Stelio Mattioni, a Trieste

di Cristina Battocletti

Quella che segue è l’introduzione a un romanzo di uno scrittore che abbiamo molto amato, riproposto dalle edizioni Vydia di Montecassiano (Macerata).

 

Un neonato con le sembianze di un adulto, “che esiste nell’inesistente”: Stelio Mattioni in Di sé con gli altri ci pone di fronte a un nuovo antieroe del suo immaginario spiazzante e corrosivo. Una creatura collodiana, un Pinocchio, ma in car-ne e ossa, privo di tentazioni e di propensione al male, come al bene. Estremamente docile, “uno smemorato che deve imparare tutto”, imita gli altri, cercando di conoscere il senso del tempo che non possiede. È un inetto, di sveviana o musiliana memoria, impreparato all’assurdità della vita.

Già uomo fatto, viene alla luce in una casa ai limiti del bosco di un paese in cui le città prendono il nome delle lettere dell’alfabeto. Ad accompagnarlo nei primi passi è una donna, tutt’altro che madre, Annina, la pazza, deforme, il capro espiatorio su cui tutti possono addossare i mali della società. Annina lo accudisce con una generosità istintuale e, con altrettanta forza lo espelle, quando vede che è in grado di proseguire da solo, proprio come fanno gli animali con i cuccioli, a conferma dell’amara concezione leopardiana che l’uomo è uno sbaglio della Natura.

L’uomo nuovo non possiede nulla, nemmeno un nome: glielo darà il Partito, entità onnipresente e onnivora, che lo battezza Giorgio Di Giorgio, e lo alleva e istruisce senza amore, come una cavia umana, un contenitore vuoto da riempire, una spugna che si imbeve di saperi senza che in lui fiorisca il vero apprendimento. Di cibo Giorgio non parla mai, e anche il sesso è una stancante pratica, cui lo sottopone la segretaria, infiltrata segretamente dall’opposizione, di fatto per controllarlo e sfinirlo, o perché non sviluppi un suo pensiero autonomo. Come invece comincia a fare: in lui nascono osservazioni e reazioni, il rifiuto e il desiderio.

Questo romanzo è stato scritto da Mattioni nel 1996, un anno prima di morire, e stupisce l’estrema attualità della riflessione sull’uomo, che oggi potrebbe essere traslata nel di-battito sull’intelligenza artificiale, sui confini dell’emotività robotica.

Scrittore tardivo, scoperto dall’editore Roberto Bazlen sulla soglia dei quarant’anni, Mattioni con questo romanzo torna alla lingua primigenia, figlia della vena poetica che Baz-len non gli riconobbe. Mattioni esordì infatti con una raccol-ta di versi, La città perduta (Schwarz, 1956). La forma letteraria contratta di quest’ultimo romanzo, povera di verbi e imperniata sull’uso di participi, riporta infatti alla poesia. Una lirica che deve molto alla città, Trieste, in cui Mattioni nacque e visse, in cui necessariamente l’espressione non poteva cedere alla loquacità, intersecata tra tedesco, sloveno e italia-no: bisognava farsi capire, e la comunicazione, tutt’altro che filosofica, soprattutto commerciale, era spiccia, pratica, veloce. Eppure aulica e sognante, e perfino buffa.

Il protagonista di Di sé con gli altri deve molto poi alla cosiddetta triestinità degli anni in cui l’autore crebbe: l’attendismo nefasto del fortwurtsteln che impedisce di fare un passo in autonomia, aspettando la manna dall’alto come gli impiegati delle assicurazioni che avevano appunto “la vita assicurata”, per dirla alla Bazlen. E Trieste era e rimane il luogo di molte creazioni letterarie di Mattioni, in maniera esplicita in Vita col mare (Adelphi, 1973), La stanza dei rifiuti (Adelphi, 1976), Il richiamo di Alma (Adelphi, 1980); è anche nell’ombra in Dolodi (Zandonai, 2011), in cui è presente senza mai essere citata.

In Di sé con gli altri lo scenario è orwelliano, molto simile alla burocrazia disumanizzante dell’impero sovietico (certo più vicino a Trieste che ad altri luoghi d’Italia, anche per la prossimità alla terza via socialista dell’ex Jugoslavia). L’uomo come nei gulag, è costretto a lavori inutili in un tempo dilatato, in modo che abbia sempre consapevolezza della sua inutilità, su cui si innesta la vigliaccheria e il desiderio di prevaricazione del sé sugli altri.

Mattioni ha una visione politica profetica di quello che sa-rebbe successo in Italia negli anni dopo la sua morte: la creazione di una corrente politica basata sulla figura di un capo carismatico, come Forza Italia, che allora era appena “scesa” in campo: su Giorgio Di Giorgio si investe, infatti, esclusivamente per la sua somiglianza a Lui, il capo del Partito. Profeticamente si individua una spaccatura nel Partito che preconizza quello che sarebbe accaduto di lì a qualche anno alla sinistra italiana. L’abilità dell’artista sta infatti nell’afferrare e delineare nettamente le pulsioni e le increspa-ture appena si manifestano nella società.

Di sé con gli altri è un libro anomalo nella produzione di Mattioni, in cui però si ravvisano tematiche care all’autore: l’eco dell’esasperata burocratizzazione mitteleuropea e kafkiana, grazie a cui Giorgio Di Giorgio sale i piani del Palazzo, come la pedina di un ingranaggio in cui ogni mansione individuale è irrazionale, una dispersione di forze, utile solo a mantenere il potere altrui.

L’universo femminile continua a essere un mondo a parte, sia come archetipo romantico della ricerca dell’anima – l’Alma che cambia ogni volta –, specchio misterioso dell’interiorità; sia come fonte di rinascita – Sisina e il lupo (Spirali, 1997) –, sia co-me mera compagna di sessualità, spesso usata come macabro strumento di sottomissione, secondo reminiscenze freudia-ne.

Di sé con gli altri è una favola nera come Il re ne comanda una, dove una donna fugge con le figlie dalla casa coniugale e incontra un incubo peggiore di quello che ha lasciato. Un fantasticare sempre di un’altra vita (Il sosia), che da un’inquietudine ne spalanca un’altra. Ambiti conchiusi e au-tosufficienti, come la Stanza dei rifiuti dove Alberto macina la propria vita famigliare, in preda a forze malefiche e autocomburenti. Situazioni paradossali, che Mattioni si immaginava nella sua stanzetta-studio della casa triestina, in cui si rinchiudeva dopo il lavoro alla raffineria Aquila: lì poteva cambiare pelle e diventare “altro da sé”, richiamando il titolo di questo romanzo rimasto troppo a lungo inedito.

Di sé con gli altri trasmette una visione inquietante e surreale, spinge al parossismo la ribellione contro il formalismo della quotidianità lavorativa, attraverso la scrittura, come fe-cero prima di lui Svevo e Kafka. Nascono allora personaggi impensabili, assolutamente imprevedibili, in cui il dipanarsi della storia è oscuro, mai prono alla logica commerciale del lieto fine. Ma piuttosto folle, triste, tranchant, senza bisogno di preparare il lettore a un terreno condiviso, “massaggiandolo” di attenzioni propedeutiche alla comprensione del finale. Il lettore, al pari dello scrittore, deve aspettarsi tutto dalla vita come da un romanzo, pertanto è naturale che si trovi spiazzato, smarrito, abbandonato d’un tratto da una storia da cui era rimasto avvinto. Bazlen aveva definito la scrittura di Mattioni “invasata”, volendogli fare un complimento, intendendola come “necessaria e intensa”, senza rinunciare allo “humor grottesco e straziato”. Mattioni, re della sottrazione, fedele solo alla sua fantasia, ha una comicità sinistra e accanita, capace di creare il mistero che non abbandona nemmeno sul finale, quando lascia il lettore pensoso a riflettere su un mondo di formiche sotto cui si nasconde lo sguardo del gigante.

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