Soccorere in mare

di Erasmo Palazzotto
incontro con Andrea Inzerillo

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Il 25 luglio 2018 il Senato della Repubblica ha approvato il decreto per trasferire dodici motovedette italiane alla Libia con 266 voti a favore, un astenuto e i soli voti contrari di Emma Bonino e di tre senatori di Leu; qualche settimana dopo lo stesso scenario si replica alla Camera, con il Pd che stavolta decide di non partecipare al voto non perché contesti il merito del provvedimento, ma perché “il contesto è cambiato” rispetto alle politiche analoghe avviate dal ministro Minniti. Un consenso pressoché unanime delle forze politiche caratterizza dunque oggi i rapporti tra Italia e Libia per la gestione dei flussi migratori nel Mar Mediterraneo.

In questa conversazione con il deputato di Leu Erasmo Palazzotto diamo quindi voce a una posizione estremamente minoritaria nell’Italia gialloverde di Salvini e Di Maio. Il 13 luglio 2018 Palazzotto si è imbarcato sulla nave della ong Open Arms, proprio nei giorni del salvataggio di Josefa e del ritrovamento in acque internazionali dei cadaveri di una donna e di un bambino. Cosa succede in quel tratto di mare? Ecco il racconto di quello che il deputato ha visto a sud del Canale di Sicilia.

Tutto comincia ad aprile, con il sequestro della Open Arms a Pozzallo disposto dalla procura di Catania. Ero andato a incontrare l’equipaggio per esprimere la mia solidarietà, avevo ascoltato il racconto delle loro attività ed espresso quasi per scherzo la volontà di imbarcarmi, per vedere se arrestavano pure me. La battuta si è trasformata in una proposta concreta: nelle settimane successive ho incontrato a Roma Riccardo Gatti e di lì a poco si sarebbe imbarcato nella prima missione il deputato radicale Riccardo Magi. La missione alla quale ho partecipato era quella successiva.

Il 13 luglio è venerdì e lasciamo Barcellona di sera. Dopo essere passati sotto la Sardegna e sopra Pantelleria abbiamo preso la rotta a Nord di Lampedusa per raggiungere un punto – a circa quaranta miglia da Malta – nel quale una barca avrebbe permesso a Oscar Camps, Marc Gasol e due giornalisti americani di salire a bordo: Malta non permette più alle ong di attraccare nei suoi porti, neanche per gli scali tecnici. Dopo averli imbarcati ci dirigiamo verso la zona Sar (Sar and security) viaggiando su due navi affiancate, l’Astral e la Open Arms; a seconda delle cose da fare ci spostiamo dall’una all’altra con i gommoni. Sulla Open Arms c’è l’equipaggio, i socorristas, i medici: in totale circa 18 persone. Sulla Astral siamo in 11: oltre noi cinque ci sono il capitano, due membri dell’equipaggio, un cuoco romano volontario, la giornalista di “Internazionale” Annalisa Camilli e il fotografo free lance Alessio Paduano.

I primi tre giorni del viaggio sono quelli da volontario a tutti gli effetti, ed è anche la parte dell’attesa: non sappiamo cosa troveremo quando arriveremo nella zona di mare al confine con le acque territoriali libiche. Quando arriviamo lì tutto cambia: è lunedì, e intorno all’ora di pranzo intercettiamo sul canale 16 vhf la prima comunicazione tra il mercantile Triades e la Guardia costiera libica. Il Triades comunica le coordinate del gommone nel quale si è imbattuto e attende istruzioni sul da farsi. Comincia una lunga conversazione: la Guardia costiera libica dice di aspettare, e a un certo punto chiede di prendere a bordo i migranti, ma il Triades risponde di non essere attrezzato per farlo. Il capitano della nostra nave allora chiede al Triades se ha bisogno d’aiuto, comunicando di essere una barca attrezzata per il salvataggio, ma quelli rispondono che la Guardia costiera libica ha detto soltanto di aspettare e di fare ombra alla barca, cioè di ripararla dalle onde. Mentre comunichiamo con il Triades, e precisamente alle 21.54 – tutte le conversazioni sono registrate –, la Guardia costiera libica li richiama e dice che possono andare: “Thank you for your cooperation, we are coming”. Il Triades se ne va e il gommone rimane lì. Da questo momento in poi non abbiamo più comunicazioni.

Visto che abbiamo segnato sul radar le coordinate che il Triades andava comunicando, calcoliamo il punto in cui potrebbe trovarsi il gommone quando noi saremo in zona. La Open Arms si dirige verso l’ultimo punto registrato, noi andiamo con l’Astral a dieci miglia a nord del punto ipotetico e cominciamo a setacciare con le due navi quel tratto di mare per cercare il gommone. Alle 5.30 siamo in zona di ricerca, verso le 7.30 arriviamo in contemporanea. La Open Arms lo avvista e ci informa che a due miglia da noi c’è il gommone. Ci avviciniamo, convinti che la Guardia costiera libica fosse arrivata, anche perché intravediamo il relitto del gommone. Ci diciamo che li avranno salvati loro.

Dalla torretta di avvistamento della Open Arms ci segnalano la presenza di tre cadaveri a bordo: mettiamo la lancia in mare. Nel frattempo arriva un altro messaggio: “Forse c’è un sopravvissuto, ho visto un braccio che si muove”. Ci catapultiamo e arriviamo per primi, perché la lancia dell’Astral è portata a rimorchio, quindi è già a mare. La lancia della Open Arms con a bordo i soccorritori arriva 40 secondi dopo di noi. Il paiolato del gommone sta ancora galleggiando, e dalla forma sembra intero, anche se il moto ondoso provocato dall’arrivo delle lance lo apre tutto. Vediamo il cadavere di un bambino, a pancia all’aria, su una tavola: sembra vivo, sembra quasi addormentato. C’è anche il cadavere di una donna con la faccia riversa nell’acqua e nella benzina, che le corrode la pelle: il medico di bordo ci dirà che probabilmente era già morta prima, mentre stima che il bambino sia morto da un paio d’ore, o comunque durante la notte. E poi c’è Josefa, aggrappata a un pezzo di legno, con la bocca in acqua quasi per metà. I soccorritori rimangono paralizzati: sono tutti giovani volontari, non hanno mai assistito a una scena del genere e per alcuni di loro è la prima volta davanti a un cadavere. Ci rendiamo conto che quella donna è viva e Oscar comincia a gridare: “Al agua! Al agua!”. I socorristas si buttano e prendono per prima Josefa, la tiriamo sul nostro gommone e partiamo a razzo verso la Open Arms. Sabbas, il nostro capomacchine, l’abbraccia e non la lascerà più. È un greco ruvido e pieno di umanità. “Vamos a Europa! ”, dice; e lei, con l’indice teso: “Sì! Sì!”. Saranno le sue uniche parole.

Nel frattempo arriva la lancia con gli altri due corpi, e proviamo a capire cosa sia successo: se si sono rifiutati di salire a bordo e li hanno abbandonati per dare un segnale; se hanno perso i sensi e durante le fasi concitate di salvataggio sono caduti in mare; non sappiamo chi sono, né se avessero legami di parentela. Josefa ha detto di avere una sorella a bordo, ma non abbiamo capito bene, era in stato di shock e abbiamo evitato di fare troppe domande perché era evidente che avesse bisogno di assistenza psicologica: abbiamo solo lasciato che potesse parlare, quando voleva, con i medici o con gli altri.

È martedì mattina, sono le 10. Arriva un comunicato della Guardia costiera libica, dice che nella notte hanno salvato 158 persone, alle quali hanno fornito assistenza umanitaria e medica, e che sono tutti salvi nel campo profughi di Khoms. Noi cominciamo a renderci conto di esserci trovati di fronte a qualcosa di mai visto prima. In passato la Guardia costiera libica aveva sparato verso le navi delle ong per intimorirle, le aveva minacciate, era salita a bordo coi suoi uomini armati e una volta aveva messo in moto le motovedette mentre c’erano persone a mare, uccidendone alcune. La Open Arms aveva già assistito a una serie di cose brutali, ma questa andava ben oltre – non soltanto perché coinvolgeva due donne e un bambino, ma perché incarnava enormi contraddizioni. Innanzitutto dal punto di vista umano: la drammaticità della morte di quella donna e del bambino, controbilanciata dall’aver salvato una vita. L’enorme rabbia, le lacrime e poi la consapevolezza che la nostra presenza lì aveva permesso di salvare Josefa. Nello stesso tempo era necessario superare il piano emotivo e comprendere che la crudeltà di quella situazione mutava completamente anche il senso della missione. Se non altro per me.

Ho scelto di imbarcarmi sulla Open Arms per ragioni di carattere personale e politico. Sono convinto che ci troviamo dinnanzi a una faglia della storia, che bisogna scegliere da che parte stare e che ognuno debba fare la sua parte. Volevo dare il mio supporto, contribuire come volontario, schierarmi nettamente con chi salva gli esseri umani e non pensa che si possano lasciare vite in mare a causa dell’incapacità di gestire il fenomeno migratorio. Dal punto di vista politico mi interessava dimostrare che non tutti in Italia criminalizzano la solidarietà, e inoltre sono convinto che per fare il deputato è imprescindibile avere cognizione delle cose di cui si parla: oltre che studiarle bisogna viverle e vederle con i propri occhi. In questi cinque anni mi sono occupato di migrazioni e conflitti e sono stato nei campi profughi al confine con l’Ungheria, in Turchia, in Giordania al confine con la Siria, nei capannoni abbandonati di Belgrado del 2016 coi profughi in fila per prendere una ciotola di cibo; e poi nel Mediterraneo centrale, sulle navi di Mare Nostrum, su quelle di Eunavfor Med.

La presenza di un deputato a bordo di una ong non è soltanto una forma di schieramento, ma anche una testimonianza attiva per raccontare cosa avviene in quel tratto di mare nonché per intervenire e dialogare direttamente con le istituzioni e affrontare le questioni che nascono a bordo. Il governo italiano ha iniziato in questi mesi una battaglia contro le ong e sta fomentando un più generale clima di criminalizzazione della solidarietà. Occorre contrastare questa visione, pur con la consapevolezza che si tratta di una battaglia che in questo momento non produce consenso, perché le paure generate dalla crisi e la grande campagna mediatica che è stata fatta dalle destre hanno costruito un terreno culturale che ha dato sfogo a qualcosa che già covava nel ventre della società: il razzismo e la xenofobia crescono laddove ci sono paure generali e desiderio di protezione, e visto che la gente in questi anni ha sofferto la crisi c’è un terreno ideale. Ma è proprio su questo terreno che si misura il grado di civiltà della nostra società. Siamo di nuovo di fronte a uno di quei tornanti della storia in cui il passaggio verso la barbarie e la disumanità è a portata di mano. Non si tratta di fare parallelismi storici: il punto è comprendere che ci sono momenti in cui alcuni sentimenti possono incidere sulla capacità di credere ed essere in grado di distinguere il vero dal falso. I totalitarismi del Novecento sono nati dentro questo clima, le grandi macchine di propaganda fanno questo. Non vorrei che ci trovassimo a chiederci, come i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale, “dov’eravamo noi mentre succedeva tutto questo?”. Quella che avviene quotidianamente nel Mediterraneo è una forma di genocidio, e le responsabilità dei governi europei, fosse anche sull’origine dei flussi, sono enormi.

Dopo aver recuperato i due corpi e soccorso Josefa, i membri della Open Arms avvisano l’Mrcc (il centro di coordinamento del soccorso marittimo) del proprio stato di bandiera, comunicano la situazione e chiedono istruzioni. La Spagna in un primo momento dice di avvertire la Libia, poi di essere in comunicazione con Italia e Malta, di aspettare ulteriori indicazioni. Proviamo a contattare anche noi l’Italia: mandiamo una e-mail ufficiale all’Imrcc italiano spiegando la situazione, dicendo di aver già avvisato la Spagna e di essere in attesa di indicazioni dal momento che abbiamo una donna a bordo – in condizioni stabili e non in pericolo di vita – che ha bisogno di assistenza medica e psicologica. Dall’Italia nessuna notizia. A questo punto cominciamo comunque a fare rotta verso il porto più vicino – ovvero Lampedusa – e, dopo i passaggi formali, decidiamo di pubblicare le foto e di raccontare quello che è successo. Qui comincia la seconda parte del viaggio, in cui denunciamo ciò che abbiamo visto e nella quale il mio compito diventa quello di far sapere il più possibile a che livello è arrivato il tasso di barbarie in quella parte di mare. La notizia fa rapidamente il giro del mondo.

Per quanto il ministro Salvini ci abbia abituato a comportamenti sui generis, la reazione del governo italiano è allucinante. Non offre alcun porto, né prende alcuna posizione ufficiale. Mentre attiviamo le interlocuzioni con la Guardia costiera italiana – che sta vagliando l’ipotesi di evacuare Josefa con un elicottero – Salvini comincia a dichiarare su twitter che sono fake news, che stiamo imbrogliando: una cosa surreale. Mi sarei aspettato un po’ di cautela, che prendesse tempo nel tentativo di fare delle verifiche, invece dà immediatamente il via a un’operazione di propaganda becera, di mistificazione dei fatti, di delegittimazione dell’interlocutore che crea una cortina fumogena, e comincia ad attaccare le ong senza mai rispondere al merito delle questioni, asserendo di avere una fonte terza e continuando a sostenere che i fatti sono inventati. Praticamente sta insinuando che ci saremmo portati due cadaveri e una bravissima attrice (che avremmo messo in stato di ipotermia) per inscenare il tutto e fare un’operazione di propaganda. Perché delle due l’una: o abbiamo portato noi quelle persone, o le abbiamo trovate lì. E se le abbiamo trovate lì bisogna capire com’è possibile che fossero lì.

Il ministro degli Interni di un paese civile, davanti a un evento di questo tipo, chiede quantomeno che sia fatta piena luce, soprattutto perché la Guardia costiera libica è in piedi grazie al supporto operativo, logistico e finanziario del Governo italiano. E invece lui dà subito per buona la posizione dei libici, i quali inizialmente dicono che in mare non c’era nessuno, sostenendo di fatto che ci siamo inventati tutto. La cosa ancor più grave è che il governo italiano mantiene la stessa posizione anche quando la Guardia costiera libica, nei giorni successivi, cambia più volte versione, ammettendo intanto che c’è stato un secondo soccorso (dopo aver sempre sostenuto che ce n’era stato solo uno) per poi precisare che nel secondo naufragio c’erano una donna e un bambino morti, ma che Josefa non c’era, e che ce la saremmo inventati. Inizialmente la Guardia costiera libica afferma di non essere attrezzata per prendere i cadaveri, poi in un’intervista sostiene di aver provato a rianimarli, ma che siccome non ci sono riusciti non c’era motivo di caricarli a bordo.

Ma se il bambino era morto da poco (come pensa il nostro medico di bordo) e in più Josefa era ancora viva (perché l’abbiamo ritrovata lì), cosa è successo davvero? E se hanno lasciato il cadavere di un bambino in mare nelle condizioni in cui lo abbiamo trovato, sono degli interlocutori credibili per un Paese come l’Italia? Ammettiamo anche che la Guardia costiera libica non potesse caricare a bordo i cadaveri: li avrebbe potuti avvolgere, attaccare a un peso e mandarli a fondo, per dare loro una sepoltura. Lasciare quei due corpi su una tavola a marcire in mezzo al mare è una forma terribile di spregio dell’umanità, e penso che l’Italia abbia il diritto e il dovere di sapere che cosa è successo per capire se e come continuare questo lavoro di sostegno alla Libia.

Nel frattempo viene pubblicata la notizia di una giornalista tedesca (la fonte terza del ministro Salvini) che parla di un intervento libico andato perfettamente in regola: basteranno poche ore per capire che si tratta di un altro intervento, i numeri non coincidono e neanche le zone di riferimento. Nessun altro membro del governo italiano si esprime se non, con grande ritardo, il ministro dei Trasporti (da cui dipende la Guardia costiera italiana), sostanzialmente appiattendosi sulla posizione del ministro degli Interni, forse più preoccupato della tenuta dell’alleanza di governo che di quello che bisognerebbe fare.

Noi continuiamo a navigare verso Lampedusa con l’idea che – nonostante la resistenza della Open Arms a entrare nelle acque territoriali italiane, viste le ripetute minacce del governo italiano di bloccare tutte le navi – avremmo trovato un modo per portare Josefa al sicuro. È ormai martedì sera e non abbiamo ancora un porto di destinazione. L’idea è quella di evacuare Josefa chiedendo al governo italiano di venirla a prendere, o in alternativa di farla salire su una lancia e di accompagnarla così a Lampedusa: se l’Italia vorrà bloccare la lancia pazienza, avremo perso un gommone, ne abbiamo altri due. In quaranta minuti la lancia sarebbe stata in grado di raggiungere Lampedusa. Ma le dichiarazioni di Salvini non facilitano le operazioni, e più tardi nella sera (erano forse le 23 o le 24) arriva una mail della Guardia costiera italiana che dice di averci assegnato un porto di sbarco: Catania. La Spagna, nel frattempo, aveva offerto la disponibilità del Porto di Maiorca.

Quando arriva la risposta dell’Italia capiamo che Salvini non ha aperto il porto di Catania, ma ha aperto le porte alla procura di Catania. Nel caso in cui si debba fare uno sbarco imponente possono sussistere motivazioni di ordine pubblico per cui si usa il porto di Catania invece di un altro più vicino, magari già occupato, ma qui si trattava di una persona: eravamo lì, a poche miglia da Lampedusa (il salvataggio avviene a 90 miglia da Lampedusa). A questo punto il capitano e gli altri membri della Open Arms sospettano che si tratti di una trappola e si rifiutano di andare a Catania, dove avrebbero verosimilmente sequestrato la nave com’era già avvenuto nei mesi precedenti, in una situazione peraltro ancor più invelenita da un governo in guerra contro le ong, con un ministro degli Interni che ha passato tutta la giornata ad attaccare e a mettere in discussione la versione fornita da una ong, un deputato italiano, un giocatore dell’Nba, sei giornalisti internazionali e diversi volontari. La stampa nel frattempo fa eco a Salvini e sui social media prosegue per tutti i giorni seguenti una campagna di invenzione e costruzione di vere fake news: lo smalto sulle unghie di Josefa dimostrerebbe che era un’attrice, un ingrandimento dei polpastrelli mostrerebbe che le dita non sono state in acqua… una campagna iniziata da Salvini e proseguita attraverso reazioni a catena che ha come unico obiettivo quello di bloccare le navi delle ong. Da martedì notte siamo dunque in viaggio verso Palma di Maiorca dove sbarchiamo sabato mattina, e dopo aver depositato la denuncia al procuratore, organizziamo una conferenza stampa per raccontare quello che abbiamo visto.

Le ong nel Mediterraneo

Facciamo un po’ di chiarezza: le ong scendono nel Mediterraneo centrale quando si ritira l’operazione italiana Mare Nostrum, un dispositivo Search and rescue che ha l’obiettivo di controllare il tratto di mare più largo possibile (dall’Egitto alla Tunisia) per individuare se ci sono barconi e intervenire. La Marina militare italiana ha mezzi efficaci e attrezzati, che possono caricare fino a 500 persone ed entrare dentro la nave, con strutture e ambulatori. Col ritiro di Mare Nostrum, mentre è presidente del consiglio Renzi, arriva l’operazione di Frontex che arretra il dispositivo: le navi si mettono al confine delle acque territoriali, sotto Lampedusa, e il principale mandato della missione è quello di controllare le frontiere marittime; se poi arriva un barcone, così come prevedono la legge del mare e il diritto internazionale, occorre intervenire – il problema è che spesso i naufragi avvengono più a sud. È a quel punto che le ong scendono in mare, perché ritirata Mare Nostrum aumenta il numero di morti, e quindi si va in mare a sostituire quella parte di dispositivo navale. Nella fase di transizione non diminuiscono le partenze, aumentano i morti. L’idea che Mare Nostrum e ogni altro dispositivo marittimo agisca da pull factor (l’idea cioè che se non ci sono le navi i migranti non partono, e quindi meno partenze = meno morti) è una grande bufala. Tutte le volte che c’è stata una non-copertura non sono diminuite le partenze, sono aumentati i morti, compreso adesso: da quando è iniziata la guerra dell’Italia alle ong e la chiusura dei porti (anche da parte di Malta, che subisce molto la pressione italiana), il numero di morti è passato dagli 8 di maggio ai 564 del mese di giugno (Salvini si è insediato al Ministero l’1 giugno).

Renzi cede quindi alle pressioni della Lega, che non vuole che l’Italia si faccia carico da sola dei costi di questa operazione, va in Europa e torna con Eunavfor Med – una missione militare contro gli scafisti – e poi con Sophia, la prima missione di Frontex, che di fatto sostituisce Mare Nostrum ed è sventolata come una vittoria: finalmente siamo riusciti a coinvolgere l’Europa. Ma con il cambio di missione sono cambiate anche le regole d’ingaggio. Per risparmiare pochi soldi, il ritiro di Mare Nostrum indebolisce le operazioni di salvataggio, indebolisce la posizione dell’Italia in Europa e rafforza Salvini, perché in qualche modo gli dà ragione.

La questione più importante rimane però quella di dove vanno a finire queste persone, e anche in questo caso i numeri ci aiutano a ricostruire un fenomeno che è stato utilizzato come propaganda per costruire un’emergenza che non esiste (in questo la Lega è bravissima). In Europa sono arrivate negli ultimi quattro anni quasi due milioni e mezzo di persone. Di queste, in Italia circa 650mila. La maggior parte delle persone che sono arrivate in Europa negli ultimi quattro anni quindi non è arrivata in Italia. Soltanto nel 2015 la Grecia ha più di 850mila sbarchi (è il momento drammatico del campo profughi di Idomeni). Muoiono un’infinità di persone: è lì che nasce Open Arms, dopo la morte di Aylan, il bambino curdo di 3 anni la cui foto ha fatto il giro del mondo. Nel 2017 mettono l’Astral in mare per la prima volta.

La maggior parte dei migranti transita dalla Grecia, e da lì attraverso la rotta terrestre prosegue verso nord (Grecia-Bulgaria, Bulgaria-Serbia-Ungheria; poi, quando l’Ungheria chiude le frontiere nel 2016, si crea il tappo in Serbia, con l’immagine famosa delle persone nei capannoni abbandonati a Belgrado, in fila per prendere una ciotola). Non è vero che l’Italia si è fatta carico del grosso: il paese che ha accolto di più in questi anni è la Germania, dove dalla rotta orientale, dall’Italia, dalla Grecia, dalla Spagna sono andate la maggior parte di queste persone.

Delle 650mila persone circa che sono sbarcate in Italia più della metà se n’è già andata, è transitata. Quelli dei primi anni, soprattutto, non rimanevano bloccati visto che non c’era il rilevamento Eurodac per le impronte digitali, quindi una volta che riuscivano a passare i controlli al confine non venivano rimandati indietro. Anche adesso continuano a passare attraverso Ventimiglia, il Brennero, ma se riescono a prenderli li rispediscono indietro perché sono tutti registrati attraverso il sistema Hotspot. Renzi chiude dunque un accordo sulla relocation dicendo che “non possiamo accoglierli tutti noi”, ancora una volta andando dietro a Salvini. Sembra surreale che un paese come l’Italia – con 66 milioni di abitanti, una delle economie più forti del pianeta – non riesca a farsi carico di assorbire 200mila persone che arrivano scappando da guerra, fame, miseria (anche le migrazioni economiche sono forzate).

È in questo contesto che va considerata (e che trova una sua spiegazione) l’operazione di delegittimazione e poi di guerra alle ong, cominciata con il Codice di condotta introdotto dal ministro Minniti, che è anche l’iniziatore dei rapporti con la Libia. Le ong in quel tratto di mare sono testimoni scomodi, hanno la possibilità di raccontare cosa è veramente l’accordo con la Libia per gestire i flussi migratori. Il governo italiano vanta come un successo l’aver avuto il 90% di sbarchi in meno rispetto allo scorso anno, ma questo corrisponde al non chiedersi che fine abbiano fatto le persone che non sono arrivate. Noi abbiamo visto e potuto testimoniare quello che i libici fanno in mare, ma ci sono anche le testimonianze di cosa i libici fanno a terra. Il film di Andrea Segre, L’ordine delle cose, è girato quasi in tempo reale, muovendosi su un’intuizione che poi si è rivelata vera. Temo che arriveremo a scoprire presto che la realtà ha superato ogni fantasia.

 

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