Franco Fortini, un’eredità senza testamento

di Luca Lenzini

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Luca Lenzini, che è il massimo studioso dell’opera di Fortini, ne ha scritto un breve e denso “profilo militante” per i “Quaderni dell’Italia antimoderata” del Centro di documentazione di Pistoia (pp. 78, € 10). In un sapiente impasto di notizie biografiche ed excerpta da lettere, prose, poesie, delinea la figura di “ospite ingrato” del poeta, che si sente in partibus infidelium rispetto alle miserie del ceto intellettuale e politico italiano, camaleontico, sordo alle istanze provenienti dal basso e compiacente nei confronti dei poteri del momento. Fortini proponeva – come scrisse nel 1961 nella Lettera agli amici di Piacenza, Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi – l’unione di una scelta ideologico-pratica radicalmente anticapitalistica e di una scelta morale intransigente, unione che a suo avviso non dà garanzia di successo, e forse nemmeno di speranza, “ma di autenticità; spezza per un attimo più o meno lungo la necessità storico-biologica: lascia il segno e l’esempio” di una “azione sul mondo e sugli uomini che è l’unica via per giungere al più vero sé stessi”. Spezzare il continuum stabilito dai vincitori a cui si dà il nome di Progresso, senza vederne la catastrofe, arrestare la continuità del sempre-eguale attraverso l’irruzione dell’elemento “messianico”: giustamente Lenzini evoca in conclusione le tesi Sul concetto di storia di Walter Benjamin. Quel Benjamin da cui era attratto con molte riserve l’amico e sodale di Fortini in tante imprese della sinistra critica – da “Discussioni” ai “Quaderni piacentini” – Renato Solmi, che fece conoscere in Italia nel 1962 il pensatore ebreo-tedesco, per il quale, come scriveva nella introduzione a Angelus Novus, “la fuoruscita dal capitalismo […] si configura nei termini di un’alternativa estrema e catastrofica, e quindi nelle luci e nei colori di una salvezza religiosa”. Ancora nel 1998 – lasciatosi alle spalle il magistero di Lukács e arrivato a considerare come vero maestro Adorno – Solmi avvertiva il bisogno di sciogliere l’ambiguità dell’ “ermetismo” del pensiero di Benjamin, e cioè “del suo carattere allegorico e figurativo” (si vedano i testi nell’Autobiografia documentaria, Verbarium-Quodlibet). Operazione difficile, e forse impropria, come sarebbe quella di sciogliere il carattere allegorico/figurativo di Kafka e vederci finalmente chiaro. Solmi era comunque sensibile alla potenza del messaggio cifrato, laico-religioso, di redenzione proveniente da Benjamin e non rinunciò fino alla fine a pensare che “un filo deve esserci, che esiste una specie di chiesa invisibile, nella quale la grande maggioranza dell’umanità – che non si identifica certamente con le classi dirigenti del mondo capitalistico – si possa riconoscere” (così in una conversazione con Antonio Gnoli, “La Repubblica”, 26 marzo 2000), e in questo era molto vicino a Fortini.

Nella introduzione a Tutte le poesie (Oscar Mondadori 2014), Lenzini mette in guardia dalla riduzione dell’imponente corpus fortiniano alla dimensione utopico-religiosa. Ma osserva anche che nell’uso così frequente di lessico e metafore di provenienza biblica, Fortini “incrocia la novità più sovversiva e radicale del Cristianesimo (anch’essa oscurata e rimossa), appropriandosi dell’immaginario apocalittico e accogliendo in sé una forma di profetismo per sua natura inconciliabile con ogni genere di dogma; e si spiega così, anche, la stessa accezione fortiniana di comunismo, tanto più incrollabile in quanto legata a quel messaggio”. Tra l’altro Lenzini ricorda che i versi di Fortini sono spesso prossimi al genere profetico della “lamentazione”, dove si esprime, secondo Spitzer, “una protesta costante contro la ‘storia’, contro il mondo che non è Sion”. Il rapporto di Fortini con il protestantesimo valdese (cui si convertì nel 1939) e più in generale con la cultura biblica è stato esplorato a fondo da Davide Dalmas (La protesta di Fortini, Stylos 2006). Ma qui interessa solo ricordare un tratto dell’intellettuale Fortini che lo differenzia dai suoi più vicini sodali.

Abbiamo ricordato Solmi; ancora più stretti furono i legami con Cases. L’amicizia di una vita nacque durante la guerra, quando si trovarono a Zurigo tra gli esuli ebrei e antifascisti e Fortini frequentava Cases che leggeva in tedesco Storia e coscienza di classe di Lukács e si abbeverava alla critica della reificazione del pensatore ungherese, con la mediazione di Lucien Goldmann, rifugiato anche lui in Svizzera. Ne parlarono, Fortini e Cases, all’affollato convegno che si tenne a Milano nel 1985, con la regia di Costanzo Preve, per celebrare il centenario della nascita di Lukács e di Bloch (gli atti furono pubblicati in Filosofia e prassi. Attualità e rilettura critica di György Lukács e di Ernst Bloch, a cura di Rosario Musillami, Diffusioni ‘84 1989). Il libro si apre con ampie considerazioni dei due intellettuali sui diversi periodi di Lukács e sulla sua attualità e inattualità, ma Fortini racconta anche della prossimità con Cases (li univa la disperazione sul tempo presente) e della loro distanza ideologico-caratteriale. Se nell’Ospite ingrato Solmi è “da empie verità straziato giglio”, Cases è l’“equo coerente inquieto cauto Cases”. Coerente e inquieto, ma per lui anche eccessivamente equo e cauto. Dice Fortini negli atti del convegno: “è proprio nella gamma delle speranze e nei modi delle speranze che Cases e io ci separiamo. (…) Prima che si pronunci l’ultima nostra estrema disperazione posso soltanto dare a Cases la risposta che dà Margherita a Faust nel celebre colloquio: ‘Non c’è cristianesimo in te. Non sei cristiano!’”. Per cui prova nei confronti dell’amico “una certa ruggine”. Cases ha combattuto, come Fortini, la svendita delle speranze comuniste ridotte a goffa e brutale menzogna, però l’ha fatto soprattutto con la sua ironia: “ma come dimenticare che l’ironia concede fin troppo all’avversario?”; Cases scrive cose divertentissime e bellissime, “ma è stato troppo il sangue per ridere con te” (Fortini si riferiva alle vittime del ‘56 in Ungheria).

La mia idea è che in Cases confluivano due eredità: dell’illuminismo lombardo e della ironia e autoironia ebraica, che gli impedivano entrambe di assumere il corruccio adirato di Fortini, e di credere fino in fondo alla confluenza delle tre narrazioni – cristiana, umanistica e socialista – cui Fortini teneva tanto, come dice nel volume citato. Anche di Benjamin, cosa apprezzava di più Cases? “Non per nulla prediligo il Benjamin giornalista, radiofonico, quello che prendeva le cose alla leggera e non pretendeva di dar fondo all’universo (…)” (Intervista a Cases, a cura di Luigi Forte, Edizioni dell’Orso 2006).

Le cose non sono mai semplici quando si parla di uomini e bisogna circostanziare. Anche Fortini amava l’ironia, sicché il sottotitolo dell’Ospite ingrato reca Testi e note per versi ironici, e, dal canto suo, Cases non rideva affatto della “speranza di una vera Terra Promessa in cui sia possibile essere miti senza essere vittime, la felicità senza sopraffazione, la religiosità senza Dio, l’attività senza maledizione del lavoro, l’attaccamento alle cose senza il denaro, la cultura senza il suo ruolo repressivo” (Cosa fai in giro?, forse lo scritto più bello di Cases, ne Il testimone secondario). Ma sentivano gli stessi doveri in modo diverso: Fortini è più militante, è più “persuaso”, Cases inclina al dubbio e una punta di scetticismo non manca mai nel suo impegno.

Si ritrovarono sui “Quaderni piacentini” nel maggio-agosto 1965 a discutere di limiti dell’umano, di malattia e di morte, appena dopo la scomparsa di Ernesto De Martino. Cases – grande amico di Timpanaro e del suo materialismo leopardiano – diceva che la fine prematura di un individuo è una ingiustizia irreparabile, ma confidava, col Marx dei Manoscritti, nel comunismo come realizzazione dell’essere generico dell’uomo e riconciliazione dell’individuo con la specie. A questo punto le parti si invertono: Cases è il persuaso e Fortini il dubbioso, perché “è di morte che Cases ci sta parlando, di quella oscura cosa di cui i marxisti non hanno saputo parlarci perché sembrava riserva dell’irrazionalismo e della decadenza”; Cases rimanda a ere future: “chissà quanto probabili. Chi di noi sa? Chi corre la ‘tentazione religiosa’?”, chiede Fortini. In un punto, interpretando Ernesto De Martino, Fortini dice: la miseria e la perdita individuale possono non essere assoluta negatività nella misura in cui altri ne assumono l’eredità e il senso, e più avanti cita Marcuse: “Gli uomini possono morire senza angoscia se sanno che ciò che amano è protetto dalla miseria e dall’oblio”, affidandosi – conclude però Fortini – a “ciò che crediamo o vogliamo sia in un avvenire inverificabile alla nostra esperienza biografica”.

Proteggete le nostre verità”: è l’ultimo verso di Composita solvantur. Nella introduzione a Tutte le poesie Lenzini ricorda molto opportunamente l’aforisma di René Char caro a Hannah Arendt: “Notre héritage n’est précédé d’aucun testament”. Di questa eredità di liberazione collettiva balenata a tratti nelle rivoluzioni – aggiunge – “la poesia di Fortini non ha mai smesso di parlare, anche quando ha discorso di rose e di magnolie, di mulini e di colorifici, volpi o rondini”. E non ha mai smesso di parlare anche a chi condivide lo scetticismo e l’ironia di Cesare Cases.

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