Calvino e il cinema

di Esther Singer Calvino

incontro con Goffredo Fofi

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Chichita Calvino, al secolo Esther Singer Calvino, morta a Roma il 23 giugno scorso, è stata per lo scrittore ligure “la moglie ideale”, secondo quel modello che nel cinema americano degli anni trenta da Italo così amato incarnava l’attrice Myrna Loy, in particolare nel ruolo di Nora, moglie e collaboratrice, insieme all’inseparabile canuzzo Asta, dell’investigatore per diletto Nick Charles, molto borghese, ideato da Dashiell Hammett e affidato al pacato istrionismo di William Powell nei film della serie dell’ Uomo ombra. Ma Chichita non voleva che si insistesse su questo, quando mi permise di intervistarla per il bollettino della Cineteca di Bologna che dedicava una rassegna ai rapporti di Calvino con il cinema. Detestava che si potesse parlare di lei come di una perfect wife!

Conoscevo da tempo Chichita, per l’esattezza da uno degli ultimi giorni del maggio del ‘68, quando con Giovanni Pirelli potei tornare a Parigi, non appena la frontiera tra Francia e Italia era stata riaperta. Calvino lo conoscevo dai tempi di Torino, era sempre una persona gentile e aperta, ma molto sulle sue. Il rapporto con Chichita, che aveva conosciuto in un viaggio a Cuba (Chichita aveva conosciuto da ragazzina anche Che Guevara) gli servì certamente a sciogliersi, contribuì, credo, a cambiargli il carattere… La mia amicizia con Chichita è debitrice in parte a quella sua con Luca Baranelli che dopo la morte di Italo le è stato il più vicino e di cui ella aveva una stima assoluta, di cui si fidava più che di ogni altra persona. Grazie a lui e a me, diventò amica di alcuni giovani studiosi milanesi dell’area delle riviste, da “Linea d’ombra” a “Lo straniero”, alcuni dei quali divennero poi curatori delle opere di Italo.

La conversazione di Chichita era incantevole e direi unica, per il suo senso dell’humour, per la vastità delle sue conoscenze e la qualità delle sue amicizie, per la sua attenzione e curiosità per le cose del mondo, comprese le politiche (e sulla politica italiana aveva un occhio implacabile, e aveva da insegnarci). Sembrava avesse visto quasi tutto, letto quasi tutto, conosciuto quasi tutti. Argentina e porteña di ottima famiglia borghese di matrice internazionale e poliglotta, aveva lasciato marito e figlio insofferente del ruolo che in quella società le era imposto di coprire, ed era diventata a Parigi traduttrice all’Unesco, con un ruolo di rilievo, e a Parigi aveva continuato a frequentare i grandi scrittori latino-americani, soprattutto gli argentini Borges e Cortázar, spagnoli, soprattutto i Goytisolo, francesi, soprattutto Queneau, e ovviamente inglesi e statunitensi, e infine Calvino, in un tempo in cui era particolarmente stanco dell’Italia e del provincialismo torinese. La mia amicizia con lei crebbe dopo la morte di Italo quando tutti le chiedevano scritti inediti dello scomparso, ormai mondialmente famoso e venerato, e io gliene spedii due, due raccontini fotocopiati da un quotidiano fiorentino, convinto che lo stesso Calvino li avesse dimenticati ma che invece erano presenti e schedati nel suo archivio. Dopo di allora, tra visite e telefonate, Chichita è stata una presenza costante nel mio orizzonte culturale, per la sua conversazione, per i suoi consigli e suggerimenti, per la sua generosità e il suo calore. Di Calvino Chichita non fu soltanto la perfect wife dei suoi sogni di adolescente, ma una compagna, come dire?, “tosta”, che aveva le sue idee e che la sua indipendenza e la sua autonomia se le era conquistate soffrendo e lottando e non era certo disposta a rinunciarvi, e che seppe difendere la figura di Calvino con una misura che le fu ovviamente rimproverata dai salottieri romani o milanesi.

 

L’intervista che segue fu pubblicata in un quaderno della Cineteca di Bologna nel 2006, la riproponiamo per ricordare Chichita quanto per ricordare Calvino, di continuare questa conversazione pensando a una lunga intervista che evocasse le sue esperienze, i suoi incontri, i suoi interessi, le sue convinzioni, ed è solo mia la colpa se a quell’idea, a lungo vagheggiata, non seguirono i fatti, ché a ogni incontro si finiva per parlare di troppe cose, e, negli ultimi tempi, soprattutto del disastro italiano e della decadenza della nostra e altrui cultura, una decadenza di cui soffriva più di me, che me ne sentivo coinvolto.

Vorrei fare una premessa. Per molti anni farmi parlare di Italo, l’uomo, sembra essere stata un’ossessione non solo italiana. Il più delle volte mi sono rifiutata. Non è facile chiacchierare, raccontare una persona che diceva così poco di sé. Non diceva quasi niente perché quello che aveva da dire lo scriveva.

 

Passioni di gioventù

Dividerei in quattro momenti questa breve conversazione su Italo Calvino e il cinema, ma trascurando volutamente il capitolo sui film tratti dall’opera di Calvino, che tu come me consideri poco significativo. Il primo momento è quello del Calvino che tu non hai conosciuto, il suo rapporto con lo spettacolo cinematografico da spettatore adolescente e da giovane cresciuto negli anni del fascismo, così come lui può avertelo raccontato. Di cui molto sappiamo dallo scritto che precedette in edizione einaudiana la pubblicazione di Quattro film (Einaudi, 1974) di Fellini e che egli intitolò Autobiografia di uno spettatore.

Avevamo in comune una passione per il cinema, con la differenza che il suo interesse profondo per il cinema – come lui stesso dice e non so se lo ha scritto, ma glielo ho sentito dire e lo ha detto a Fellini – si ferma agli anni cinquanta. Per lui il cinema, negli anni della formazione, è stato importantissimo, il cinema degli anni trenta e quaranta. E su questo avrei poco da aggiungere a quanto lui ha detto nel testo che hai citato. Salvo la segnalazione di qualche sua passione particolare, film o attori. Gli piaceva tutto. Gli piacevano i film americani, ma anche i film francesi. Non gli piacevano solo Myrna Loy, William Powell e il cane Asta della serie L’uomo ombra (The thin man, 1934), gli piaceva per esempio molto un’attrice che si chiamava Viviane Romance, che per lui era un mito.

 

Del genere opposto a Myrna Loy, del genere “puttana”…

Sì. Ma intanto non era del genere “puttana italiana”, era una puttana più romanzesca, da boulevard parigino, da Legione straniera, da campo di zingari. Il suo esotismo aumentò quando fece Carmen, perché era francese e non spagnola.

 

L’attrice americana per eccellenza fu in quegli anni Jean Harlow, che doveva piacere molto a Calvino.

Credo che piacesse a tutti! C’era Myrna Loy e c’era, sull’altro versante, Jean Harlow (tanti anni dopo, a Italo piacque molto Zsa Zsa Gabor, ironica divoratrice di uomini alla eterna caccia di un marito più ricco del precedente). Jean Harlow fu l’annunciatrice di Marilyn Monroe. In lei si concentrava il desiderio degli uomini perché fu la prima bionda platino con molte curve e pancia piatta, con vestiti che non lasciavano respirare, una voce nasale e volgare, una gran faccia tosta che non negava le sue umili origini; e nei film si prendeva anche qualche schiaffo. Aveva un atteggiamento spavaldo nei confronti dell’uomo, resisteva alla sottomissione. Ma non ho mai approfondito con Italo la questione!

 

Per i maschi italiani della generazione di Calvino c’era il sacro e il profano: la donna che era mamma, moglie, sorella, e la donna che era puttana.

Questo è continuato a lungo. In fondo, Fellini in La città delle donne… Quel film non andammo a vederlo insieme, lui lo vide per primo e mi disse: “Non andarlo a vedere perché ti farebbe molto arrabbiare”.

1919

Torniamo all’esotismo americano, e non solo al cane Asta.

I film con il cane Asta erano una sua vera passione, tant’è vero che ho trovato tra le sue carte una fotografia, presa o rubata dalle vetrine di un cinema come in un film di Truffaut, una foto non una locandina: Powell, Loy e il cane Asta.

Erano modelli non di un comportamento ma di un atteggiamento. Bisogna ricordare che gli attori di quegli anni, come Gary Cooper o Cary Grant, avevano il vezzo di recitare alzando un sopracciglio e Italo mi ha raccontato che passava ore davanti allo specchio cercando di imitarli ed era diventato così bravo da poter alzare entrambi i sopraccigli, a un angolo di 120 gradi. Quel che lo affascinava era la loro eleganza.

 

Calvino doveva essere conquistato da una particolarità che in fondo era anche sua, e che era il dono dell’ironia. C’era dell’auto- ironia, in quel tipo di recitazione, che veniva anche dal teatro di boulevard.

L’arte di non enfatizzare niente e far tutto con una parvenza di facilità, di disinvoltura. Era quella l’eleganza, un’eleganza mentale che si faceva comportamento.

 

Che per la piccola borghesia o la borghesia italiana degli anni trenta doveva sembrare il massimo, un punto d’arrivo, una conquista.

Chissà. Io non ho conosciuto quella borghesia ma la posso immaginare, perché forse non è cambiata. Forse il modello vero erano gli inglesi, e questo è un modello che è durato a lungo. Negli anni trenta c’era Leslie Howard, interprete di un film che a Italo adolescente era piaciuto molto, La foresta pietrificata (The petrified forest, 1936). Howard morì in aereo durante la guerra, nello stesso aereo in cui c’era Carole Lombard, la moglie di Clark Gable.

 

No, non fu lo stesso incidente.

Sì, ci metto la firma! Ma ci vorrebbe, per verificare, un dizionario biografico degli attori, che non ho.

 

Calvino apprezzava però, mi hai detto una volta, anche dei modelli più ruvidi, per esempio Wallace Beery.

Questo in un contesto proletario e fantastico allo stesso tempo, dove c’entrava L’isola del tesoro, il romanzesco: attori come Wallace Beery e quello del Traditore di John Ford, Victor McLaglen, avevano un’aura di tipo romanzesco, letterario. Italo aveva una predilezione per i caratteristi del cinema hollywoodiano, li conosceva tutti, da Akim Tamiroff a quell’ungherese che muoveva le guance, quello che si pronuncia Sciakall e si scrive Sakall, tutti. Per non parlare di Peter Lorre, ammiratissimo. E per arrivare su su fino a Robert Mitchum, un altro attore che gli piaceva molto. E qui bisogna fare un salto in avanti per parlare di un film con Mitchum che gli piacque tantissimo, l’unico diretto da Charles Laughton, La morte corre sul fiume con Lillian Gish geniale salvatrice di bambini.

 

Lì Calvino doveva ritrovarsi su un terreno conosciuto, avendo curato la grande raccolta delle fiabe italiane, perché quel film aveva la struttura di una fiaba, con tanto di Orco e Mamma Oca.

Non so però se Italo guardava i film “da intellettuale”, non lo credo. Il personaggio di Mitchum apparteneva letterariamente all’epoca di Sinclair Lewis, che nessuno oggi ricorda: il predicatore fanatico, corrotto, assassino.

 

È un personaggio che torna molte volte nella letteratura del Sud, fino a Flannery O’Connor, e fa capolino perfino in Furore di Steinbeck. E di John Ford.

Con quell’attore straordinario, Burgess Meredith.

 

No, John Carradine.

Sì, hai ragione, è lui il capostipite. Ho fatto confusione tra Furore e Uomini e topi ancora di Steinbeck. Quei film venivano da una letteratura oggi quasi dimenticata, della quale Italo apprezzava particolarmente le opere di Sherwood Anderson.

 

Il fascino degli Usa, della loro letteratura come del loro cinema, conquistò quasi tutti gli scrittori cresciuti sotto il fascismo, a partire da Vittorini e Pavese.

Un’idea di libertà. Per esempio Hemingway. Italo ammirava soprattutto questi due, Sherwood Anderson ed Hemingway.

 

Il modello maschile hemingwayano del loser che mantiene la dignità anche nella sconfitta, un personaggio opposto a quello del winner che domina di nuovo da anni nel cinema americano, mai prima così imperialista e maschilista.

Collego questo all’individualismo americano, che nel cinema continua a imperversare.

 

Cinema italiano

Andiamo avanti nel tempo, parliamo dell’Italia. Più che i grandi film del neorealismo, a Calvino mi pare piacessero film meno ambiziosi, più comuni. Gli piacevano Anni difficili e L’onorevole Angelina, gli piaceva Guardie e ladri.

A proposito di Guardie e ladri, Italo a vent’anni aveva scritto un racconto che fa pensare a Guardie e ladri.

 

Forse sbagli, forse si trattava di I soliti ignoti.

No, quella è un’altra storia. Alla base de I soliti ignoti c’è in parte il racconto Furto in una pasticceria. No, io parlo proprio di Guardie e ladri. Italo non si era accorto che I soliti ignoti veniva da un suo racconto, fu Scarpelli molti anni dopo a confessarglielo. Ma molto prima di Furto in una pasticceria, c’è un racconto che era rimasto inedito che mi sembra superiore al Furto, dove c’è più tecnica, e l’autore sa dove vuole andare. Il raccontino anteriore, quello in stile Guardie e ladri che si chiama, mi pare, Coscienza o forse Solidarietà, parla di un personaggio che si identifica “alternatamente” e senza fine con i ladri e con i poliziotti. Lui corre, è in fuga, e quando è vicino ai poliziotti grida, “Cani di delinquenti, ladri che non siete altro”, e correndo più veloce dei poliziotti quando è a fianco dei ladri grida, “Sbirri che non siete altro” No, si chiamava Solidarietà. È raccolto in Prima che tu dica pronto.

 

Poi ci sono gli anni del boom, e i registi importanti si accorgono tutti di Calvino. Partiamo da Fellini, che rapporti ebbe con lui?

Non ricordo più l’anno, abitavamo ancora a Parigi e in un viaggio a Roma qualcuno disse a Italo che Fellini voleva conoscerlo. Fellini ci dette appuntamento a casa sua in via Margutta, una mattina. Siamo andati lì, abbiamo aspettato un po’ e infine è apparso Fellini (ma non posso raccontarti di come l’ho visto io!) che con molta grazia chiese a Italo di scrivere l’introduzione a un libro Einaudi che si sarebbe chiamato Quattro film, contenente le sue sceneggiature. Fellini parlò a lungo, mentre Italo come al solito stava in silenzio e alla fine disse soltanto: “La verità è che a me il cinema interessa solo fino agli anni cinquanta”. Fellini replicò senza perdere un istante, che gli andava benissimo. E il risultato fu l’Autobiografia di uno spettatore, dove Italo racconta il suo rapporto con il cinema negli anni dell’adolescenza, al cinema Ariston di Sanremo dove scappava quasi ogni pomeriggio, e solo alla fine parla anche di Fellini.

 

In un modo molto intelligente, vedendo le radici di Fellini nei giornali umoristici, nel “Marc’Aurelio”.

Fellini lo aveva scoperto così. C’è una lettera, pubblicata, in cui dice di avere scoperto una persona molto intelligente che scrive delle cose umoristiche come Cico e Pallina, mi pare. Anni prima che Fellini facesse il regista.

 

Peraltro lo stesso Calvino mandava vignette al “Bertoldo”, che poi Del Buono ha ritrovato pubblicandone alcune in un libro che si chiama Gli anni del Bertoldo. Credo si tratti delle prime cose in assoluto pubblicate da Calvino.

Aveva sedici anni, e aveva studiato disegno per corrispondenza, conquistando perfino un diploma. E mi ha detto che era convinto che quello sarebbe stato il suo mestiere. I testi contavano molto meno del disegno, della caricatura. Ci sono caricature non pubblicate nelle quali si riconoscono Greta Garbo, William Powell, più di una volta Macario.

 

Macario era un “mamo”, secondo i criteri della commedia dell’arte, il nuovo nato, quello che scopre il mondo.

Come Harpo Marx.

 

O come Harry Langdon, che lui imitava. Anche Totò ha fatto spesso il “mamo”, in Tototarzan e altrove. Peraltro le gag dei film di Macario le scrivevano quelli del “Bertoldo” e del “Marc’Aurelio”. È forse per questo che a Calvino piaceva soprattutto il Fellini legato ancora a quelle atmosfere, per esempio Lo sceicco bianco.

Sì, Lo sceicco bianco gli piaceva moltissimo. A Italo non poteva piacere, per esempio, Satyricon, troppo diverso dai suoi modelli, assolutamente diverso.

 

Roma doveva però piacergli.

Sai che non me lo ricordo?

 

Mi capitò di vedere a Torino, in un cinema enorme sotto i portici di via Roma, trascinato da Bollati, in compagnia di Italo e altri einaudiani la prima sera che lo davano. E ricordo che Calvino mi sembrò estremamente interessato anche se diceva, lo ricordo benissimo, che quelle cose erano già state fatte da tempo in letteratura.

Quello che non poteva piacere a Italo era il modo in cui Fellini vede il personaggio dell’intellettuale, nella Dolce vita.

 

E in , forse, il personaggio del critico che era calcato su Giacomo Debenedetti.

La cosa curiosa è che i grandi registi italiani del periodo prima o poi hanno tutti pensato che Italo avrebbe potuto scrivere per loro la sceneggiatura perfetta, e inutilmente gliela chiedevano. Non funzionava mai! Del film che poi si chiamò Zabriskie Point, Antonioni aveva mandato la prima stesura a Italo perché la aggiustasse. Il malinteso durò dei mesi. All’origine la storia di Zabriskie Point si basava, come si dice in italiano?, su un tiratore scelto, un tireur d’élite, ma a Italo davvero non interessava scrivere sceneggiature, né mettere le mani nei propri romanzi trasformandoli in testi per il cinema. Anche Fellini voleva da lui una sceneggiatura per un film che poi non venne mai fatto.

 

Il progetto delle Fiabe italiane?

No. Veniva qua a discuterne. Curiosamente, voleva fare un film sul terrorismo, aveva assistito di nascosto a interrogatori di brigatisti e questo lo aveva interessato molto. Chiese a Italo di scriverne, e Italo non volle farlo.

 

E Antonioni?

Italo era stato amico di Antonioni, al tempo di Nettezza urbana, il documentario.

 

E so che gli era piaciuto Le amiche, il film torinese di Antonioni, tratto da Pavese.

Non ricordo se gli era piaciuto o no, però ci tenne a farmelo vedere. Come mi fece vedere Il grido. Mi portò a vedere anche un film a sketch dove c’era L’avventura di un soldato con Nino Manfredi, molto carino ma il cui limite era che si parlava, che non era muto come il racconto. A me quello era parso un film straordinario, ma chissà che effetto mi farebbe rivederlo oggi. I film successivi, come L’eclisse o Deserto rosso, non gli piacquero molto. Quando ho conosciuto Italo, la nostra prima conversazione ebbe per oggetto L’avventura di un soldato, e dopo mi mandò un articolo che ne riferiva chiamandomi “C.”.

 

E Pasolini?

Ricordo che Medea, che vedemmo insieme, non gli piacque affatto. Se non sbaglio c’era uno che suonava il tamburo ed era il Fato, e questo decisamente lo allontanava. Non gli piacque neanche Teorema, che invece a me piacque molto.

 

Parigi

Tu hai conosciuto Italo a Parigi, e avete abitato a Parigi per molti anni. Andavate molto al cinema, a Parigi?

Molto.

 

Ed erano gli anni della Nouvelle vague.

Sì. Godard gli piacque, all’inizio, ma quando diventò astratto gli piacque molto meno. Ricordo che Godard fece un film sui Rolling Stones. Italo si arrabbiava molto al cinema, e in quel film la noia era davvero pazzesca! Abbiamo resistito ben trenta minuti, e poi siamo fuggiti. Vedemmo insieme anche Weekend e L’ingorgo e Mireille Darc che raccontava la sua vita – che a me sembrò interessante, ma non ricordo le sue reazioni.

 

Mi hai detto che gli capitava spesso di lasciare un film a metà, o all’inizio. Per esempio Nostra Signora dei Turchi.

Lì andò via così in fretta, trascinandomi appresso, che non ho avuto il tempo di capire di che si trattava e se fosse giusto o no andarsene!

 

Con Carmelo Bene ha poi lavorato per una cosa radiofonica, ricordo.

Non lo aveva scelto lui, e non commentò il risultato. Si trattava di una trasmissione della serie delle “interviste impossibili”, quella con Montezuma, e sentendo io il nastro e sapendo quanto a Italo sarebbe piaciuto fare l’attore, mi sembrò che Italo facesse meglio la parte del giornalista che non Carmelo quella di Montezuma. L’altra intervista, quella con l’Uomo di Neanderthal in cui però non c’era Carmelo, mi piacque di più. Anche perché l’uomo di Neanderthal parlava più o meno come parlava Italo!

 

Calvino amava Totò, ma non amava la commedia all’italiana, quindi Sordi, Gassman e gli altri.

Un altro film da cui mi trascinò via quasi subito fu I mostri – lo conoscevo da poco, forse vedemmo questo film a Parigi. I mostri gli procurò un vero attacco di rabbia: detestava la compiacenza degli italiani verso i loro difetti, mancanze, carenze.

 

Non gli piacevano neanche i film, diciamo così, troppo psicologici…

Per niente! Gli piaceva molto Totò, ma non la commedia all’italiana. E come avrebbe potuto piacergli? Era all’opposto della sua poetica.

 

Totò era una maschera, non un personaggio, la psicologia in lui contava poco. E aveva qualche radice nelle “fiabe italiane”.

Sì, ma le Fiabe italiane Italo le ha riscritte a trentatré anni e poi non se ne è più occupato, finiscono lì.

 

Però ne ha assorbito i meccanismi, le strutture.

Certo Il barone rampante, Il visconte, Il Cavaliere inesistente sono fiabeschi, almeno sino a un certo punto, ma poi non so se questo torna più nella sua opera. In Palomar non c’è niente di fiabesco.

Forse l’ultima apparizione del fiabesco è in Marcovaldo

Ma siamo attorno al sessanta, quando insieme a Marcovaldo scrive anche La giornata d’uno scrutatore, e riuscire a trovare lì dentro qualcosa di fiabesco è proprio difficile.

 

A Parigi frequentavate qualcuno del mondo del cinema?

Per noi non esisteva il concetto del “frequentare”, e qui devo entrare in una parte molto privata della sua biografia. Da quando apriva gli occhi la mattina, Italo o leggeva o scriveva. La sola cosa che faceva di altro era uscire per comprare i giornali, tanti, di solito cinque al giorno. A Parigi comprava i giornali italiani e “Le Monde”, tant’è vero che in un’intervista che gli fece un’argentina moltissimi anni fa, alla domanda “perché vivi a Parigi?” Italo rispose: “Per i formaggi, e per comprare ‘Le Monde’ il giorno che esce”. Perché “Le Monde” in Italia arrivava l’indomani. La prima edizione parigina era alle due del pomeriggio.

 

Una volta mi hai raccontato di una insolita visita di Clouzot, un altro che cercò di convincere Calvino a scrivere sceneggiature. Mi hai anche detto che a Calvino piaceva molto la Série Noire.

Sì, gli piacevano molto Grisbì e i Rififì, i film di quel periodo. Il cinema di genere gli piaceva. Parlava di Ombre rosse con entusiasmo (anche di Ombre malesi!). Ma non potevano tradurlo come era giusto La diligenza? Quanto a Clouzot non ricordo più l’anno. Telefonò e ci invitò a casa sua (aveva già avuto l’infarto) ricevendoci in un bellissimo spazio e parlando a lungo, in modo abbastanza vago, e chiedendo alla fine a Italo, “Vous-etes jaloux?”. Italo: “Moi? Pas du tout!”. E Clouzot: “Moi non plus.” Capii che mentivano tutti e due spudoratamente, e questo mi è rimasto molto impresso. Naturalmente non successe niente, figuriamoci se Italo voleva scrivere qualcosa sulla gelosia, perché questo era il tema del film che Clouzot voleva fare! Ma forse no, avrebbe potuto. Nel Barone rampante infatti ne scrive.

 

Disavventure di uno scrittore

Il barone rampante è forse il libro di Calvino che è stato più concupito dal cinema, anche se senza risultati.

Non ho contato il numero di volte che me l’hanno chiesto, ma potrei dire tranquillamente trecento! De Laurentiis ebbe i diritti per quindici anni, dal 1972 al 1986, e non riuscì mai a fare il film. Lo voleva fare con Manfredi. Altri avrebbero voluto comprare i diritti da De Laurentiis, ma De Laurentiis non li mollò mai.

Ci fu Louis Malle, anche. Ma il più ostinato di tutti è stato Richard Gere, un uomo simpaticissimo e che è diventato un amico, che avrebbe voluto esserne il protagonista, il produttore, il regista. Non ci riuscì, anche se per lui era un’ossessione. Ma è molto difficile fare “Il barone” al cinema, con un protagonista che non può mettere i piedi sulla terra!

 

C’è un film cinese di Ang Lee, La tigre e il dragone, con la parte finale tutta sulla cima degli alberi, che mi ha ricordato Il barone.

L’ho visto e mi è piaciuto. Ma il tuo accenno all’Asia mi fa venire in mente che il sogno di Italo era che Il barone lo facesse Kurosawa, un regista che ammirava moltissimo. Una volta, al festival di Venezia c’era Kurosawa, e noi lo scrutammo a lungo da lontano, ma figuriamoci se Italo era il tipo da accostarlo e dirgli “Ho scritto un libro che potrebbe interessarla”! Italo aveva un’ammirazione folle per Kurosawa e per Ozu, due visioni completamente diverse del cinema, una barocca e una più realista, ma entrambe ugualmente esigenti. I film di Ozu li passarono in un piccolo cinema di Parigi a mezzanotte, e ci andammo regolarmente. Italo ammirava molto il cinema giapponese.

 

E il cinema americano degli anni più caldi, dopo il Sessantotto?

C’è una intervista con Lietta Tornabuoni in cui disse che gli era piaciuto moltissimo Apocalypse Now, Marlon Brando escluso. L’aspetto metafisico, filosofico dell’ultima parte non gli piacque, non solo per Marlon Brando, che sembrava uscito da un horror movie. Gli piacque anche Rosemary’s Baby di Polanski, e i primi film di Polanski, soprattutto Mammiferi e Un coltello nell’acqua. Mammiferi era come un corto di Laurel e Hardy, che Italo adorava e che ha continuato a vedere ogni volta che li riproponevano. Però il film americano che a mia memoria gli piacque di più fu Mariti di Cassavetes. Non era vero quello che aveva detto a Fellini, che gli piacevano i film solo fino agli anni cinquanta, ci sono tanti film successivi a quegli anni che lui ha amato moltissimo, appunto come Mariti, che provocò in lui un vero entusiasmo.

 

È curioso, perché è un film che non ha niente di calviniano.

Ma Calvino non era solo calviniano! Pensa all’anno in cui fu realizzato. Non si era ancora visto un film che cominciasse con un funerale, e uno dei quattro amici del morto, tutti disperati perché cominciano ad accorgersi che neanche loro sono immortali, cerca affannosamente un fiammifero e non lo trova e questo provoca in lui un “fou rire” imbarazzante, che contagia gli altri. Insomma, siccome non possono accettare di essere mortali, comincia qui la loro sbandata: lasciano le famiglie, vanno all’avventura. Una volta, ero a una specie di festa a Roma e un attore mi accostò per dirmi che c’era Ben Gazzara che voleva conoscermi. E Gazzara mi disse: “Il giorno più felice della mia vita è stato quando ho aperto il ‘New York Times’ e c’era un’intervista con suo marito che, alla domanda sul film che gli era più piaciuto negli ultimi anni, ha risposto Mariti.”

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