Pop e politika

di Simone Caputo

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

Negli ultimi anni il mondo della musica pop – che ancora vende attraverso formati fisici e digitali o che fa ogni giorno milioni di visualizzazioni on-line – si è caratterizzato per una sorta di revival di quella che un tempo si chiamava “musica di protesta”. Rapper come Kendrick Lamar (fresco vincitore del premio Pulitzer per la musica) e musicisti come Antony Hegarty (noto prima come Antony and the Johnsons poi come Anohni), e con loro molti altri artisti di successo, hanno fatto delle questioni razziali e di genere nodi importanti della loro produzione discografica, riuscendo a combinare esigenze commerciali con ambizioni sociali (almeno apparentemente sincere). La stessa Beyoncé, con Lemonade, album del 2016, ha continuato, come fatto nei dischi precedenti, a celebrare (pur con alcune contraddizioni) la femminilità nera e il diritto delle donne alla maternità in un mondo del lavoro nuovamente ostile.

Recentemente però qualcosa è cambiato in questo revival dell’impegno in musica. In coincidenza con la campagna elettorale di Hillary Clinton per la presidenza degli Stati Uniti (campagna supportata da molte artiste, tra cui musiciste, col motto “I’m with her”) il fenomeno di brandizzazione e spettacolarizzazione dell’impegno in musica ha subito un’impennata, per poi esplodere definitivamente con l’elezione di Donald Trump, lo scandalo Weinstein (potente produttore cinematografico accusato da decine di donne di molestie e abusi sessuali) e la sparatoria alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, durante la quale Nikolas Cruz uccise, nel febbraio 2018, 17 giovani studenti (tragedia che ha ispirato il movimento contro le armi “Never again”). Era da molto che l’attivismo sociale e politico non tornava a essere attuale e diffuso tra le star della musica: una diffusione, però, diventata ben presto una moda.

E non è un caso che questo spazio sia stato velocemente occupato da grandi marchi commerciali, come Pepsi e Heineken.

La Pepsi, ad esempio, ha lanciato uno spot in cui una modella statunitense (la star dei social Kendall Jenner, simbolo di una vita di lusso ed eccessi, che mai nulla ha avuto a che fare con l’impegno politico) è su un set fotografico, quando si accorge che intorno a lei è in corso una manifestazione. Dei ragazzi e delle ragazze reggono cartelli con simboli di pace e inviti all’amore. La modella, incuriosita dal corteo, decide di partecipare alla protesta, afferra una lattina di Pepsi e, per evitare che la tensione cresca, la offre a un agente di polizia che la accetta, accennando un sorriso, mentre una fotografa col velo immortala la scena. L’Heineken invece, in uno spot dal titolo Open Your World, ha messo di fronte in una stanza tre coppie di persone estranee con idee e stili di vita completamente opposte: un maschilista e un transgender, un ecologista e una persona di convinzioni diverse, una femminista e un maschio scettico sulle teorie della donna. Dopo le presentazioni i protagonisti vengono invitati a socializzare tra di loro. Ma prima di farlo, vedono delle brevi video-interviste registrate in precedenza, durante le quali ognuno illustrava la propria visione del mondo. Viste le interviste i protagonisti provano reciproco imbarazzo. A quel punto hanno dinanzi una scelta: andarsene o sedersi e bere insieme una birra, discutendo delle proprie differenze. Una birra che favorisce il dialogo e riduce le distanze: l’Heineken!

Il fastidio che si avverte guardando queste pubblicità è lo stesso che si prova ascoltando i nuovi dischi di alcune star mondiali del pop: tra queste, Katy Perry, Miley Cyrus e Justin Timberlake. A chi non dicessero nulla questi nomi, basti ricordare che l’ultimo disco di Justin Timberlake, Man of the Woods, pubblicato in febbraio, ha venduto più di 250.000 dischi nella sola prima settimana d’uscita e raggiunto, in poco più di un mese, 25 milioni di visualizzazioni sulla piattaforma YouTube. Si tratta di star che negli ultimi dieci anni si sono distinte per i grandi numeri di vendite, per il grosso seguito, per l’adesione a una visione consumistica della vita e non certo per contributi sinceri e rilevanti a forme d’attivismo sociale e politico. Katy Perry è stata forse una delle rappresentanti più note del Millennial Whoop, fenomeno caratteristico di molte canzoni di successo degli ultimi anni, che presentano nel ritornello vocalizzi pressoché identici al posto del testo: una sequenza di note che si alternano ad altezze prestabilite (dunque rassicurante, in quanto è qualcosa di già sentito più e più volte), spesso cantata con un “oh-oh-oh”, un “uoo-uoo”, o qualcosa di simile. Miley Cyrus, giovane cantante e ballerina diventata famosa grazie al ruolo di Hannah Montana nell’omonima sitcom di Disney Channel, è ricordata più che per le sue canzoni per aver lanciato con video e concerti il Twerking, un tipo di ballo in cui il ballerino, di solito una donna, scuote i fianchi su e giù velocemente sul proprio asse verticale per creare così un tremolio sulle natiche. Justin Timberlake, membro della boyband ‘N Sync a fine anni Novanta, poi anche ballerino e attore, è diventato il cantante pop ad aver venduto più dischi nella storia degli Stati Uniti dopo Michael Jackson; uomo di spettacolo, non ha mai brillato per la qualità dei testi delle proprie canzoni.

Questi tre cantanti, e come loro molti altri della scena pop statunitense, hanno prodotto nell’ultimo anno dischi in qualche modo collegati a temi oggetto di battaglie sociali e politiche: l’anti-trumpismo, il no alle armi, le questioni razziali e di genere, il femminismo. I dischi sono stati spesso preceduti da vere e proprie dichiarazioni di adesione alle cause: Katy Perry, ad esempio, ha modificato il proprio nickname Instagram aggiungendo alla parola “Artist” le parole “Activist” e “Conscious”. E i video che hanno accompagnato la pubblicazione dei singoli non si sono discostati, in molti tratti, dall’immaginario di riferimento delle citate pubblicità della Pepsi e dell’Heineken. Infine, il palcoscenico da cui mostrare ai fan il loro nuovo corso è stato il Coachella Festival, evento primaverile che si svolge ogni anno in California: una sorta di Woodstock moderna colonizzata dai grandi marchi del lusso, in cui il palco dove si suona non è altro che un accessorio alla passerella da sfilata di moda che vede partecipare star, modelle e influencer, in prima fila su Instagram per condividere le foto dei party e dei concerti dalle zone vip. Un fenomeno che ha poco in comune, dunque, con la dura e ferma condanna del militarismo e dell’industria delle armi messa in musica da Bob Dylan in Masters of War, o col sincero rimpianto per non aver preso parte a Woodstock cantato da Joni Mitchell nell’omonimo brano (poi reinterpretato e reso celebre da Crosby, Stills, Nash e Young). E nulla il fenomeno ha che vedere con una storia più recente, che molto ha a che fare col rapporto della musica pop con l’industria culturale e i suoi strumenti di persuasione: quella che vide protagonisti tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta i klf, gruppo musicale inglese di acid e ambient house, composto da Bill Drummond e Jimmy Cauty.

I klf scalarono le classifiche britanniche e statunitensi con brani dai testi oscuri e video-clip dalle simbologie mistico-religiose fortemente venate di accenti parodistici; diventati delle pop-star internazionali, in un impeto di anarchismo controculturale, ritirarono i loro dischi dal mercato inglese e bruciarono un milione di sterline, ovvero gli incassi residui delle loro ultime hit, sparendo dal mondo dello spettacolo per più di venti anni e trasformandosi nel ricordo di se stessi (la storia è indagata dal bel libro di John Higgs, Complotto! Caos, magia e musica house, da poco edito da Nero Edizioni).

L’attivismo dei vari Perry, Cyrus, Timberlake è impegno trasformato in brand, immagine e tendenza per vendere musica ad ascoltatori sempre meno consapevoli. Un impegno che in rari casi è quantomeno ingenuo, nella maggior parte, invece, coscientemente artificioso. Il fenomeno della brandizzazione e spettacolarizzazione dell’attivismo sociale e politico in musica non è certo nuovo – basti pensare a cosa fu nelle intenzioni e in cosa si trasformò il Live Aid del 1985, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi per l’Africa – ma sembra oggi assumere dimensioni più preoccupanti, perché tradotto dai volti più consumistici del pop. Questo movimentismo di sistema preoccuperebbe poco se solo si potesse ben distinguere dal movimentismo autentico; ma cosa accade quando si organizza una protesta – peraltro seria e necessaria – e vengono proprio tutti, dai grandi marchi del consumismo alle superstar mondiali del pop?

Ritorna qui utile il pensiero di Mark Fisher, dal pamphlet Realismo capitalista, su alcuni grandi eventi di protesta sospinti proprio dalla musica (come il Live 8 del 2005), e sulla capacità del capitalismo di brandizzare l’impegno sociale e politico: “per il realismo capitalista, la contestazione è diventata una specie di burlesco rumore di fondo, senza dire che le proteste degli anticapitalisti sembrano condividere fin troppo con eventi ultra corporate come il Live 8 del 2005 e la sua roboante pretesa che i politici eliminassero la povertà per decreto”. Il Live 8 fu una strana forma di protesta ispirata al Live Aid del 1985: 11 concerti gratuiti organizzati il 2 luglio e il 6 luglio 2005 nelle nazioni appartenenti al G8; le date furono scelte sia perché cadevano in coincidenza del summit, che si tenne al Gleneagles Hotel di Perthshire, in Scozia, sia perché venivano a coincidere con il 20º anniversario del Live Aid.

La campagna musicale correva in parallelo al movimento di protesta “Make Poverty History”, che aveva l’obiettivo di spingere i leader politici delle nazioni più ricche del mondo a cancellare il debito delle nazioni povere, incrementando gli aiuti verso di esse e negoziando regole commerciali più eque. Alle manifestazioni musicali presero parte numerosi artisti (da Elton John ai Pink Floyd, dai r.e.m. agli U2, dai Pet Shop Boys a Madonna), ma, con poche eccezioni, tutti occidentali: una passerella di bianchi interessati all’Africa in ginocchio. Uno dei grandi traguardi delle élite globali contemporanee – ricorda Fisher – è stato proprio l’aver saputo indirizzare l’attivismo sociale e politico, scendendo al suo fianco: un accompagnamento accettato nonostante la particolare durezza della realtà imposta, certamente maggiore di quella contro cui si scagliavano i movimenti di protesta, anche musicali, degli anni Sessanta e Settanta.

Non è un caso, dunque, che furono proprio le élite – nelle vesti di intrattenitori come Richard Curtis e Bono Vox degli U2 – a organizzare, sostenere e promuovere, un evento musicale e benefico come il Live 8. Il ricatto ideologico emerso sin dal primo Live Aid e consolidatosi poi con eventi come il Live 8 si fonda sulla stupida idea, di marca pubblicitaria, che prendersi cura degli individui possa mettere fine alla fame del mondo, senza necessità di passare attraverso una rivoluzione politica e una ristrutturazione sistemica. Non si tratta di ipotizzare un’alternativa al capitalismo e all’egemonia occidentale: il solo obiettivo è assicurarsi che una parte dei profitti derivanti dalle azioni messe in campo per sostenere cause meritevoli vadano realmente a beneficio di quelle. È il consumismo stesso, causa dei mali e delle disuguaglianze che l’attivismo cerca di combattere, a proporsi come rimedio: “tutto quello che serve – ancora Fisher – è comprare i prodotti giusti”.

E così, quando lo scorso marzo gli studenti della Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland si sono recati a Washington per la “March for Our Lives”, scaturita dalla strage che aveva colpito la loro scuola e contro la violenza armata, i New England Patriots, squadra professionistica di football, hanno offerto loro un aereo per affrontare la trasferta, mentre altri hanno viaggiato con le Forze Armate, partendo da Fort Lauderdale; con un posto speciale dinanzi al palco, sono stati accolti dai numerosissimi media, lì appostati sin dal mattino; affiancati da oratori provenienti da tutto il paese, coi loro discorsi (particolarmente straziante quello della studentessa sopravvissuta Emma Gonzalez, vedi “Gli asini” n. 52), per qualche giorno hanno riportato il problema della violenza armata al centro del dibattito pubblico americano o, per meglio dire, di quello spettacolo che è diventato il dibattito pubblico. La musica è stata tra gli elementi fondanti della cerimonia: iniziata col brano Stand Up for Something, interpretato dalla giovane star nera Andra Day, con un coro di bambini di Baltimora in uniforme rosa, è proseguita sotto un sole splendente in un’atmosfera esuberante.

Un video ha proposto preghiere e pensieri di vari esponenti politici, opportunamente montati con immagini relative alla nascita del movimento “Never again”. Demi Lovato, altra star Disney, ha cantato la power ballad Skyscraper, fondata sulla metafora del “sollevarsi da terra come un grattacielo”; Ariana Grande ha proposto la sua hit Be alright, ricordandoci che “pur affrontando delle difficoltà nel corso della nostra vita”, alla fine “riusciremo a superarle”; Miley Cyrus ha cantato The Climb, brano in cui afferma “non conta quanto velocemente ci arriverò / non conta cosa mi aspetta dall’altra parte / quel che conta è la salita”. Un condensato di retorica allo sciroppo d’acero. I momenti musicali sono stati inframezzati da video in cui alle storie di studenti che hanno perso la vita a Newtown e Parkland si sono sovrapposte le immagini di altre tragiche sparatorie. Migliaia di dollari alla causa sono stati donati dalle star del cinema e della tv; MetLife (assicurazioni), Avis Budget, SimpliSafe, due compagnie di traslochi, la Allied Van Lines e la North American Van Lines, la casa di software Symantec, la catena di alberghi Wyndham Hotels, la United Airlines e molte altre aziende ancora, si sono schierate al fianco del movimento “Never again”, pubblicizzando il loro boicottaggio della Nra, l’associazione americana che sostiene il diritto di armarsi. Studenti, star della musica e donatori sono finiti sulle copertine di “Time”, “Teen Vogue”, “Harper’s Bazaar” e “Huffington Post”. Uno scenario non dissimile dal citato spot della Pepsi del 2017.

Parafrasando ancora Fisher, tutto quello che serve è non intaccare la linea divisoria che oggigiorno tiene separata la sfera dei diritti civili da quella dei diritti sociali ed economici; è raccogliere consensi e fondi, pensando che bastino, nel migliore dei casi, a supportare le vittime di violenza e a rendere più severa la legislazione sulle armi; tutto quello che serve è comprare i prodotti giusti, e l’offerta musicale in merito non era mai stata tanto grande.

Da leggere:

Timothy D. Taylor, Music and Capitalism: A History of the Present, University of Chicago Press 2015.

Gavin Butt, Kodwo Eshun & Mark Fisher (a cura), Post Punk Then And Now, Repeater 2016.

Greil Marcus, Lipstick traces. Storia segreta del XX secolo, Il Saggiatore 2018.

John Higgs, Complotto! Caos, magia e musica house (Storia dei KLF, il gruppo che diede fuoco a un milione di sterline), Nero 2018.

 

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