Lo sguardo crudele di V. S. Naipaul

di Paola Splendore

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È morto a 85 anni, nella sua casa di Londra, lo scrittore e saggista anglofono V.S. Naipaul, premio Nobel per la letteratura nel 2001, noto per la riservatezza e il carattere aspro e burrascoso, che si manifestava perfino in occasioni pubbliche e nelle rare interviste concesse. Ricchissima la sua produzione letteraria e saggistica, più di trenta volumi, in cui si mescolano forme e generi, vissuto e invenzione, e reportage di viaggi in tutto il mondo. Il viaggio, in particolare, è al cuore della sua esperienza di scrittore e di uomo: voleva scrivere di cose su cui non esistevano ancora libri e per farlo doveva viaggiare, conoscere, guardare con i suoi occhi. Ne parla nel discorso di accettazione del Nobel, quando descrive il primo impulso al viaggio e alla scrittura con la necessità di dissolvere la cortina di ignoranza che separava il villaggio di un’isola dei Caraibi in cui era nato dal resto del mondo: “Le aree di tenebra da cui ero circondato da bambino divennero i miei temi. La terra, gli indigeni, il Nuovo Mondo, la colonia, la storia, l’India, il mondo musulmano al quale pure mi sentivo legato, l’Africa e infine l’Inghilterra, il luogo in cui scrivevo.” Con lui comincia, in qualche modo, il romanzo postcoloniale.

Cosmopolita per biografia e per vocazione, Naipaul ha fatto dell’esperienza dello sradicamento e dell’esilio interiore la materia prima di ogni sua opera. Era nato a Trinidad nel 1932 in una famiglia indiana di casta brahminica; nel 1950 si era trasferito ad Oxford per gli studi universitari, e aveva scelto poi di stabilirsi in Inghilterra e di adottare la lingua inglese, ma continuò per tutta la vita a non sentirsi né inglese né indiano. A Oxford vive anni di solitudine e disperazione nel corso dei quali si manifestano i segni di una depressione che ciclicamente si riaffaccia nella sua vita. Sono l’ambizione e il sogno di diventare scrittore a sostenerlo, e l’incoraggiamento del padre, giornalista e scrittore mancato, come è registrato nelle coinvolgenti lettere a casa di quel periodo, pubblicate in volume nel 1999 Between Father and Son, non ancora tradotte in italiano.

Erano gli anni della prima ondata migratoria dalle ex-colonie inglesi, e solo nella maturità, quando scrive il romanzo autobiografico L’enigma dell’arrivo (1987), Naipaul si rende conto di essere stato testimone e partecipe di un importante momento storico, un movimento non meno significativo di quello che era andato a costituire la popolazione degli Stati Uniti d’America, e che aveva fatto di Londra il crocevia di incontri tra genti di culture diverse. Ma anche l’Inghilterra lo avrebbe deluso e lui si rimette in viaggio, tra India, Africa, Stati Uniti, Europa, spesso tornando nei luoghi delle sue radici, per scrivere libri carichi di amarezza e delusione, come Un’area di tenebra (1964), resoconto del suo primo viaggio in India dove, schiacciato dalla folla e oppresso dal clima, si aggira per le strade da straniero alla ricerca di qualcosa che lo aiuti a collegarsi alla sua esperienza di indiano cresciuto in una piccola isola dei Caraibi. Manterrà lo stesso sguardo lucido e disincantato nei viaggi successivi, osservando e criticando ciò che vede, uno sguardo crudele, quasi ‘artaudiano’, privo di filtri ideologici o censure, capace di registrare ogni dettaglio dell’esperienza senza lasciar trasparire alcuna emozione. Molto discussi i reportage dai paesi asiatici, India, una civiltà ferita (1977), Tra i credenti: viaggio nell’Islam (1981) e Fedeli a oltranza: viaggio tra i popoli convertiti all’Islam (1988), che gli valsero accuse di razzismo e islamofobia, ma col senno di poi opere oneste e in qualche modo profetiche.

Naipaul parla di sé essenzialmente come “scrittore intuitivo”: “Non ho mai avuto un piano. Non ho seguito nessun sistema. Ho lavorato d’intuito. Ogni volta il mio fine era quello di scrivere un libro, di creare qualcosa che fosse facile e interessante da leggere.” Ed è questo che ha fatto in una carriera letteraria lunga più di cinquanta anni. Che si tratti di un saggio o di un romanzo, la forza di Naipaul è nella narrazione, nell’eleganza della scrittura, nella capacità di usare generi e linguaggi diversi nello stesso testo – cronaca fiction storia antropologia – come nei suoi romanzi maggiori, spesso a sfondo autobiografico, in cui mettendo a frutto l’esperienza del viaggio riflette sull’alienazione della vita coloniale. Dopo l’esordio con Il massaggiatore mistico (1957), sull’ascesa e caduta di un opportunista politico, che da tribuno del popolo si converte nel leale servitore dei coloni inglesi (portato al cinema da Ismail Merchant nel 2001), e i racconti di Miguel Street (1959), analoghi per tanti versi al joyciano Gente di Dublino, Naipaul scrive romanzi che sono tra i più importanti della letteratura del Novecento: Una casa per il Signor Biswas (1961), l’epopea di un personaggio tragicomico dietro cui si cela la figura paterna e il suo tentativo di trovare un’identità che lo differenzi da un replicante della cultura coloniale; un tema centrale ripreso con I mimi (1967), il cui protagonista Singh finisce, suo malgrado, per essere parodia del bianco; Sull’ansa del fiume (1979) sulle identità divise di un piccolo commerciante indiano trapiantato in Africa. Opere ricche di intuizioni sul modo in cui il colonialismo contamina la psiche del soggetto coloniale, sulla precarietà dell’esistenza e sulla solitudine della scrittura.

Con Una via nel mondo (1994), annunciato come l’addio alla forma romanzo, Naipaul torna allo scenario delle sue prime opere narrative, dove tutto ha inizio, a quel profondo legame empatico che sempre si avverte dietro il distacco ironico dello scrittore, dietro la sua maschera beffarda e il suo inimitabile understatement. È evidente tuttavia la perdita di interesse dello scrittore per la narrazione di invenzione, e la sfiducia nella sua possibilità di comunicare il senso – un senso – della realtà e della Storia. Naipaul sembra percepire come una gabbia inutile la costruzione di un intreccio quando ciò che intende comunicare è quel che significa stare nel mondo, essere immersi nella realtà e al tempo stesso trasmettere l’esperienza della scrittura. È da questo che nascono le opere dell’ultimo periodo, in cui lo scrittore ricompone le tante storie ascoltate, vissute, ritrovate nella memoria, nei documenti storici, nei racconti di viaggio da un paese all’altro e da un’epoca all’altra, riuscendo ancora a immergere il lettore nello spirito del luogo e del tempo.

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