Ventimiglia, una frontiera

di Alessandra Governa
di Associazione Iris – Progetto 20K

incontro con Giacomo D’Alessandro

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 56 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Sono arrivata a Ventimiglia nel luglio 2016 in occasione di una manifestazione sulla frontiera. Un gruppo di migranti ha cominciato a camminare verso il confine e il blocco di polizia li ha fermati e respinti. In quell’occasione, stando con gli attivisti che li seguivano, ho avuto la percezione che fosse possibile tornare per fare qualcosa di più che una manifestazione. Avevo appena finito un corso da operatore legale e avrei potuto farmi le ossa su un ambito particolare come la protezione internazionale. Occuparsene su una frontiera è molto diverso che farlo nei centri di accoglienza o presso gli sbarchi. Inoltre mi sembrava sensato farlo con realtà del territorio, per non essere l’ennesima libera battitrice. Mi sono rivolta all’associazione di Sanremo Popolinarte, che fa educazione popolare e negli ultimi anni segue anche i flussi migratori nella provincia. Avevano giusto un progetto di équipe in partenza, centrato sui migranti accampati nella parrocchia delle Gianchette; era un lavoro di ascolto e informativo, con monitoraggio dei luoghi chiave del territorio. Nel 2016 ho passato le ferie così. Dopo qualche giorno la polizia ha sgomberato uno dei maggiori campi informali, perché era appena stato aperto il campo ufficiale della Croce Rossa. In quel momento ho conosciuto altri gruppi di attivisti, tra cui il Progetto 20K. L’inverno successivo sono andata a Ventimiglia sporadicamente, ho tenuto i rapporti con loro nel mentre che si strutturavano. A luglio 2017 hanno aperto l’infopoint Centro Eufemia, e mi sono messa a disposizione per la parte legale, sia durante le ferie estive sia in tutti i fine settimana dell’inverno appena trascorso.

Il Progetto 20K ha avuto inizio con persone di Bergamo e Milano nel 2015, per il bisogno di ragionare e praticare la frontiera in modo diverso. Prima il presidio ai Balzi Rossi, dove c’è la dogana, di cui ricordiamo le foto drammatiche dei migranti respinti e bloccati sulla scogliera, avvolti nelle coperte. Poi di ritorno nei propri territori, per raccontare e sensibilizzare. Fino alla volontà di vivere Ventimiglia: per essere presenti dobbiamo starci, si sono detti. Hanno affittato una casa e a turno i volontari si sono succeduti di continuo. Difficile individuare un nucleo fondante, noi diciamo “siamo tutti 20K”. All’inizio si faceva attività di monitoraggio dei luoghi caldi: la frontiera, la stazione, la spiaggia, il fiume Roya. In parte dando supporto pratico con la distribuzione di vestiti, cibo e acqua, materiale igienico, ma sempre cercando di mettere la relazione prima del “ti do”. Alcuni volontari parlavano arabo e questo è stato molto utile. Poi si è reso necessario un luogo fisico, e quindi molti più volontari. All’appello pubblico hanno risposto persone di Genova, Padova, Trento, Bologna, Bari… Gente che apparteneva già a reti informali di resistenza sul territorio. Tantissimi in estate e un po’ meno durante l’inverno. Ma a sorpresa, come se si fosse sparsa la voce che Ventimiglia è un luogo interessante, per gran parte dell’inverno abbiamo avuto volontari spagnoli, alcuni anche per un mese: gente che era già stata in Grecia, in Serbia, o a Calais. Il filo conduttore delle frontiere ha richiamato persone e attivato una rete di sostegno dalla Spagna che ha fatto arrivare sacchi a pelo, vestiti, kit igienici. D’estate passano tantissimi scout, anche solo per conoscere il progetto, fare animazione o aiutare nella pulizia del greto. Si è creata l’Associazione Iris perché gestisca in particolare lo spazio infopoint Eufemia, dal momento che il Progetto 20K è molto più ampio, fa attività sui territori di provenienza, raccolte fondi, trasporto generi primari, banchetti informativi e sensibilizzazione.

Proviamo a rappresentare una mappa di Ventimiglia nei suoi luoghi chiave. Se sono un volontario o un migrante che arriva a Ventimiglia, la prima cosa che vedo è la stazione. Un punto di arrivo e di sosta, soprattutto in inverno. Ovviamente è presidiata: trovi schierate tutte le forze dell’ordine, dagli alpini alla guardia di finanza, dalla Polfer alle agenzie private francesi che monitorano le banchine per conto della gendarmerie. Per diversi mesi c’è stato anche un infopoint container della Croce Rossa per favorire l’accesso tramite shuttle al Campo Roya, che si trova a 45 km di distanza.

Uscendo dalla stazione il flusso muove verso destra, e il primo luogo chiave è il bar Hobbit di Delia, che è stato il primo posto privato ad aprire le porte ai migranti: per stare seduti, per ricaricare il cellulare, per andare in bagno, per comprare da mangiare a prezzi popolari. Questo a Delia è costato caro: ha perso tutta la sua clientela locale che lo percepisce come un luogo invalicabile, ostile alla cittadinanza. Per contro è diventato punto di riferimento di tutti i volontari organizzati che trovano in Delia non solo un luogo favorevole ma una persona che sa raccontare.

Proseguendo dopo dieci minuti si arriva in via Tenda, la strada lungo il fiume Roya che arriva fino al campo attrezzato della Croce Rossa. Quasi tutta la geografia della frontiera si sviluppa qui: all’inizio sulla destra c’è la Caritas, con operatori e volontari che forniscono ogni giorno le colazioni, i vestiti, l’ambulatorio alcuni giorni a settimana, e in passato anche le docce. Poco più avanti c’è l’Infopoint Eufemia di Iris – 20K, dove si può caricare il cellulare, connettersi a Internet, avere informativa legale in varie lingue o ritirare vestiti. Come per il bar, anche qui la presenza di un luogo dove le persone vengono e stanno ha creato intolleranza tra i residenti, come se fosse colpa del centro Eufemia se arrivano i migranti.

Superato il passaggio a livello si incontra la chiesa delle Gianchette, di cui è parroco (ora in via di trasferimento) il colombiano don Rito Alvarez, che per un anno e mezzo nei saloni e nel campetto da calcio retrostante ha attrezzato un campo di accoglienza per donne, bambini e minori non accompagnati, in attesa delle istituzioni. Vi hanno lavorato ong, volontari delle parrocchie, migranti stessi.

Di fronte c’è un grande parcheggio e dietro si estende il greto del fiume Roya, che è l’accampamento informale dei migranti, protetto dal cavalcavia della superstrada. Lì è facile nascondersi, proteggersi, dislocarsi per appartenenza etnica. È il cuore della presenza stanziale a Ventimiglia, vissuto giorno e notte, dove avvengono le distribuzioni serali di cibo, l’attività informativa delle ong, iniziative di animazione e di pulizia. È diventato un “non luogo” molto particolare. Si tratta di una vecchia strada che portava alla spiaggia, in totale abbandono; ovviamente da quando è stata occupata, la cittadinanza ha iniziato a rivendicare che torni percorribile, che sia sicura e pulita. D’altronde 200 persone in media che vivono lì, senza bagni, senza acqua, hanno un impatto immaginabile. D’inverno si potevano vedere tende e fabbricati di fortuna, una vera e propria cittadella con i suoi traffici all’interno. Ma spesso si dorme su materassi e coperte all’aria aperta.

Più avanti nel piazzale del cimitero avviene tutte le sere la distribuzione di cibo a opera del collettivo internazionale Kesha Niya, che fa base a Sospel in Francia, e ha l’autorizzazione a distribuire il cibo solo lì. Quando non possono venire, li sostituisce la moschea di Nizza o altri gruppi francesi. A volte supplisce la Caritas andando al fiume, quando i migranti non vogliono uscire per l’alto rischio di rastrellamenti. Sul piazzale oltre la cena si fanno attività, giochi, chiacchiere dopo cena, proiezioni di film… A seconda di ciò che mettono a disposizione i gruppi di volontari che arrivano.

Via Tenda continua per qualche chilometro fino a imboccare una superstrada molto pericolosa, dove si cammina senza luci, marciapiedi o corsie di emergenza; si supera uno scalo ferroviario abbandonato e si raggiunge il Campo Roya della Croce Rossa. Lontano da tutto.

Tornando in centro, si possono raggiungere altri due luoghi chiave: frontiera bassa e frontiera alta. La bassa è meno appetibile e meno utilizzata, mentre la alta vede quotidianamente un flusso di persone di ritorno a Ventimiglia, tutti i migranti respinti dalla Francia che rientrano a piedi per 67 km.

Qui si apre la questione legale che ci troviamo ad affrontare con i migranti. Da una parte ci sono le persone che sono a Ventimiglia perché vogliono andare nel resto d’Europa, a volte appena sbarcate in Italia, a volte fuoriuscite dai centri italiani per vari motivi. Vogliono capire cosa può succedere loro in base al regolamento di Dublino. Si parla in francese, in inglese, in arabo o a gesti per capire se chi hai davanti è già stato fotosegnalato e ha lasciato le impronte digitali. In quel caso il Paese in cui può chiedere asilo è questo. Se va altrove, lo rimandano in Italia al primo controllo. Devi spiegarlo nel modo più semplice possibile, perché spesso è l’unico colloquio che hai con quella persona. La casistica poi ci dice che tanti riescono comunque a fermarsi in altri paesi.

Dall’altra parte ci sono le persone che vogliono regolarizzarsi in Italia, o quelle rimaste fuori dall’accoglienza, che devono rinnovare il permesso, che non riescono ad avere il documento ufficiale, che hanno ricevuto provvedimenti giudiziari di espulsione. Per la presa in carico di un’espulsione bisogna che la persona incontri un avvocato, e quindi l’infopoint cerca chi se ne possa occupare. Chi arriva per la prima volta e vuole chiedere asilo lo si indirizza al campo della Croce Rossa.

Molti non capiscono perché si sia creata una realtà parallela di accampamenti informali quando c’è il Campo Roya. Le risposte possono essere molte: il campo è lontano, ti taglia fuori dalla città e da qualsiasi altra cosa. Devi fare a piedi 4 km ogni volta. C’è poi la paura di essere meno liberi: chi mi dice che non mi trattengano, che non mi portino via? Il fatto di rientrare in un sistema di controllo, di avere davanti delle divise, di essere di nuovo identificato, è un deterrente enorme. Temi di non avere la facilità di contatti e la libertà di movimento per continuare il tuo percorso personale. A queste percezioni si aggiunge un evidente passaparola dei passeur che disincentivano l’entrata nel campo, facendo terrorismo psicologico sul fatto che ti imprigionano, ti tracciano. Svariate segnalazioni documentate ci dicono anche che le condizioni all’interno del campo non sono ottimali: è fatto di container dove fa freddo d’inverno e caldo d’estate, con lamentele sulle condizioni igieniche e alimentari. Le porte non si possono mai chiudere, c’è promiscuità, la convivenza forzata di uomini donne e bambini fa sentire le persone meno sicure. Anche se offre molti servizi in più rispetto a stare sotto il ponte, le persone non si fidano. Persino quest’ultimo inverno con il freddo e la neve tante persone, anche donne incinte o con bambini, hanno detto no. Nelle ultime settimane a causa dell’inasprimento delle retate e dei trasferimenti, stare nel campo è diventato più appetibile. C’è una dispersione visiva delle persone, che tendono a stare nascoste anche durante il giorno, tanto da dare l’impressione che non ci sia nessuno, e ogni sera devono trovare una strategia per rimanere “libere”.

La repressione cala sui migranti, e su chi aiuta i migranti. Indipendentemente dall’appartenenza, lavorare a Ventimiglia è pesante. Prima di tutto a causa del clima di controllo: trovarsi sempre schierate davanti le forze dell’ordine ti inculca l’impressione che comunque qualcosa di male lo stai facendo. Senti una certa ansia ogni volta che ti chiedono i documenti o ti fermano la macchina. Fa parte della routine dello stare qui. Alcuni attivisti hanno ricevuto denunce, o fogli di via. Tutto diventa potenzialmente non consentito: se dai da mangiare, se curi, se fai una manifestazione. Questo controllo ossessivo dall’altro lato avviene sui migranti fermati in città o in frontiera, talvolta condito da spintoni e insulti, tutte situazioni documentate che rappresentano un sistema. Fermare regolarmente i treni e chiedere i documenti solo ai neri è un approccio razziale. C’è insomma una violenza che si esplica in questa “normalità”, nei trattenimenti, nella privazione di beni personali, nel respingimento di minori magari falsificandone la data di nascita. Illegittimità che si trasforma in prassi. E che ti fa sentire arrabbiato, confuso, triste, frustrato, laddove non hai strumenti né per te né per gli altri.

Ventimiglia è ancora una frontiera porosa. Da cui pian piano si passa, in modo autonomo o tramite organizzazioni e reti. Una delle modalità d’uscita è il ricorso a un passeur. Sul treno, sui binari, lungo i sentieri di montagna, nelle macchine e nei camion, lungo l’autostrada. Come avviene in Grecia e in Belgio. Ci sono persone che stanno pochi giorni a Ventimiglia, altre per settimane in attesa che arrivino i soldi, altre ancora che provano non avendo possibilità economiche. Provi col treno, vieni fermato a Mentone e torni indietro. Provi a piedi, vieni fermato e torni indietro. Periodicamente decine di migranti presi in frontiera o rastrellati negli accampamenti vengono “deportati” in pullman agli hotspot di Taranto o Crotone, con il pretesto di essere identificati. Viene giustificato come alleggerimento della frontiera, o deterrente, ma abbiamo visto che non funziona: le persone tempo zero ricominciano. È solo un rallentare, rendere più gravoso, costoso e umanamente traumatico il viaggio, per individui fragili già provate dalla vita. Nell’hotspot puoi ricevere un decreto di espulsione, e la tua posizione giuridica diventa pesante, perché anche fare ricorso raramente la ribalta. Ti ritrovi un’interdizione di 35 anni dall’area Schengen: è una sorta di respingimento.

Ventimiglia non è attrezzata né per stare né per andare. È un imbuto artefatto, una frontiera nella frontiera, una situazione che grava sulle persone in transito ma anche sulla comunità residente. Ne è emblema il campo Roya, dove fino a poco tempo fa poteva entrare chiunque, con o senza documenti, anche con provvedimenti di espulsione. E stare tutto il tempo che voleva. Non esistono campi del genere in Italia, nessun regolamento li prevede. La verità è che in quasi quattro anni di emergenza ci si è chiesti molto poco cosa fare qui, a parte contenere e reprimere.

 

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