Sulla “letteratura circostante”

di Nicola Villa

murale di Herr Nilsson

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Gianluigi Simonetti, docente di Scienze umane all’Aquila, ha scritto il più esauriente studio sugli ultimi anni di produzione letteraria: La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea (Il Mulino). Come dichiara subito nell’introduzione, Simonetti vuole descrivere il “progressivo e irreversibile distacco della letteratura italiana dalla tradizione del Novecento” avvenuto negli ultimi decenni, grosso modo dalla metà degli anni settanta, attraverso l’analisi formale di quella che definisce la “letteratura circostante”, cioè della letteratura popolare e che oggi coincide con quella di consumo, “quella letteratura tiepida (…) il cui principale obiettivo non è conoscere (e spiazzare), ma intrattenere (e distrarre)”. L’aggettivo neutro “circostante” fa subito pensare a ciò “che ci sta intorno”, creando una distanza e insieme una contaminazione inevitabile. L’oggetto del libro è quindi quella letteratura d’evasione, pop, di intrattenimento, di bassa o bassissima qualità verso la quale lo studioso si pone in maniera non-snobistica e non giudicante. Per capirci, c’è un intero capitolo dedicato ai libri di Moccia e Volo, forse i due casi editoriali più di successo e più snobbati dalla critica e dalla pubblicistica.

Il libro, molto corposo, quasi cinquecento pagine, è diviso in due parte: la prima ricostruisce storicamente i nuovi assetti della narrativa e della poesia, mentre la seconda conduce una rassegna della situazione attuale attraverso varie direttrici tematico-estetiche. Il metodo che lo studioso segue è quello di una “lettura sintomatica” delle forme dominanti nella nostra narrativa e poesia recente, alla ricerca anche di significati latenti delle opere non voluti dai loro autori, girando intorno a una “ermeneutica dell’inconscio letterario” e prendendo come esempi diverse opere di questi anni. La bibliografia e l’indice dei nomi è impressionante e rispecchia la bulimia dell’industria editoriale e l’incremento di merci lanciate sul mercato in questi ultimi decenni. In questo senso il lavoro del critico vuole essere profondo e non tematico, dichiaratamente interpretativo, come mettere sul lettino dello psicologo gli ultimi quarant’anni di produzione letteraria e interpretarne forme, desideri e sogni.

Quello che potrebbe sembrare un argomento troppo specialistico e accademico, Simonetti ha la capacità di renderlo accessibile e utile a interpretare le trasformazioni socio-antropologiche avvenute nel nostro Paese, fedele a una visione pragmatica della letteratura, come rivela la citazione di René Girard in apertura del libro: “considero le opere letterarie come riflessioni sui veri rapporti che s’intrecciano nella società e le uso come strumenti scientifici di osservazione”. Ciò che ne esce è un quadro completamente capovolto rispetto a quella che Simonetti chiama ironicamente “la letteratura di una volta”: da esperienza conoscitiva totalizzante, la letteratura è diventata esperienza emotiva e mediatica nella quale più la figura dell’intellettuale è culturalmente screditata più “conta indossare una divisa sociale, essere riconosciuti come autori”, facendo leva sullo status symbol. La letteratura è diventato il mezzo (non più il fine), il mezzo più economico tra quelli a disposizione, per costruirsi un’identità artistica, esprimerla e promuoverla magari in una performance pubblica (ecco il trionfo dei festival), “a contatto” di consumi collettivi e istantanei.

Gli effetti di questo incontro tra letteratura ed estetica mediale, Simonetti li ritrova nell’affermazione sociale e culturale della comoda narratività, il dominio dello storytelling che ha esondato anche nella politica e nel terzo settore (verrebbe da aggiungere), la saturazione delle storie che ha prodotto una “stanchezza della forma”: rifiuto di strategie espressive complesse che hanno caratterizzato la modernità e conseguente accettazione di opere dalla trama semplice con temi di tendenza e attualità, non troppo lunghe ma serializzabili, perfettamente traducibili, in cui è facile immedesimarsi e con un messaggio incoraggiante. L’opera della “letteratura circostante” crea legami in orizzontale, non deve scavare o elevare, deve creare svago consensuale e smart, “prodiga di informazioni e rassicurazioni identitarie; aggiornata e aggiornabile, come un profilo in un social network”. L’opera deve farsi “sistema passante” di informazioni (la formula è di Baricco), entrando in relazione con altri messaggi della comunicazione, rispetto ai quali ha perso il suo atteggiamento “imperialista” ma al contrario ne è sottomessa e subordinata.

Per analizzare formalmente questa “opera orizzontale”, Simonetti dedica molte pagine all’analisi di due dominanti estetiche che hanno favorito l’incontro tra la letteratura e la comunicazione: la velocità e l’ibridazione. La prima parte dello studio di Simonetti sembra una piccola storia del postmoderno italiano proprio a partire da queste due dominanti. Non a caso vengono citati Tondelli e Pazienza come punti di riferimento della narrativa degli anni novanta che ha prodotto una letteratura in fuga dalla tradizione letteraria (come il caso più commerciale e celebre dei “cannibali”). Le pagine più felici di Simonetti sono quelle in cui prende un’opera come esempio significativo della sua epoca: Branchie di Ammaniti è un caso esemplare della narrativa votata alla velocità degli anni novanta, subordinata ai linguaggi mediali come i videogiochi, il fumetto e il cinema; L’abusivo di Franchini è il caso studio esemplare per analizzare l’ibridazione dei generi letterari e giornalistici degli anni zero, rappresentativo di quella “fame di realtà”, di tratti di autenticazione e di una ricerca di qui-e-ora che caratterizza tutto il decennio. Molto è dedicato all’analisi di quello che viene chiamato il “realismo dell’irrealtà”, il desiderio paradossale di evasione con una letteratura più civile, matura e responsabile, quando il romanzo si avvicina alla realtà.

In questa storia recente non mancano osservazioni acute sulla contaminazione dei generi (il romanzo storico, il noir) e sull’utilizzo della “prima persona integrale” nella non-fiction, nell’autofiction e nel memoir, un io integrale che trae forza da linguaggi e media diversi, a volte più civile e antiromanzesco come in Saviano (“io non fingo”), altre più romanzesco e ambiguo come in Siti (“io fingo di non fingere”).

Curiosamente Simonetti è più efficace quando si lascia andare a critiche più stringenti di singole opere che quando tenta di incasellare opere e linguaggi in filoni formali da interpretare compattamente: è il caso emblematico di Otto montagne di Cognetti, romanzo che viene iscritto in una tradizione di scrittura en plein air in aperta polemica con la tradizione nazionale, che presenta tutti gli elementi formali di una scrittura semplice, priva di stilizzazioni evidenti, che allude anche nella trama, con il difficile rapporto tra figli e padri, a quello conflittuale con la tradizione novecentesca italiana.

Il metodo di elaborare delle generalizzazioni formali è un limite che si trova nel secondo capitolo, quello dedicato alla poesia. Nel fare la storia dei cambiamenti della produzione poetica di questi ultimi decenni, Simonetti riprende l’immagine di Berardinelli nel Pubblico della poesia (1975) dell’“astro esploso”, per descrivere la frantumazione, la “moltiplicazione delle traiettorie formali” che perdura dagli anni settanta a oggi. Lo fa individuando due grandi filoni con due formule affascinanti: “mito delle origini”, più di festa resistente al presente e nostalgica del passato novecentesco, e “nevrosi della fine”, più di malinconico lutto sull’attualità.

La seconda parte dello studio, quella sulla panoramica dell’esistente, individua alcune direttrici tematico-formali: il sesso e il desiderio, la merce e i consumi, il cinema e le immagini, i giovani e altre categorie, il turismo e l’altrove. È la parte più soverchiante e soffocante, come già detto, per la mole bibliografica analizzata, nella quale ci si limita all’ispezione di fenomeni più commerciali e recenti, quelli meno esplorati dalla critica. In questa parte si avverte un po’ la tendenza di rimanere in superficie, al contrario del proposito di scandagliare in profondità, privilegiando la descrizione sull’interpretazione e aderendo all’altra citazione in esergo del libro di Fassbinder che suona come una resa: “ciò che siamo incapaci di cambiare dobbiamo almeno descriverlo”.

Si avverte nel libro di Simonetti un dato biografico: fare i conti con la produzione letteraria “circostante” di questi anni significa occuparsi di quella generazione cresciuta in pieno nella trasformazione socio-antropologica, quella di chi ha compiuto, alla fine di questi anni dieci, quarant’anni. Fare i conti, quindi, con la prima generazione pienamente targettizzata dal mercato, un “noi” debole di lettori “più liberi e più soli” cresciuti nel pieno della mutazione culturale. L’atteggiamento che il critico sceglie è quello tipicamente post-ideologico: né militante, né integrato. In questo modo la sua posizione equidistante gli permette di capire meglio, di descrivere in modo più preciso quel distacco “progressivo e irreversibile” dalla tradizione letteraria novecentesca: così come non esiste più alcun legame politico con quella storia novecentesca, tanto sono saltati i rapporti culturali e formali.

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