Per continuare a discutere

di Goffredo Fofi

murale di Gagosh

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

…La pedagogia è una scienza? È il ramo pratico della filosofia (Rousseau), della psicologia (Piaget), con il complemento delle tecniche educative (Freinet).

…Nasce con Rousseau (ottimismo della ragione) e Pestalozzi (pessimismo della ragione, ottimismo della volontà; il non-accetto capitiniano, una sfida contro la storia ma anche contro la natura).

…Come diventare adulti, come diventare democratici? Attraverso l’educazione. Oggi: come diventare non-schiavi, non-complici? Potrebbe e dovrebbe aiutarci la pedagogia, se fedele al suo compito, alla sua missione.

…Per definizione, la pedagogia guarda al futuro. È, deve essere, profezia.

…Si trascina dietro il mito dell’età adulta, ma nei pedagogisti veri contempla sempre il mantenimento dello spirito dell’infanzia, di sempre nuova scoperta del mondo, di proposta di novità.

…Il suo fine è di intervenire nella società per migliorarla, mossi da ideali di giustizia, di libertà, di solidarietà. I suoi strumenti sono gli educatori e gli operatori sociali, ma anche i veri rivoluzionari, che dovrebbero aver tutti per motto quello di un’educatrice del nostre secondo dopoguerra: “aiutare gli altri perché si aiutino da soli”.

…In India, madre Teresa di Calcutta scrisse un decalogo per le sue collaboratrici e volontarie, ma a volte anche collaboratori. Che terminava con il consiglio più importante di tutti: “aiutateli a essere autonomi nel più breve tempo possibile”.

…Ma oggi, a chi importa davvero del futuro? E dunque a chi importa cosa potranno diventare i “nuovi nati”? Nel caso migliore, ci attende un eterno presente senza progetto, se non quello del capitale (nel cosiddetto occidente: pensiero e modello unico, ma con feroci battaglie interne tra le sue correnti – chiamate ancora per poco destra, centro e sinistra – ed esterne, tra poteri rivali, ancora più feroci); difesa obbligata ma nel ricorso a modelli arcaici altrove. Due barbarie al potere: quella tecnologica e delle merci da noi, quella più antica altrove.

…Fine dell’ipotesi di liberazione e ascesa sociale, nel dominio delle classi agiate, con il secco rifiuto della solidarietà all’altro. Sono scomparse o ridotte all’osso le classi sociali popolari di ieri (operai, contadini, artigiani, piccoli commercianti). Le classi sociali di oggi: nababbi, super-ricchi, ricchi, benestanti però in bilico, sopravviventi però in bilico, e miserrimi e paria in spaventoso aumento.

…Pseudo “leggi dell’economia” imposte come fede comune, come menzogna introiettata.

…I credenti. I cattolici divisi tra un’enorme maggioranza che punta o crede nella resurrezione e nella salvezza, e dimentica e censura la croce; i protestanti soddisfatti, totalmente o quasi negli Usa, del loro apporto allo “spirito del capitalismo”, con un “Dio dei forti” che assiste chi ci sa fare; i buddisti, ancora un’assoluta minoranza nei nostri paesi che cercano e rivendicano la via dell’accettazione del mondo così com’è, contenti del loro percorso di perfezione individuale.

…Esistono ancora infime minoranze religiose, mentre ne esistono di più importanti, forse, all’interno della chiesa cattolica e grazie alla scossa data da papa Francesco. Ci sono perfino piccole minoranze nonviolente e altre, pochissimo attive pubblicamente, che praticano e difendono un proprio spazio di bontà, da “salvati”; si compiacciono della loro diveristà, ma nell’isolamento, nell’assenza o rifiuto di passare dalla nonviolenza alla disobbedienza civile. Praticano l’isolamento e non l’apertura, ci convince quel che ha scritto di loro Gunther Anders.

…Una minoranza di buoni o che si pensano tali è quella che pratica una pedagogia del rifugio, del nascondersi e difendersi nelle buone prati che e nelle buone proposte, però socialmente inerti. È il rischio che corre l’attuale Mce, con il compiacimento di una sorta di semi-clandestinità. Alcuni fidano nella speranza del contagio (la “peste” non ha solo il significato che gli ha dato Camus, ha anche quello – attivo – che gli ha dato Artaud).

…Chi educa davvero? L’educazione incidentale di ieri, studiata e teorizzata da Colin Ward (la strada, il vicinato, le bande infantili, gli artigiani, il lavoro, il tempo libero attivo e comunitario…) sono stati quasi totalmente sostituiti dal mondo delle merci e da internet. Solitudine e presunzione di sapere e di dire come risultato, passività e non azione.

…L’onnipresenza del modello americano (Susan Sontag e la “peste americana”: l’ “american way of life” come l’“unica proposta di vendita” di Goebbels, una forma aggiornatissima (pur sempre nella logica della “dialettica dell’illuminismo” dei francofortesi) delle utopie-ideologie dell’uomo nuovo negli anni trenta, da costruire con l’obbligo. Non c’è più bisogno, se non in forme aggiornate, del “libro e moschetto” del fascismo, bastano internet e il super-mercato, tanto più che le guerre future chiederanno truppe iper-specializzate ma numericamente ridottissime rispetto al passato.

…L’“uomo nuovo” di oggi non è quello sognato dalla pedagogia di ieri, ma il suo esatto contrario: consumatore acquiescente di merci anche ideologiche. La cultura come nuovo “oppio del popolo”, nell’illusione abilmente propagandata di una sua funzione nobilitante. La massa dei laureati e diplomati che scrivono, filmano, suonano, cantano, recitano, disegnano, e che battono le mani a chi scrive recita filma disegna. Le “scuole di scrittura” e di cinema eccetera. La cultura consumata o pratica come lo strumento forse più raffinato del potere contemporaneo, che dà a tutti l’illusione di libertà del dire, di poter contare (internet). L’estremo conformismo dei finti individualisti della “rete”, della tela di ragno che è il web, illusi di essere tali. La pedagogia ufficiale vista come strumento per adattare, per far accettare il mondo così com’è. Si auspica, come antidoto, un ritorno alla lettura della fantascienza detta sociologica, “classica”, che ha descritto come realizzazioni, quali oggi sono, le tendenze interne al sistema sociale già ieri, ma anche suggerendone il rifiuto: le “profezie” negative di Wells, Zamjatin, Orwell, Wyndham, Dick, Ballard… e quelle “resistenti”, positive/attive di Vonnegut, Bradbury, LeGuin…

…Gli aspiranti educatori dovrebbero aver sempre in mente il motto di Piero Gobetti, che veniva da Socrate: “che ho a che fare io con gli schiavi?”, intendendo per schiavi quelli mentali. Dall’uno del vero individualismo al tutti di Capitini il non-accetto dello splendido motto di Albert Camus: “mi rivolto dunque siamo”.

…Un episodio dei Vangeli che i preti raramente commentano: Gesù si ritira nel deserto prima di entrare nella vita attiva (il verbo che si fa Carne) ed è visitato dal diavolo, che gli mostra tutte le ricchezze del mondo e gli dice che saranno sue se soltanto passerà dalla sua parte. Se ne ricava che il mondo non appartiene al bene e che non-accettarne le regole è la vera sfida da opporgli. Il “non accetto” lo stato delle cose (e della natura) di Capitini: una sfida che è insieme sociale e metafisica, religiosa.

…Citiamo ancora una volta un mirabile passo di Capitini che vi concentra la sua idea dell’azione: “Quando incontro una persona, e anche un semplice animale, non posso ammettere che poi quell’essere vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma. Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto. E se guardo meglio trovo anche altre ragioni per non accettare la realtà così com’è ora, perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare. È una realtà provvisoria, insufficiente, e io mi apro a una trasformazione profonda, ad una sua liberazione dal male nelle forme del peccato, del dolore, della morte.”

…Parlando di Capitini si arriva a parlare di nonviolenza, e per lui come per Gandhi le tre componenti della nonviolenza sono: non fare il male, non mentire; non collaborare col male (dunque con chi opera il male). La disobbedienza civile di Thoreau, Tolstoj, Gandhi, Capitini e tanti altri implica la non-collaborazione col male come parte attiva e politica della nonviolenza. La disobbedienza civile, sia essa individuale o di gruppo o di massa è la parte indispensabile dell’applicazione dei principi della nonviolenza alla vita sociale; senza di essa la nonviolenza si riduce a ricerca e soddisfazione del perfezionamento individuale. La parte politica della nonviolenza è la disobbedienza civile.

…Ma la disobbedienza civile non è solo nonviolenta, è stata e può essere anche violenta; ha una lunga storia anche nelle tradizioni del movimento operaio, delle rivoluzioni, e bisogna discuterne, tenerne conto. In ogni caso, devono valere per noi le critiche di Paolo di Tarso e di Gandhi ai “tiepidi”, a chi, nel suo agire, non prende posizione.

…Come vivere nella polis, come stare nella polis? Farsi “politica”, darsi progetto. Pensare a un mondo migliore e possibile chiede obbligatoriamente che si parli di politica, ricordando che si fa politica, da sempre, anche dall’esterno della politica, con i movimenti. Che, necessariamente e ovviamente, contemplano la partecipazione alla pari dei nuovi cittadini, degli immigrati e dei loro figli. È un tema centrale anche per la nuova pedagogia, ma che non vediamo isolato o sostanzialmente diverso da quello di tutti, anche se possiamo intuire che è a partire dalla condizione degli immigrati e dalle loro nascenti organizzazioni di mutuo appoggio e di lotta che i movimenti posso tornare, una sinistra rinascere, il mondo cambiare.

…Non esistono utopie oggi se non caramellose e indigeste (quelle dei guru di successo, un altro prodotto, oggi molto diffuso, dell’industria della cultura e della comunicazione), anche perché nessuno crede più che possano realizzarsi- Una di queste è l ‘utopia, a noi molto cara, della “repubblica dei bambini”: un’idea del mondo come infanzia e generosità, come meraviglia per le bellezze del mondo e come capacità di sognare il futuro, non solo concretamente. E c’è bisogno di poesia e di arte, dunque, nell’immagine di un futuro bello e vero, per il quale è degno lottare, anche se è poi indispensabile ritornare alla concretezza del progetto politico, e verificarlo nelle azioni, lottando per la sua realizzazione.

…Cosa deve significare per noi profezia? È predizione di eventi futuri, e dei comportamenti che devono contrastare i nefasti e sostenere i giusti; è immaginare il futuro possibile a partire dai dati evidenti (anche se non a tutti) del presente; è pensare le alternative, le correzioni, le difese, gli intralci da porre ai “piani del capitale”, ricordando che il capitale contempla sempre feroci lotte al suo interno, e vive di contraddizioni a volte esplosive.

…Ma intanto, chiediamoci perché nessuno osa più immaginare il futuro, perché la fantascienza è morta e le utopie sono diventate tutte distopie o, al meglio, storie di miserabile sopravvivenza nelle catastrofi della civiltà. Perché nessuno, salvo i guru di cui sopra, che campano di astrattezze consolatorie e mielosi, osa più farlo? Nelle storie dei sopravvissuti che fanno anche del disastro apocalittico una merce d’intrattenimento consolatorio, i lettori e spettatori si identificano, da perfetti idioti, con i rarissimi sopravvissuti, con i sommersi e non con i salvati.

…In chi ragiona sul futuro e lo immagina c’è sempre una vena di generico ottimismo, perfino in Siti e Montesano sopravvive la fiducia nel nuovo e nel giovane, nella trasmissione del giusto, in trasformazioni che possono essere positive portate dalle nuove generazioni; questo è accettabile soltanto nell’ottica della sfida, e nell’atroce dubbio sui risultati. Partire dal pessimismo porta, forse, più avanti e più lontano, è più utile, ci serve di più.

…Pensando al futuro, è forse opportuno rileggere di La macchina del tempo di H. G. Wells, la parte finale, ambientata in un futuro lontanissimo, con l’umanità che resta divisa in morlock, uomini sotterranei e animaleschi, che fanno andare le macchine che permettono a chi sta sulla superficie, gli eloi, di vivere d’arte e d’amore spensierati e imbecilli, anche se a volte i morlock salgono di notte in superficie e se li mangiano. È questo il destino della civiltà, dell’umanità? O sparieranno invece tutti, e in pochi botti, sia i morlock che gli eloi?

…In ogni caso, immaginando il futuro, e da persone che praticano la pedagogia o ne ragionano, è opportuno ricordare l’aureo e terribile testo di Tadeusz Korczack, un grande pedagogista dalle idee molto chiare sul futuro di allora per sé e per i suoi allievi sul “diritto dei bambini alla morte”. Reagire senza mentirsi. Pessimismo attivo, ma che sia davvero attivo. A cominciare da sé, da me: “mi rivolto dunque siamo”.

…E la scuola? Che scuola c’è oggi e potrebbe o dovrebbe esserci domani? Occorre esercitare la fantasia, perfino all’estremo del delirio… Sempre meglio che dire “così è e non può cambiare che in peggio”.

…L’ecologico… il religioso… il comunitario (La ginestra: “tutti fra sé confederati estima”)… il politico… l’artistico (e l’arte esigente, provocante, ribelle, profonda, libera, attiva)…

…Dell’“altro”, e pensiamo in particolare ai nuovi italiani venuti da lontano, come problema vecchio-nuovo della nostra società e oggi di tutte, è certamente impellente, non solo politicamente, ma a rischio di scandalizzare qualche educatore o operatore opportunista sosteniamo non essere un problema che riguarda la pedagogia, la quale non deve mai farne un settore a sé, una specialità un a-parte. Come si trattasse di una vera diversità. Torniamo ancora una volta ai versi della Ginestra: la nostra pedagogia, l’unica valida, è quella che “tutti fra sé confederati estima”.

…Il politico, il sindacale (già! non abbiamo parlato sinora del grande tradimento dei sindacati, interno alla storia del grande tradimento della sinistra, ma ancora più cocente, per chi lotta per il rispetto dei suoi diritti – e di quelli degli altri). Le lotte comuni degli italiani e dei nuovi italiani, che devono aprire una nuova stagione, e portare a nuove organizzazioni o a una radicale rivitalizzazione delle vecchie. Le lotte dei grandi che si fanno carico della responsabilità verso il futuro, cioè verso i nuovi nati, i figli, i nuovi arrivati. La partecipazione dei nuovi e dei piccoli alle lotte dei grandi. La sinistra (e la sua politica) possono rinascere solo da questo.

…Non si detto di molte altre cose, prima fra tutte del ruolo delle donne, del “femminile” che i movimenti devono assumere e dei movimenti femminili, forse, oggi, tra i pochi vivi e vitali. Ma che siano le donne a parlare delle donne.

…E ci sono poi i rapporti tra centro e periferia, chiave di volta di ogni democrazia.

…Per finire, o per cominciare, è indispensabile a discutere del rapporto genitori-figli, diventato putrido, del rapporto tra adulti che massacrano la sensibilità e l’intelligenza dei loro figli, dei giovani. Com’è, come cambierà, come cambiarlo… Si dovrà trattare ancora di offrire da minoranze attive anche se minime dei modelli e dei discorsi davvero diversi, di diffondere pratiche sane in una società malata, fetida. Rari adulti sono recuperabili, e perfino, ormai, rari giovani. È probabile che si possa riuscire a salvare dei bambini, molto più difficile, se non impossibile, ridestare all’intelligenza e al rispetto i loro genitori…

…Nonostante tutto e prima di tutto, i bambini… “Imparo dai bambini”.

 

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