Giancarlo Gaeta, lettore di Simone Weil

di Isabella Adinolfi

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È uscita di recente per i tipi della casa editrice Quodlibet Leggere Simone Weil, l’ampia, intensa monografia che Giancarlo Gaeta ha dedicato alla pensatrice francese. L’opera, che raccoglie le prefazioni e postfazioni più importanti che a partire dal 1982 hanno accompagnato le traduzioni italiane delle opere della Weil pubblicate a cura di Gaeta o di M. C. Sala o di entrambi, ricostruisce l’itinerario esistenziale, intellettuale e spirituale della scrittrice francese nella sua interezza: dagli anni dell’impegno sindacale fino agli ultimi mesi trascorsi a Londra, negli uffici del Commissariato per gli Interni e il Lavoro di “France Libre”; dalle lezioni tenute dalla giovane professoressa a Roanne e dal diario di fabbrica fino alle opere mistiche degli ultimi anni. Un itinerario complesso, coerente ma non lineare, tenuto insieme dal sotteso fil rouge della forte personalità della filosofa, da quel suo carattere estremo e passionale, riconoscibile in tutti i suoi scritti, che giunge infine a piena manifestazione nella difficile fede della maturità. Una fede tormentata, ma autentica e integralmente vissuta e testimoniata, come del resto la sua filosofia che fu tutta e sempre “in atto e in pratica”.

Obbligata era dunque in un certo senso la scelta – dichiarata da Gaeta nella prefazione del volume – di servirsi per la sua lettura unitaria dell’esperienza di Simone Weil della documentatissima e ricca biografia scritta da Simone Pétrement che fu legata alla Weil da una lunga e solida amicizia nata sui banchi del Lycée Henri IV e durata fino alla morte precoce della filosofa all’età di 34 anni. Non è un caso quindi che Leggere Simone Weil si apra con il capitolo “Le due Simone” che introduce alla lettura dell’intera opera, attraverso una finissima analisi del sodalizio affettivo e culturale che contrassegnò il rapporto tra le due amiche: “un’amicizia discreta, libera, rigorosa, fatta d’intense discussioni, di confidenze, di momenti spensierati, come di difficoltà, di incomprensioni, di silenzi rotti infine da una parola illuminante”.

Il capitolo punta giustamente i riflettori sul 1937, un anno “di stasi” per la Weil. La passione intensa con cui aveva vissuto l’esperienza rivoluzionaria, che nel 1935 l’aveva aiutata a sopravvivere alla fatica del periodo durissimo trascorso a lavorare in fabbrica e nel 1936 l’aveva spinta, malgrado la profonda ripugnanza che provava per la violenza, a prender parte alla Guerra civile spagnola nelle fila dei repubblicani, si era infatti a poco a poco esaurita nell’estenuante confronto con un problema che non poteva trovare soluzione sul mero piano politico e dell’azione sindacale: il problema della forza. Gli articoli scritti dalla Weil in questo periodo, sotto l’incalzare di eventi di cui prevede l’esito disastroso, sono intrisi di profondo pessimismo nei riguardi dell’ordine sociale che le appare – sotto qualsiasi forma si presenti – essenzialmente “malvagio” perché fondato sempre e comunque su rapporti di “forza”.

Questa parola, che incontriamo sotto la sua penna nell’analisi delle dinamiche sociali e politiche a lei contemporanee e che diverrà via via sempre più centrale nella sua riflessione, all’inizio è semplicemente opposta a quella di giustizia. Quale che sia l’argomento trattato – l’economia, la filosofia dell’hitlerismo, l’indagine sulle cause dell’oppressione o della cieca obbedienza – le analisi della Weil in questo periodo convergono tutte irresistibilmente, come falene intorno a un intensissimo fascio di luce, sulla nozione di “forza sociale”, nello sforzo di coglierne la natura specifica, ciò che la distingue dalla forza reale, fisica, quantitativamente misurabile, che vige in natura. E la conclusione cui esse invariabilmente pervengono è che la forza che opera nelle società umane è una forza illusoria, spesso menzognera, che fa leva sull’immaginario dell’uomo, si serve della suggestione psicologica, si fonda sul prestigio. La massa e il numero non costituiscono quindi socialmente una forza. Un esempio dello strano fenomeno per il quale nelle dinamiche sociali è come se “il grammo pesasse più del chilo” si andava materializzando, osserva Gaeta, proprio sotto i suoi occhi nello spettacolo “paradossale” cui assisteva in quegli anni d’immense moltitudini oppresse e sottomesse al comando di pochi o di un solo uomo, completamente asservite al potere e disposte a soffrire e morire per eseguirne gli ordini.

Ad acuire questa crisi c’era stato poi il viaggio in Italia. Fino ad allora la Weil non aveva mai cercato Dio, convinta “che il problema di Dio fosse un problema di cui quaggiù mancano i dati, e che l’unico metodo sicuro per evitare una soluzione errata […] fosse di non porselo”. Di conseguenza fin dall’adolescenza aveva pensato che “fosse nostro compito adottare l’atteggiamento migliore nei riguardi dei problemi di questo mondo, indipendentemente dalla soluzione del problema di Dio”. Se non che, come lei stessa racconta nella lunga lettera scritta a Padre Perrin nota come la sua “autobiografia spirituale”, improvvisamente ad Assisi, mentre si trovava sola nella piccola cappella romanica della Porziuncola all’interno di Santa Maria degli Angeli, dove S. Francesco aveva pregato così spesso, per la prima volta in vita sua si era sentita “obbligata” da “qualcosa più forte” di lei “a mettersi in ginocchio”.

Per semplice liaison des idées questa intensa esperienza spirituale non faceva che complicare ulteriormente la crisi in cui versava: come mettere in rapporto i risultati cui era giunta nelle sue riflessioni politiche e sociali, il suo disincanto e il suo pessimismo riguardo all’uomo, la sua radicale critica di ogni potere costituito, con la dimensione del divino a cui questa inattesa esperienza l’apriva? Come pensare insieme Dio, che è il Bene, e la forza, cioè il male, al cui cieco imperio è sottomesso questo mondo? Il male e la sofferenza sono infatti incompatibili con la bontà di Dio.

È dunque in questa situazione di stallo che grazie a Simone Pétrement, che le diede da leggere il progetto della sua tesi di dottorato, avvenne l’incontro con lo gnosticismo, o meglio con la reinterpretazione del platonismo in termini gnostici proposta dall’amica. Questa reinterpretazione cristiana di Platone, spiega Gaeta, le fornì verosimilmente gli strumenti concettuali per pensare da una parte il mondo, cioè il carnale e il sociale, come regno e dominio della forza, e dall’altra Dio come Bene puro trascendente, radicalmente estraneo al mondo e alla forza. Meglio: Dio come il rifiuto stesso della forza. Le permise, in altri termini, di affrontare nella prospettiva di una filosofia religiosa o di una religione filosofica il problema che l’assillerà fino alla fine dei suoi giorni, il problema del male del mondo, consentendole di tenere insieme la sventura degli uomini e la perfezione e l’innocenza di Dio.

Prima di addentrarci nell’analisi di questa filosofia religiosa o religione filosofica, al cui esame sono dedicati alcuni capitoli nodali di Leggere Simone Weil, va dunque evidenziato come il problema sociale e politico dell’uomo e quello teologico di Dio siano strettamente legati nell’esperienza della scrittrice francese. Non però nel senso, alla fine banale, di una teologia politica o di un “Dio tappabuchi”: niente di più estraneo a Simone Weil, che non aderì a nessuna religione positiva, rimanendo sulla soglia della chiesa, e per la quale non c’è alcun disegno provvidenziale nella storia e Dio non interviene per salvare il suo popolo o i suoi eletti.

Dio, come ricorda Gaeta, è concepito platonicamente come puro Bene, assolutamente trascendente il mondo, e questa concezione platonica del divino si concilia con quella cristiana del Dio d’amore e di misericordia attraverso un’interpretazione ardita dell’in principio, secondo cui Dio, sin dall’origine, si sarebbe ritratto dal mondo, abdicando volontariamente all’esercizio del suo potere sulla creazione, “permettendo che in vece sua regn[asse] da una parte la necessità meccanica connessa alla materia, inclusa la materia psichica dell’anima, dall’altra l’autonomia essenziale alle persone pensanti”.

Ora questa concezione dualistica della realtà, di matrice gnostico-manichea oltre che platonica, influenzata forse dagli studi dell’amica Simone Pétrement, ha tuttavia, come si sottolinea ripetutamente nel capitolo “Un infinitamente piccolo”, dei tratti specifici, originali, che la distinguono dalle gnosi tradizionali. Così, se sul piano teologico essa permette di tenere ferma la distinzione essenziale tra il bene e la giustizia da una parte e la necessità e la forza dall’altra, ossia tra Dio e il mondo, come nella gnosi, poi però, a differenza di questa, sul piano della filosofia pratica non s’irrigidisce in una separazione, priva di alcun punto di contatto e mediazione, tra i due ambiti, come dimostrano in particolare gli ultimi scritti di Londra, che aspirano a superare la separazione tra il mondo dei fatti e il mondo dei valori e a portare l’ideale nel reale. Meglio, a innalzare il reale al livello dell’ideale.

A rendere tale innalzamento possibile, come Gaeta osserva nel capitolo intitolato “Il radicamento della politica”, è l’esistenza di un punto di contatto tra le due realtà opposte – quella trascendente, impersonale, in cui trova fondamento il bene, e quella mondana, regno della necessità – nel centro del cuore dell’uomo, in quell’esigenza di un bene assoluto che vi abita sempre e non trova mai in questo mondo alcun oggetto che possa adeguatamente soddisfarla.

Solo facendo leva su questa pura esigenza di bene, solo ottemperando, ad esempio, alla nozione di “obbligo”, che più di quella di “diritto” corrisponde secondo Simone Weil all’intuizione di una giustizia assoluta ed è quindi capace di mettere in relazione, seppure in modo indiretto, le due realtà separate, è infatti possibile rendere una società più giusta. Solo mediante quell’“infinitamente piccolo” che è la fede e imitando Dio nel processo di de-creazione, è possibile quel cambiamento radicale del singolo individuo che si riflette positivamente sulla vita dell’intera comunità. Se infatti “Dio si è svuotato della sua divinità”, riempiendoci così “di una falsa divinità”, svuotandoci di essa noi corrispondiamo al “fine dell’atto che ci ha creati”, non solo restituendo a Dio ciò che avevamo illusoriamente pensato di possedere, ma consentendo positivamente all’avvento della sua giustizia.

Ogni altra via per produrre un assetto sociale realmente più giusto è un pericoloso abbaglio: Marx, che pure mirava a questo con il suo pensiero economico e politico e a cui Simone Weil riconosce il coraggio e la genialità di aver analizzato in modo del tutto nuovo l’organizzazione sociale, ha commesso l’errore di credere che la giustizia potesse derivare da rapporti di forza, mentre essa appartiene a un altro ordine, diverso da quello carnale e naturale, opposto a quello della forza, ovvero all’ordine spirituale, soprannaturale.

L’ultimo saggio scritto da Simone Weil prima di essere ricoverata nel sanatorio del Kent in cui trovò la morte, riguarda proprio Marx. In questo lungo testo, intitolato Esiste una dottrina marxista?, confrontandosi con la tradizione di pensiero e d’azione al cui interno si era sviluppata la sua attività politica nei primi anni trenta e con la quale non aveva mai cessato di misurarsi, sottopone ancora una volta a critica il pensiero marxiano e ribadisce quel credo che costituisce forse il suo testamento politico e che ancora oggi ci riguarda da vicino. Per risollevare un popolo e una società moralmente degradati, occorre un risveglio spirituale che ci liberi dai fantasmi dell’irrealtà, impedendoci di rifugiarci nelle illusioni e nei sogni, compreso quello di Marx, secondo “cui la materia sociale stessa si incarica delle due funzioni che essa proibisce all’uomo, e cioè, non solo di compiere, ma di pensare la giustizia”. Senza questa presa sulla realtà, ogni altra soluzione che poggi sul prestigio della forza è per la pensatrice francese ingannevole e alla lunga inefficace. “Purtroppo – annota Gaeta – il manoscritto al quale Simone Weil ha consegnato queste riflessioni s’interrompe, lasciando in sospeso l’ulteriore confronto tra la sua posizione e quella di Marx; ma il punto decisivo di dissenso è oramai individuato: solo ammettendo il soprannaturale la contraddizione tra il bene e la necessità può essere accolta legittimamente”.

Perché si dia reale cambiamento, è dunque necessario uscire dalla caverna, aprire gli occhi e guardare finalmente le cose come sono. È quanto accade nella tragedia Venezia salva a Jaffier, comandante di un gruppo di mercenari, manovrato nell’ombra dall’ambasciatore spagnolo, che ordisce una congiura per conquistare la città, mettendola a ferro e fuoco.

Colpito dalla bellezza di Venezia, Jaffier ne è catturato al punto di vedere ciò che fino ad allora gli era rimasto precluso: “l’esistenza reale degli individui che si apprestava a distruggere e non solo fisicamente, ma più a fondo nelle ragioni stesse della loro vita in comune così chiaramente riflessa nella bellezza della città da loro edificata”. Jaffier decide allora di salvare Venezia anche a prezzo della vita: la sua decisione dipende da quell’attimo di attenzione che gli ha permesso di risvegliarsi alla realtà, liberandosi da tutte le illusioni di potenza, liberazione che per Simone Weil è l’unica via di salvezza possibile.

In Leggere Simone Weil Giancarlo Gaeta ricostruisce con attenzione il percorso della pensatrice francese, ne segue con pazienza l’evoluzione fino a quella filosofia religiosa che ne costituisce il “necessario” coronamento e lo fa con assoluta fedeltà, commentando con limpida chiarezza le opere maggiori e gli sviluppi più importanti del pensiero. Massima aderenza alla lettera al fine di coglierne lo spirito, com’è stato già notato da Alfonso Berardinelli. Ma non è soltanto questa qualità a rendere questa monografia una guida preziosa per non perdersi nella difficile produzione letteraria della Weil.

Accade non di rado che uno studioso consacri la propria intelligenza allo studio dell’opera di un filosofo, poeta, scrittore o artista che sia. Questo tipo d’interprete è attento a ogni aspetto della vicenda complessiva dell’autore che ha scelto: ne studia la biografia, l’ambiente storico, sociale e culturale di formazione, conosce in ogni sfumatura la lingua in cui si è espresso, e infine, ciò che più conta, è in grado di spiegare, chiarendone i contenuti con precisi riferimenti, i temi nodali dell’opera. Erigere un monumento letterario all’autore che costituisce l’oggetto privilegiato dei suoi studi costituisce il traguardo delle fatiche intellettuali di questo tipo di studioso.

Il rapporto di Giancarlo Gaeta con Simone Weil non si esaurisce in un approccio erudito di questo genere, anche se Leggere Simone Weil è anche certamente un monumento letterario eretto alla memoria della pensatrice francese, un’opera destinata a durare nel tempo, che ne rivela una conoscenza profonda. Lo stesso studioso sulla soglia del saggio confessa che iniziò a tradurre per Adelphi i Cahiers sotto l’effetto di un “innamoramento” e che questa forte attrazione non è venuta meno con il passare degli anni, quando l’approccio si è fatto meno impulsivo e più problematico.

Ed è forse proprio tale attrazione a costituire un valore aggiunto e a fare la differenza tra questa e le altre monografie dedicate alla Weil, se è vero quel che scrive il maggiore dei filosofi, quel Platone tanto amato da Simone, e cioè che l’amore, il desiderio amoroso serve la ragione e il pensiero e li indirizza infallibilmente al disvelamento della verità.

 

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