I bambini di Giove, al saggio di fine anno

di Piergiorgio Giacché

murale di Margaret Kilgallen

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I bambini di Giove vengono da un olimpo scolastico raro, che non si sa più come definire, una volta che la “buona scuola” l’hanno rubata i politici, e le “eccellenze” si regalano a tutti gli istituti dotati di informatica, elettronica, robotica e altri giocattoli nuovi di zecca. La scuola di Giove non è dunque eccellente ma efficiente e perfino divertente: non ha nuovi giocattoli ma proprio per questo ancora sa “giocare”, che è poi il verbo del teatro.

La scuola di Giove è quella di un piccolo paese umbro con un “piccolo maestro” un po’ alla Meneghello, che cioè non smette di essere “studente e partigiano” di una pedagogia dove il Dire e il Fare e il Pensare crescono l’uno sull’altro e si confondono in una unica esperienza… Non dovrei fare i complimenti a Franco Lorenzoni che ne ha già accumulati abbastanza, ma quando vedo i processi e tocco i risultati della sua “scuola”, non posso tacere e non voglio mentire… I bambini di Giove, una volta arrivati alla licenza di quinta diventano “fanciulli”, ovvero entrano nell’anticamera dell’adolescenza, che poi non è l’età della crisi (come dicono gli psicologi) ma quella dell’apertura (come dice un pedagogo come Aldo Capitini): quella fase in cui si acquista il coraggio e non si perde la purezza, si incomincia una storia ma non si interrompe l’avventura. Quella fase in cui la “sorpresa” della coscienza li turba e intanto li entusiasma, li spinge verso “il giusto, il buono, il vero, il bello” – perché così si chiamano e si mettono in fila i “valori”, sempre secondo Capitini. Ed è appunto ad Aldo Capitini che i fanciulli di Giove hanno dedicato un loro “saggio di fine d’anno”. Un compito in classe di tutta la classe che viene composto e proposto come se fosse teatro, ma solo perché la scena è la lavagna orizzontale dove ci si può muovere con il corpo e scrivere con l’azione quello che si è imparato e inventato a scuola. Quest’anno, il tema era lo studio e la scelta tra la Pace e la Guerra, e lo svolgimento combinava le riflessioni dei giovani alunni e le citazioni di antichi autori come Erodoto e Aristofane e moderni profeti della nonviolenza come Gandhi e Leymah Gbowee.

Io il loro “saggio” l’ho visto a Foligno, nel giovane teatrino dello Zut, diretto e curato da Michele Bandini ed Emiliano Pergolari, anche loro nati e “imparati” in una scuola, anzi nella Non-scuola di teatro di Ravenna. Da Giove erano venuti i ragazzi con le loro famiglie, ma è stata la prima volta – a mia memoria – che i genitori e i parenti si sono comportati da vero pubblico adulto e suddito, evitando quel vizio di festeggiare e fotografare ciascuno il proprio figlio, come in tutte le altre occasioni di ‘teatro scolastico’ accade di vedere e dover sopportare. Soltanto al finale è arrivato l’applauso, dovuto non allo spettacolo ma al suo contrario: l’ammirazione per la coralità e la concentrazione di una classe che restava totalmente immersa nel “suo” gioco.

Ecco, si è trattato di “teatro del gioco” invece che di gioco del teatro: di fronte a un pubblico, certo, ma chiuso e concluso nel cerchio dei loro corpi o nel campo delle loro azioni. Un gioco che può usare un linguaggio teatrale ma continua a obbedire alla sue regole e ritmi che alternano serietà e libertà, impegno e divertimento; un gioco aperto alla vista ma non sottomesso al “farsi vedere”. Appena un passo più in là e l’esposizione si sarebbe falsata in esibizione, ancora un altro passo e i giocatori “professionisti” si sarebbero corrotti in attori “dilettanti”, e perfino traditori del teatro del gioco a vantaggio del dare spettacolo…

Ma questo non è successo, il limite non è stato superato e nemmeno sfiorato, come per un miracolo della regia, anzi per merito della “scuola”.

I bambini di Giove adesso andranno alle medie, ma si può scommettere e insieme sperare che – dopo essere diventati tutti insieme un “saggio” – non rientreranno facilmente e immediatamente nella “media”. Non se restano insieme, non se hanno davvero imparato le regole del gioco.

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