“Paura della libertà”. Carlo Levi 1939. E oggi

di Emanuele Dattilo

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Nelle epoche di crisi, che periodicamente vengono sancite in buona o in cattiva fede, non bisogna certamente contentarsi degli appelli alla ragione e ai valori di civiltà, o meglio alle emozioni, che ci spingono a guardare avanti, nella speranza di un futuro migliore; né, d’altronde, si deve ripiegare malinconicamente o cinicamente su se stessi, rinunciando a comprendere ciò che accade intorno a noi: no, la consapevolezza della crisi – e certamente questo momento storico è, per molti aspetti, critico – dovrebbe indurci il coraggio di una lucida disperazione (“una disperazione calma, senza sgomento”), che ci permetta di ripartire dall’inizio, dalle domande e dalle questioni più elementari, evidenti, originarie, senza appoggiare sui vecchi terreni, falsamente solidi (e tali sono, molto spesso, le paludi delle analisi socio-politiche, con i loro gerghi e i loro obiettivi prefissati). Altrimenti, tale crisi non sarà altro che rafforzata, una convulsione notturna nel sonno, prima di riprendere a dormire. Questo uno dei più preziosi insegnamenti che apprendiamo dalla lettura di Paura della libertà di Carlo Levi, ripubblicato ora da Neri Pozza a quasi ottant’anni dalla sua composizione, con una bella introduzione di Giorgio Agamben. In questo libro, uno dei più importanti dell’Autore, e tra i più originali e dimenticati della letteratura italiana del secolo scorso, l’analisi antropologico-religiosa acquista una valenza fortemente politica, e noi vorremmo provare qui brevemente a intendere il legame tra queste due dimensioni del discorso di Levi. Sulla spiaggia di Le Baule, nel 1939, quando si sarebbero fronteggiati a poca distanza due eserciti stranieri, Levi comprende che “se il passato era morto, il presente incerto e terribile, il futuro misterioso, si sentiva il bisogno di fare il punto; di fermarsi a considerare le ragioni di quella cruenta rivoluzione che incominciava” (p. 16). Così ha preso forma questo poema filosofico, come lo chiamò l’Autore, dove con immagini rapide venivano ricapitolate tutte le questioni più urgenti. Originario non è ciò che si trova all’inizio, bensì ciò che resta sempre urgente (Il futuro ha un cuore antico, avrebbe intitolato Levi successivamente la cronaca di un suo viaggio). Se da questo libro è possibile estrarre, come già diceva Levi nella sua introduzione del 1946, una teoria del nazismo, una teoria dello Stato, una estetica, una teoria della religione e del linguaggio, ciò si deve alla assoluta libertà dell’Autore, che sembra parlare da un luogo in cui non vi sono ancora confini tra uomo e città (tra antropologia e politica), tra razionalità e irrazionalità.

Ab Jove comincia Paura della libertà, da quella più ambigua situazione dell’uomo a contatto diretto con il divino, potenza soffocante che bisogna in qualche modo espellere e addomesticare. Quando tutto è in tutto, l’uomo fa fatica a separarsi, a individualizzarsi, avvolto com’è nella rete delle relazioni totali, assolute della partécipation mystique. Da questa situazione originaria, la penombra, si esce solamente sacrificando il divino e trasformandolo in un idolo, e da questo gesto deriva tutto il mondo visibile e diurno: la Religione, la Cultura, la Civiltà, lo Stato – che, in questa prospettiva di Levi, altro non sono che enormi, potenti esorcismi collettivi. “La Religione è dunque, così considerata, un mezzo del processo di individualizzazione; ma un mezzo che tende, per liberare lo spirito dal senso terrificante della trascendenza, a sostituirla con simboli visibili, idoli” (p.30). Idoli sono chiamati tutti i cristalli di alienazione umana. Alienazione non vuol dire dare via un po’ di sé a qualcos’altro, come normalmente si è inteso, ma al contrario: significa ritirare quel sé che stava fuori, errante felice nel mondo, e sentirsene proprietari, restringerlo nei confini del corpo e della coscienza, nell’io, in modo da adorare qualcosa di estraneo. La prima e più temibile alienazione è l’alienazione in se stessi, che suppone una libertà sganciata, autonoma, separata dal mondo e dalla natura. Idolatria e antropogenesi sono racchiusi in quel gesto, e in fin dei conti non sono che uno stesso e medesimo processo: “Per ogni idolatria, perché il dio viva, l’uomo deve diventare estraneo a se stesso, e propria vittima: poiché quel dio non è Iddio, e l’uomo non è ancora un uomo” (p. 40).

Si può ben comprendere, già da queste idee, quanto il discorso di Levi dovesse risultare estraneo all’ambiente culturale italiano dell’epoca, dove – come nota Agamben nell’introduzione – una certa miope cultura politica, vagamente progressista, andava confezionando il fantoccio dell’irrazionalismo, fantoccio che ha reso per decenni impossibile agli italiani, ad esempio, interessarsi del pensiero orientale senza risultare per questo, immediatamente, fascisti; o di parlare di Dio senza sembrare, di necessità, cattolici.

Di tutt’altro genere il discorso contenuto in Paura della libertà. All’alienazione sacrificale e simbolica, all’alienazione statuale, Levi contrappone ciò che qui chiama avvenimento: “L’avvenimento è invece il prodotto dell’attività umana in quanto creatrice, ricca cioè nello stesso momento di differenziazione e di indifferenziazione, di individualità e di universalità: tanto più individuale quanto più sopraindividuale, tanto più universale quanto più singola e intensa, libera insieme e necessaria – comprensibile a tutti per loro comune indistinta natura; trascendente a ciascuno in quanto distinto e individuale – ma a cui tutti, nella loro individuazione, liberamente partecipano e portano coscienza” (p. 30). Lo spazio umano è, per Levi, uno spazio intermedio, e da questa intermediarietà l’uomo trae la propria forza e la propria vitalità poetica, in relazione con quella materia originaria di ogni vita che qui Levi chiama indeterminato, e che – come il Logos di Eraclito – è ciò che vi è di più comune.

Che cosa vi è di più comune del linguaggio? Tra le altre cose, il libro di Levi espone un abbozzo di teoria genetica del linguaggio poetico, mostrando come proprio lì avvenga la prima alienazione e la prima espropriazione della potenza creativa. Le idee di Levi somigliano molto alla teoria degli universali fantastici di Vico, sulla natura originariamente poetica del linguaggio dei popoli. Non riassumiamo queste pagine; notiamo piuttosto come esse contengano già in nuce il pensiero successivo dell’Autore. La questione dell’autonomia, di ciò che permane al di fuori dello stato e della legge (“Ogni autonomia, ogni atto creatore, è, per sua natura, fuori di questa legge, nemico dello Stato, sacrilegio”, p. 118), si lega di necessità alla visione dei libri scritti più tardi sul mondo contadino. Non vi è civiltà più creatrice della civiltà contadina: tanto che il contadino può diventare, per Levi, sinonimo stesso di creazione poetica, proprio in quanto egli mantiene in sé una contraddizione vitale, libera, che rende il suo linguaggio naturalmente poetico e politico, mitico e realistico. L’arte contadina è strettamente realistica esattamente in quanto è mitologica: “le cose sono cose e appunto perché tali hanno un doppio senso”, scrisse Levi in un articolo successivo, intitolato significativamente Coraggio dei miti. Non serve, perché sia contadina, che tale arte sia elementare o infantile, ma semplicemente, come succede anche nelle opere più compiute e raffinate, che tocchi quella zona ambigua e indeterminata, concretissima.

Se riprendiamo, pertanto, in relazione a Paura della libertà, la divisione dell’umanità in contadini e luigini, che Levi ha teorizzato, essa va afferrata in un senso proprio: non si tratta di rivendicare per i contadini il mondo oscuro e magico, e per i luigini il mondo civilizzato (e non si tratta, per noi, di rivendicare quello contro questo). Al contrario: si tratta di due modi politici, estremamente concreti, di relazione con l’indeterminato. Dove il contadino vive in sé la contraddizione – la stessa di cui fu figura emblematica, per Levi, Rocco Scotellaro – in cui le cose “sono se stesse e sono altro”, e le sue opere sono “l’affermazione contemporanea della verità delle cose e dell’uomo”, ossia invenzione continua e misteriosa della verità, il luigino è adagiato nella inscalfibile sicurezza di sé e del mondo, nel progressivo, implacabile processo di separazione e astrazione dalle cose, che significa separazione dagli altri e inaridimento, religione di morte. Le cose diventano, così, nient’altro che se stesse. “Ma per gli uomini inariditi, separati e staccati dal sacro abisso originario, non v’è più Stato né comunanza alcuna” (p. 96). Una comunità di individui non è una comunità, ma una somma, un mucchio atomico. La religione del progresso scientifico, tecnologico e algoritmico, non è che una variante – tra le più grigie, perché apparentemente oggettiva e inevitabile – di questa stessa religione luiginesca, la religione della sicurezza e del controllo atomizzanti, di cui i riti di comunicazione, nelle sue più varie forme, rappresenta la più conseguente celebrazione. Ma certo queste distinzioni tra contadino e luigino andranno poste di volta in volta, e non sono mai definitive: se in ognuno di noi, infatti, vi è un contadino (così dice Levi), in ognuno di noi è presente anche un luigino, pronto a gerarchizzare e a impoverire il linguaggio, a renderlo astratta e sicura stampella ideologica.

La proposta politica delineata da Levi, in Paura della libertà e nei suoi romanzi, non è stata ascoltata, e si è preferita, dopo la guerra, un’altra strada, decisamente diversa. La religione delle fabbriche, delle grandi città, dei tecnicismi, delle masse, che questi libri sottoponevano a una critica decisa, è diventata la religione di un preciso schieramento politico. Una delle lezioni di Levi in questo libro risiede però nell’idea che la Religione e lo Stato e l’Ordine costituito non sono mai definitivamente stabiliti e fermi: in ogni momento ogni uomo è alle prese con quell’indeterminato, insieme religioso e politico, e ogni momento può essere quello buono per far saltare gli idoli e spezzare la falsa continuità della storia, aprendo la possibilità alla precaria, instabile umanità degli uomini. Se la dimensione del sacro terrore dei boschi è evocata da Levi, non è certo perché egli voglia sostituirla nostalgicamente all’ordine religioso degli idoli che vuole combattere, ma perché ogni liberazione non può che cominciare da qui. Cacciata, Redenzione e Apocalisse ci sono contemporanei: “perché lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova” (Rocco Scotellaro).

 

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Comments (1)

  • marcella marmo

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    FALSO CHE IO ABBIA GIA SCRITTO ALCUNCHE’ DI SIMILE COMMENTO PER VOI E PER ALTRE SEDI!!!! //come studiosa di Levi che spesso si è trovata in difficoltà a decifrare i tanto passaggi filosofici e politici di ‘Paura della libertà’, apprezzo molto la lettura analitica ricca che pur nelle dimensioni sintetiche si sviluppa nelle pagine. Penso che il discorso 1939 si possa attualizzare i(ulteriormente divuLgare presso giovani – e meno giovani- colti e disposti a studiare, come voi, complimenti…) per la percezione di apocalisse paura/ libertà che viviamo nelle presente crisi epocale, con el deite differenze e domande politiche/ filosofico-psicoanalitiche. Farei attenzione alla retorica citazione di Scotellaro (che di alba nuova e perire dei tempi scriveva nelle dinamiche dei primi anni cinquanta con sensibilità culturale da tenere circoscritta alle tensioni sociali e politiche pur profonde del Mezzogiorno, ‘semplici’ a confronto con lo spessore ellittico tra totalitarismo/ Stato/ religione ovvero antropologia del sacro, a cavallo anche con la teoria della individualizzazione di campo flosofico-psicoanalitico). Così resta marginale e inutile la citazione di ‘contadino e luigino’, che va comunque al plurale contadini e luigini…ed è metafora sociologico-politica innanzitutto dentro la storia d’Italia 800-900, e la biografi specifica di Levi tra Gobetti, Aliano 1935 e Italia 1954-50.

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