Sul sindacato, o del buon uso degli elefanti

di Francesco Ciafaloni

murale di Alexis Diaz

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Le organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti e dei pensionati sono le maggiori organizzazioni di massa in Italia, forse le uniche rimaste. Sono gli elefanti del sistema sociale. È vero che i molti milioni di iscritti – quasi 16 milioni nell’86 per le confederazioni maggiori, Cgil, Cisl, Uil, Cisnail, Ugl – sono probabilmente gonfiate per milioni. È vero che ai 5 milioni e mezzo della Cgil forse bisogna toglierne almeno 1, stando alle verifiche dell’Inps. È vero che il rapporto con gli iscritti è estremamemte debole, soprattutto per i pensionati. Ma la comunicazione non è la sola funzione dei sindacati; il rapporto può essere un rapporto intermittente, d’uso. Ma i militanti dei movimenti politici organizzati in rete – i 5s – hanno con il gestore della loro piattaforma un rapporto ancora più debole di quello tra un sindacato e i suoi iscritti. Con la pubblicità mirata e con l’egemonia nell’informazione su alcuni temi economici e politici si possono vincere le elezioni, se il messaggio pubblicitario diventa senso comune. Ma basta un’occhiata ai numeri dei votanti per scegliere i candidati, migliaia o centinaia, mentre gli elettori sono molti milioni, per capire che si tratta di un rapporto di sudditanza.

I sindacati sono elefanti non solo per la mole. Come si è detto dell’elefante, un sindacato può essere cose molto diverse a seconda della parte con cui si entra in contatto: lotta, movimento, lobby, servizio, difesa. Gli elefanti sono importanti per l’ecosistema in più di una dimensione. Non possiamo essere indifferenti a ciò che fanno gli elefanti; neppure dare per scontato che ci saranno sempre, anche se non ce ne curiamo. Anche gli elefanti muiono. Un mondo senza gli elefanti non sarebbe un bel mondo. La natura non lascia vuoti e ci sono grossi animali in circolazione assai peggiori degli elefanti. Ci sono i monopoli mondiali, che ci governano senza parere, che ci servono ma ci opprimono e determinano, che ci vendono, all’occorrenza: Google, Amazon, Uber, Airbnb, per citare i nomi più noti in settori diversi. Ci sono le grandi finanziarie, le grandi banche, che potrebbero cacciarci in una nuova crisi dell’occupazione. Sono monopoli con cui è impossibile avere un rapporto critico, o conflittuale. Di alcuni di essi non sapremmo fare a meno, anche se non siamo patiti dei telefoni tuttofare. Le piattaforme mondiali dirigono il lavoro di molti di noi: dovremmo cercare i modi di difenderci, anche usando o costruendo organizzazioni sindacali. Ci sono anche i sindacati dei padroni, che difendono interessi opposti a quelli di chi lavora (ci saranno convergenze: il gioco non è a somma zero; ma i precari vogliono stabilità e reddito e quelli vogliono flessibilità e costi bassi). Un governo che collabori con i sindacati dei padroni e non tratti con quelli dei lavoratori, come è accaduto col Governo Renzi, può produrre, ha prodotto, guai irreversibili.

Anche dai sindacati dei lavoratori bisogna difendersi, all’occorrenza. Bisogna criticarli. Aderire a sindacati minori se è necessario; crearne di nuovi se possibile. C’è bisogno di leghe di lavoratori che guardino lontano ma agiscano vicino. Non ci sono ricette valide per tutti. Quello che è sicuro è che in questo mondo di mastodonti da soli non si va da nessuna parte. L’orgoglio della originalità, dell’autonomia, della individualità, teniamocelo per le idee.

 

Gli asini e gli elefanti

Gli autori e i lettori degli “Asini” hanno a che fare con i sindacati, grandi e piccoli (in effetti si tratta di una mandria di elefanti, alcuni vecchi, enormi, altri giovani e un po’ più vitali, altri che inciampano ancora nella proboscide) o come intellettuali o come operatori sociali.

Come intellettuali hanno visto gli anni migliori, di lotta, di crescita, dei sindacati maggiori, ne vedono la decadenza, la debolezza, la sclerosi e suggeriscono loro – hanno suggerito – mutamenti organizzativi che dovrebbero renderli istituzioni più democratiche, funzionanti, efficaci.

Non credo di aver mai condiviso la scelta di suggerire mutamenti organizzativi ai vertici sindacali, neanche quando i suggerimenti venivano da amici fraterni, come Carlo Donolo. I sindacati sono organizzazioni di persone anche molto diverse, con idee e interessi diversi, universalistici e particolaristici. I vertici ne sono insieme i prodotti e i gestori. Nei momenti creativi, di movimento, le idee e le proposte istituzionali possono essere molto importanti. Possono dare forma definita a rivendicazioni socialmente molto forti ma non molto precise: lo Statuto dei diritti dei lavoratori nasce da riflessioni giuridiche che precedono il movimento sociale della fine degli anni sessanta. Ma i mutamenti importanti interni ai sindacati – i consigli, le rappresentanze unitarie – sono venuti da adesioni nuove numerose, di massa, non da suggerimenti ai vertici. I vertici possono aiutare o combattere i mutamenti; non possono produrli. Vittorio Foa è stato un sindacalista importante in un momento creativo. Poi ha fatto altro. Bruno Trentin, è diventato un sindacalista importante in un momento creativo, e lo è rimasto, in sostanza, per tutta la vita. È riuscito a realizzare alcune misure di vertice, come le quote femminili, che furono inizialmente una sua iniziativa, ma è stato schiacciato, alla fine, dall’inerzia, dalla sordità, dell’organizzazione.

I Diari 1988-1994 di Bruno Trentin sono la cronaca di una impotenza, di una disperazione. Forse Trentin non era un uomo allegro di suo, ma i momenti di serenità gli venivano dagli affetti, da ambienti che gli erano particolarmente cari, dalla montagna (seria – le foto di alcune pareti che scalava fanno impressione anche a un tenace frequentatore di sentieri). L’infelicità gli veniva dalla Cgil, di cui era Segretario Generale, dai suoi funzionari.

Quello che possono fare utilmente persone esterne alle organizzazioni, con qualche competenza, sono analisi sociali, proposte di strutture giuridiche, di vie di uscita da posizioni difficili, che si vedono forse meglio da lontano che da vicino. Oppure si può essere membri attivi, senza troppe illusioni. La macchinosità delle organizzazioni maggiori è mostruosa. La Cgil, come sappiamo, ha più di metà degli iscritti nel sindacato pensionati, lo Spi. In passato i pensionati valevano per una certa frazione di lavoratore, come un tempo i neri negli Stati Uniti. Ora valgono un lavoratore intero. Avrebbero la maggioranza automatica in ogni congresso, ma hanno contribuito ad accettare, a non contrastare abbastanza, non solo la legge Fornero ma l’inclusione nell’Inps dei fondi pensione di categoria, come l’Inpdai dei dirigenti di aziende industriali (indebitatissmo per gli aumenti a fine carriera), in aggiunta agli elettrici, ai telefonici, ai trasporti, che erodono l’attivo considerevole del Fondo lavoratori dipendenti. La Cgil non è un’assemblea che vota e decide a maggioranza. È una Confederazione che organizza interessi, anche diversi, e addirittura contrapposti.

Gli asini operatori sociali hanno rapporti obbligati con le sedi sindacali locali, cioè con la coda, con la proboscide dell’elefante, come li hanno con gli Enti locali, con le Fondazioni bancarie, in quanto membri di associazioni che hanno bisogno di sostegni organizzativi e di fondi. Hanno o potrebbero avere rapporti in quanto lavoratori precari, o volontari obbligati, nel senso che fanno non solo attività politica o caritativa ma un vero lavoro, che nessuno riconosce e paga.

Sulle analisi sociali non c’è molto da dire. Ognuno fa quello che può e sa fare; qualche volta su temi importanti e con parole alte; qualche volta su dettagli e con parole grigie. Sugli operatori sociali ci sono più problemi, fallimenti e successi da raccontare, più proposte.

 

Gli asini come utenti dei sindacati e come lavoratori

Gli operatori sociali hanno una funzione specifica e una situazione come lavoratori anche più incerta e ambigua dei precari ordinari. Fanno ciò che fanno perché hanno scelto di farlo, perché gli sembra molto importante. Ma hanno anche bisogno di lavorare e di essere pagati per vivere. Sono, dovrebbero essere, cittadini particolarmente attenti ai diritti, propri e altrui, rispettosi, oltre che critici, delle leggi, critici attivi di ciò che i pubblici funzionari e i dirigenti delle associazioni e delle fondazioni fanno. Ma dipendono dai pubblici funzionari, dalle associazioni, anche sindacali, dalle fondazioni, per raggiungere gli scopi che si propongono. Qualche volta suppliscono alle carenze di servizi pubblici e lo fanno per retribuzioni anche molto minori di quelle dei pubblici dipendenti che svolgono funzioni analoghe. Il principio dovrebbe essere chiaro: il volontariato deve essere realmente volontario e gratuito; il lavoro deve essere regolare e retribuito decentemente. L’ho sentito ripetere da Paolo Ferrero quando era ministro in carica e si comportava anche bene, come ministro non come portavoce del suo partito. Ma succede di rado.

Il lavoro dei volontari e degli operatori sociali si intreccia con alcuni dei problemi maggiori del paese: l’accoglienza dei migranti, la povertà, la malattia mentale, l’occupazione delle case da parte di chi non ha una casa. La gravità della situazione dipende anche dai nostri fallimenti, dalla nostra incapacità (o impossibilità) di trasformare il nostro lavoro quotidiano in proposta politica comprensibile dai nostri concittadini, in leggi adeguate, sensate. Farò esempi presi soprattutto dall’accoglienza dei migranti perché è il settore di cui mi sono occupato, che in passato ho conosciuto bene, i cui fallimenti mi coinvolgono come tutti gli altri.

L’arrivo degli stranieri è avvenuto soprattutto in anni in cui trovare lavoro mal pagato, regolare o irregolare che fosse, al sud, soprattutto in agricoltura, e al nord, soprattutto nell’edilizia ma anche nell’industria, era praticamente sicuro. Il tasso di occupazione degli stranieri nel 2008 era dieci punti più alto di quello dei cittadini italiani. In questo senso il sistema Italia non ha accolto nessuno ma solo usato lavoro a basso costo. I problemi erano la casa, i permessi, il ricongiungimento con le famiglie. Le condizoni dell’arrivo e del lavoro erano atroci. Basta leggere, di Alessandro Leogrande, Uomini e caporali sui braccianti in Puglia e Il naufragio sull’affondamento della Kater i Rades, o guardarsi in giro e leggere i giornali, per rendersene conto.

I volontari e le organizzazioni caritative, prima fra tutte la Caritas migrantes, come si chiamava allora, hanno cercato di soccorrere, aiutare a fare documenti, approfittare delle sanatorie, sfuggire alle trappole burocratiche. Le sanatorie, la strada maestra per l’ingresso, insieme ai permessi di soggiorno per motivi umanitari, sono state vere alluvioni, maggiori con i governi di destra come quella, di 600mila, per la Bossi-Fini. Noi siamo andati a informare, a regolare le code, a chiedere il permesso al Prefetto di Torino, correttissimo e aperto, di usare il piano terra della sua sede ufficiale per compilare domande e assemblare documenti. Non siamo riusciti neppure a formulare in termini politicamente gestibili la richiesta di abolire il reato di emigrazione clandestina o quella di predisporre vie d’ingresso legali per chi era realmente all’estero e di regolarizzazione continua per gli irregolarmente presenti con un lavoro o alla ricerca di un lavoro. Venivano i datori di lavoro ad aiutare a regolarizzare i loro dipendenti “informali”. I funzionari della Camera di commercio, che allora c’era ancora, presenti anche loro, commentavano che era partita la più grande truffa organizzata del paese. Era vero. Ma lavoratori senza libretti e senza permesso di soggiorno si trasformavano in lavoratori con un contratto, un permesso e, in prospettiva, la residenza. A cercare casa, o a fingere di averne una, li si poteva aiutare.

Abbiamo fatto tutti, con meno successo, meno visibilità, come il sindaco di Riace. I più con meno rischi personali, alcuni con coinvolgimento personale totale. Nell’immediato non c’era altro da fare. E quelli che non si sistemavano qui? Quelli potevano sempre prendere un treno e andare a nord o a ovest. Non siamo riusciti neppure a coinvolgere le organizzazioni sindacali, in particolare la Cgil, perché la Cisl e le Acli, con il nostro stesso difetto di aiutare ad aggirare la legge, qualcosa di più hanno fatto.

Poi è arrivata la crisi e il mondo ci ha presentato il conto. Le leggi sono peggiorate, il clima politico e umano è peggiorato, i nazionalisti parafascisti hanno fatto dell’immigrazione una risorsa elettorale apparentemente illimitata. Cosa pretendo dagli asini, che fanno i loro corsi agli stranieri, li ospitano e aiutano, di più di quello che siamo riusciti a fare noi?

Non pretendo nulla, ovviamente. Spero che si rendano conto di ciò che sta capitando e che provino a far fronte. Ci sono rivolte sindacali di italiani e stranieri nella logistica e negli alberghi, malgrado l’esercito industriale di riserva sia cresciuto e prema su di loro. La condizione degli asini volontari, per quel che vedo in giro, diventa, col tempo, insostenibile. Sarà un fatto limitato alla mia cerchia, che invecchia con me, a più di 40 anni di distanza, ma non sento più nessuno dire che la “flessibilità” può essere un vantaggio. Gli asini dovrebbero provare a organizzarsi, a cercare contatti sindacali, grandi o piccoli, a pungolare un po’ il loro elefante preferito, senza illudersi di poterlo influenzare parlandogli nell’orecchio.

Con i vecchi lavoratori e lavoratrici che vogliono le cose solo per loro bisogna confrontarsi, anche aiutarli a risolvere i loro problemi, che possono essere serissimi. Ho sentito, a un convegno della Cgil, una Oss di Pinerolo protestare perché di lei, che ha più di 60 anni, dolori alle giunture, un figlio disoccuppato, non si occupa nessuno. “Che cosa volete, che vada a lavorare col girello?”

Bisogna almeno dirli i suoi problemi. Farli conoscere. Farle capire che le donne eritree, etiopi, nigeriane, rumene, albanesi, che, con molta parsimonia, qualche volta i sindacati ascoltano, sono con loro, come loro. Noi non ci siamo riusciti. Provateci voi, perché il clima è peggiorato. Siamo nell’emergenza come prima non eravamo. Non ci daranno tregua.

 

 

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