azione “poetica”, autentica, economica, pura.
Posso dire che l’attrice che impersona il più grande poeta americano ne fa un personaggio impoetico? Dando della passione i due elementi più triviali: la rabbia e le lacrime..
Ma la passione di Emily Dickinson (contenuta negli occhi, in quell’unico ritratto) è immobile e diritta. Non si agita qua e là, non va su e giù, non si accende e si spegne. È ferma, pronta all’uso, non luccica, ma splende in un buio, soffice ardore.
Ecco come la spiega lei:

“Let me not mar that perfect dream
By an auroral stain,
But so adjust my daily night
That it will come again”
(Fa che non sciupi quel sogno perfetto
Macchiandolo di aurora
Ma aggiusta la mia notte quotidiana
Così che torni ancora).

E ancora: la vita di Emily Dickinson non è stata vuota. Ha conosciuto e forse praticato amori di ogni genere, era in contatto con i più famosi intellettuali dell’epoca – alcuni dei quali fecero il viaggio solo per vederla -, partecipava intensamente alla vita della sua famiglia, leggeva di notte per non turbare le piccole incombenze quotidiane, ha scritto nella sua vita più di duemila poesie, essenzialmente capolavori, aveva un commercio abituale con il soprannaturale (che chiamava Dio), la morte, la natura, gli umani, l’immaginazione, la precisione, il ritmo, la rima.
Da tutte queste cose, a un certo punto, si è ritratta, coprendosi di bianco che è il non colore per eccellenza. Così facendo, ha dato un po’ di respiro alla sua intensità, e alla vita degli altri.

 

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Comments (1)

  • Francesca

    |

    Articolo che condivido pienamente

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