Le quattro mafie

di Federico Varese

incontro con Serena Uccello

murale di 108

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Negli anni novanta mi sono trasferito in Russia. Volevo capire cosa significava la fine dell’Unione Sovietica e l’arrivo del capitalismo e della democrazia. L’Università nella quale facevo il dottorato di ricerca aveva uno scambio con l’Università di Perm, una città industriale nella regione degli Urali, al confine con la Siberia. Quindi mi trovai, giovane studente di dottorato, in questa città remota, senza conoscere nessuno, dove faceva molto freddo d’inverno e molto caldo d’estate, con un tema di ricerca piuttosto difficile. Eppure alla fine sono riuscito nel mio intento: studiare la nuova classe imprenditoriale, il motore del nuovo capitalismo, scoprire cosa fanno, come riescono a risolvere le dispute fra di loro e che rapporti hanno con l’amministrazione statale. All’inizio sono stato aiutato da alcuni ricercatori universitari, che mi hanno messo in contatto con loro amici e conoscenti, e da lì ho costruito altri rapporti, altre conoscenze, fino a creare una rete di persone da intervistare per la mia tesi, pubblicata poi in un libro del 2001 (The Russian Mafia, Oxford University Press). Durante le mie interviste, scoprii che molti imprenditori pagavano il pizzo, esattamente come avviene in altri paesi, ad esempio in Italia. La persona che pagavano – mi fu raccontato – era il capo di una organizzazione criminale – i vory-v-zakone, i cosiddetti ladri-in-legge che governava le città al posto delle istituzioni pubbliche. Questa organizzazione aveva ramificazione in tutta l’ex Unione Sovietica, un rito di iniziazione, soprannomi, tatuaggi. Grazie a una serie di intermediari e complessi negoziati, alla fine sono riuscito a intervistare il boss, che si chiamava Zykov. Era un “Vor-v-Zakone” (“vor” si può tradurre come “criminale” mentre “zakon” significa “legge”). E così a un certo punto del mio lavoro sul campo mi sono trovato davanti a Zykov, nel ristorante dove aveva la sua corte. Nel nostro primo incontro gli ho fatto molte domande sul rito di iniziazione e su come operava la criminalità organizzata a Perm.

La dimensione religiosa della mafia russa è forse la cosa che più mi ha colpito nei racconti di Zykov, una dimensione che poi ho ritrovato in altre mafie e che mi ha portato a scrivere il primo capitolo di questo libro Vita di mafia. Amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato (Einaudi 2017), intitolato Nascita. Il rito ti fa diventare uomo, nasci come uomo vero solo quando sei passato attraverso il rito: chi non è parte dell’organizzazione è considerato come una non-persona dalle organizzazioni criminali. Anche i riti delle altre mafie – la mafia siciliana, le “triadi” di Hong Kong e la Yakuza giapponese – hanno una forte dimensione religiosa. Dio è testimone della conversione del mafioso, la certifica e la rende eterna. Quando si descrivono le organizzazioni criminali come un business, una corporation, si dimentica la dimensione mistica, il rapporto con il sacro che cercano di instaurare con chi entra, che poi permette di sacrificarti, di rischiare la vita per l’organizzazione. Nel rito delle Triadi di Hong Kong c’è un sacrificio di sangue, che serve a ricordare alla persona il patto eterno con l’organizzazione. Ti liberi dalla tua identità precedente, addirittura – nel caso della mafia di Hong Kong – il giovane viene spogliato, quindi il rito avviene mentre è praticamente nudo, proprio perché la sua identità precedente dev’essere dimenticata. Nel caso dei russi, addirittura viene dato un nuovo nome: i soprannomi dei mafiosi russi in realtà sono un nuovo nome dato durante il rito, come avviene per i preti che entrano nella chiesa ortodossa o cattolica.

Il mafioso di Perm mi ha fatto impressione per un’altra ragione. Quello che lui cercava di dirmi quando ci siamo conosciuti è che non era semplicemente un criminale, ma una persona che ‘governava’ la città, che cercava di installare un senso di ordine nel contesto dove abitava. Questa è chiaramente una perversione del concetto di ordine e di giustizia, ma la cosa che mi fece impressione è come questi mafiosi pensassero di essere dispensatori di una sorta di giustizia superiore a quella dello stato, che nel caso russo era erratico, classista e inaffidabile.

Per me l’incontro con il vor è stato significativo. Aveva un certo carisma, una aurea di autorità, dovuta soprattutto al fatto di aver passato molti anni in galera, in condizioni dure, condannato per reati gravi. Sicuramente era anche una persona con molti limiti e paure, paranoico. Una cosa che cerco di fare nel libro è mostrare come i mafiosi non siano dei superuomini, ma delle persone che non sono né più intelligenti né più stupide di noi; proprio nel descriverle come persone, con i loro limiti, possiamo capirli e vederne le meschinità, i limiti umani e intellettuali. C’è una bellissima descrizione (fatta dalla madre) del funerale di Peppino Impastato. Un mafioso, parente della famiglia Impastato, vede il grandissimo corteo che accompagna la bara del giovane attivista di Cinisi ucciso da Gaetano Badalamenti e sbianca per la paura, perché vede migliaia di persone che si ribellano, che non hanno paura.

Il mio libro si conclude con un nuovo viaggio in Russia, a Perm, nel 2016. Tra le altre cose, cerco di capire come la Russia di oggi è diversa da quella degli anni novanta. Vado anche sulla tomba di Zykov. Come scrivo nell’ultima pagina del libro, di fronte a una tomba si è portati a rendere omaggio alla persona, a riflettere sulla morte di un essere umano, che aveva dei cari, una famiglia, degli affetti. Ma certo non si può in alcun modo perdonare Zykov per il male che ha fatto. Eppure questi personaggi oggi fanno meno paura, i vory-v-zakone che sono ancora vivi sono diventati pedine di un potere ben più grande di loro. Chi vive in Russia oggi è vittima di un’altra ingiustizia, diversa da quella perpetrata dalla mafia negli anni novanta. Oggi c’è l’erosione della libertà, l’involuzione della democrazia, un capitalismo cleptocratico, ingiusto, e un regime sempre più autoritario. La mafia è stata inglobata nel sistema e si è fatta Stato.

 

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