Riace e la Calabria possibile

di Marco Gatto

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In fondo, lo sapevamo già da mesi: all’avviso di garanzia sarebbero seguite disposizioni molto più dure per colpire Mimmo Lucano e il modello-Riace. Troppo scomoda, troppo ingombrante, quella maniera di intendere l’accoglienza nell’Italia di Minniti e di Salvini. E, soprattutto, disobbediente in modo troppo manifesto il suo agire politico: perché i reati che vengono imputati a Lucano – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e gestione illecita di appalti relativi alla raccolta dei rifiuti – crollano di fronte alla ferma decisione, che a Riace va dispiegandosi da più di un decennio, di aggirare pacificamente una legge iniqua in nome della giustizia sociale, di volta in volta inventandosi espedienti per garantire ai rifugiati la speranza di una nuova vita. Si chiama disobbedienza civile. E, nella Calabria infestata dalla malavita, sedotta da Salvini (tanto di tributargli uno scranno in parlamento), preda del caporalato più feroce, amministrata dalla potenza criminosa delle organizzazioni ’ndranghetiste, è l’unico modo per lanciare un segnale di resistenza e diversità. Ben venga allora il coinvolgimento di soggetti capaci di gestire la raccolta dei rifiuti assumendo manodopera migrante, per ostacolare il mercato, questo sì inquinante, delle ecomafie; ben vengano persino gli escamotage più curiosi per garantire a una giovane donna di colore il diritto di respirare. Facciamoci, invece, due domande sul perché la magistratura calabrese preferisca impiegare il suo tempo a scandagliare i cassetti privati di un uomo come Lucano, che, come confermano le indagini, non ha mai operato per tornaconto personale. Chiediamoci inoltre in che misura – e rispetto a quale proposito politico – si debba pilotare la solita macchina del fango per devastare un’esperienza simbolica così viva, così concreta, che nell’estremo Sud – accanto ad altre tante piccole insorgenze e resistenze – sembra un miracolo. Colpire Lucano significa colpire l’idea di una gestione diversa dell’accoglienza: qualcosa che, come ha ribadito lo stesso sindaco, va oltre la dimensione affaristica, va oltre il mercato dei progetti di solidarietà, va oltre la visione utilitaristica, spesso presente nelle stesse organizzazioni del settore. A Riace non è data alcuna “gestione” del fenomeno migratorio (o del “problema” migratorio, che, peraltro, le cifre ci dicono inesistente, ma che viene enfatizzato dalla destra e dalla stampa servile); a Riace si è andata manifestandosi, in risposta allo spopolamento di una terra abbandonata a causa della miseria, la volontà di rifondare una comunità, di rivitalizzare i luoghi, l’economia locale. Di questo processo tutta Riace è stata protagonista; e di questo processo tutti i riacesi hanno beneficiato.

Non deve però sfuggire un dato contestuale, che rischia di essere cancellato dalla comprensibile euforia con cui la sinistra, il mondo della cultura, gli intellettuali hanno in questi giorni manifestato vicinanza a Lucano. Il quale – lo si deve sottolineare – conosce bene gli inganni della visibilità e sembra essere cosciente di come possa essere dannosa la trasformazione della sua persona in simbolo o mito. Il dato a cui mi riferisco riguarda il contesto in cui l’esperienza di Riace si colloca: se esistesse una questione meridionale oggi, essa dovrebbe anzitutto riflettere sul quadro antropologico di una regione che, isole di civiltà a parte, si è scoperta sempre più disponibile a essere il laboratorio del berlusconismo, prima, e del salvinismo, poi. Fino a giungere – e lo vedremo nei prossimi mesi – a rappresentare, forse, la vera avanguardia della nuova destra in Italia, tra populismo e xenofobia. Il motivo è semplice: la Calabria, prodotto storico di una modernità mancata, è il teatro ideale di una guerra tra poveri fondata sulla visione dell’altro, del diverso, del migrante come minaccia. Questioni più che materiali e più che concrete stanno alla base di un nuovo razzismo che non ha bisogno dei miti occidentali della superiorità per valorizzarsi: i diseredati che arrivano sono oggetto di una schiavitù amministrata, regolata, legalizzata e scarsamente denunciata, che inquina il mercato del lavoro e favorisce le mafie. A loro i residenti, già figli di una povertà spesso estrema, guardano con rancore; e il loro sguardo feroce è condiviso anche da un infiacchito e sempre meno abbiente ceto medio, geloso dei propri possessi e spaventato da qualsivoglia rivolgimento sociale che metta in crisi una consolidata, seppure in caduta, condizione patrimoniale. Il reddito di cittadinanza è solo un ulteriore specchietto per le allodole per sedare possibili contrasti, una manovra tranquillizzante di contenimento.

Da questo contesto nasce il crescente consenso riservato alla Lega, specie nel reggino. Da qui nasce, tuttavia, anche la risposta attiva di Lucano e del suo modello a una condizione antropologica e sociale insopportabile. È per mezzo della sua proposta disobbediente che Riace ha mostrato anzitutto come sia possibile ricostruire una comunità rifondandone i valori e orientando quest’ultimi verso pratiche di riconoscimento sociale del tutto aliene dalla retorica della paura. Un micro-mondo, quello riacese, che nasce certamente nutrito da una fortissima spinta utopica, ma che ben presto realizza concretamente una visione dei rapporti sociali su base comunitaria, con una vocazione anti-utilitaristica. Non bisogna trascurare quel che c’è attorno: l’abbandono dei paesi, la privatizzazione delle coste, lo stupro del territorio, la dismissione delle attività agricole e rurali, e soprattutto una complessità sociale che attribuisce autorità e presenza alla malavita, e che di conseguenza rende sterile la presenza delle istituzioni, che in gran parte si limitano a governare il collasso (favorendolo). La Calabria, nonostante Riace, è pur sempre quella miscela esplosiva di tribalismo e postmodernità aggressiva che la rende ostaggio, nel presente, delle pulsioni politiche più retrive. Dico questo perché nulla potrebbe essere più dannoso dell’annebbiamento che può provenire dall’euforia: quel che è accaduto e quel che sta accadendo dev’essere compreso con molta lucidità, senza entusiasmi e senza volontaristiche fughe in avanti; va cioè compreso nel quadro di una complessità materiale che non può essere neutralizzata da sterili racconti o da nuove mitologie. È una prospettiva economica e sociale differente, quella che Lucano e i riacesi hanno mostrato e hanno messo in gioco, indicandoci una strada: la possibilità che nello strapotere territoriale delle mafie a conduzione capitalistica possano comunque esplodere conflitti, valere esempi differenti, darsi possibilità diverse. Riace non è solo il simbolo di una comunità costruita su altri presupposti: è anche l’occasione per comprendere come la sua dimensione sia una risposta attiva e alternativa a una gestione economica e sociale che istituzionalizza, spesso occultandoli, fenomeni di nuova schiavitù umana, di perdurante violenza collettiva, di annientamento del territorio.

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