La prossima volta, il fuoco

di James Baldwin. Traduzione di Attilio Veraldi

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Il breve testo che segue fa parte di un piccolo libro che James Baldwin mise insieme nel 1963 con il titolo di uno dei due saggi che conteneva, La prossima volta, il fuoco. In Italia lo pubblicò Feltrinelli nel 1968. Ne vediamo oggi una certa attualità, nel pensare a cosa potranno diventare in futuro i rapporti – non solo in Italia – tra la popolazione immigrata, non importa di che generazione, e la popolazione italiana. Non è necessario essere scrittori di fantascienza per ipotizzare un futuro in cui gli immigrati prenderanno piena coscienza dei loro diritti e non solo dei loro doveri e, quelli che arriveranno spinti da disastri ecologici, disparità tra le classi e guerre che si annunciano perfino più gravi e terribili di quelli di ieri e di oggi, esigeranno di essere trattati come giusto alla pari invece di elemosinare la nostra pietà essendone peraltro ricambiati con la supponenza, il razzismo latente o palese, lo sfruttamento e la violenza con cui oggi li accogliamo.

Il negro americano ha il grande vantaggio di non aver mai creduto in nessuno dei tanti miti a cui è invece aggrappato l’americano bianco: che tutti i loro antenati fossero dal primo all’ultimo eroi amanti della libertà; d’essere nati nel piú grande paese del mondo; d’essere invincibili in battaglia e saggi nella pace; d’essersi sempre comportati in modo onorevole con i messicani, gli indiani e tutti gli altri popoli vicini o inferiori; d’essere, come uomini, i più franchi e virili del mondo, e come donne le più caste. I negri san questo e molto altro ancora sugli americani bianchi; si potrebbe dire, in effetti, che sanno sugli americani bianchi ciò che i genitori, o piuttosto le madri, sanno sui figli – e molto spesso, in realtà, i negri considerano gli americani bianchi alla stregua di figli. Forse questo atteggiamento, mantenuto nonostante ciò che sanno e ciò che hanno sopportato, aiuta a spiegare perché i negri, nel complesso, e fino a poco tempo fa, si sono permessi di sentirsi poco odiati.

In realtà, e nei limiti in cui ciò era ammissibile, essi erano portati a considerare i bianchi vittime e insieme autori della loro corruzione. Bastava guardare la vita che con ducevano. Non c’era da sbagliarsi. Bastava guardare le cose che facevano e le giustificazioni che davano a se stessi; e se infine un bianco era nei guai seri correva dritto a bussare alla porta del negro. Se ne ricavava quindi la sensazione che se il negro avesse avuto i vantaggi materiali che aveva il bianco, non sarebbe mai stato infelice e smarrito e scioccamente crudele come lui. Il negro si rivolgeva al bianco per ottenere un tetto, un biglietto da cinque dollari o una lettera per un giudice; il bianco si rivolgeva al negro per ottenere amore. Quanto a lui, però, non sempre era in grado di dare ciò che era venuto a cercare. Il prezzo era troppo alto, e lui aveva molto da perdere. E questo lo sapeva anche il negro. Se dunque sai tutto questo di un uomo t’è impossibile odiarlo, ma t’è anche impossibile – a meno che quello non diventi un altro uomo, un uguale – amarlo. Alla fine, cerchi di evitarlo, perché la caratteristica costante dei bambini è di pretendere di monopolizzare l’attenzione e, quindi, anche te. (Chiedi a un negro che cosa sa dei bianchi con i quali lavora; dopodiché chiedi ai bianchi con i quali quello lavora che cosa sanno di lui.) Quali frutti può dare il passato del negro americano? Non è improbabile, è anzi possibilissimo, che questo passato misconosciuto presto provochi la distruzione di noi tutti. Ci son guerre (se esiste ancora qualcuno al mondo tanto pazzo da farsi trascinare in una guerra) che per esempio il negro americano non sopporterà, nonostante tutte le costrizioni; e c’è un limite al numero di individui che un governo può mettere in prigione e un limite, ben definito in verità, alla praticità d’una simile politica. Ho paura che si stia preparando all’America un conto che essa non è preparata a pagare. “Il problema del secolo ventesimo,” scrisse quasi sessanta anni fa W. E. B. Du Bois, “è quello della barriera del colore.” Un problema terribile e delicato, che compromette, quando non corrompe, tutti gli sforzi americani di costruire un mondo migliore – da noi e dappertutto nel mondo. Ed è questo il motivo per cui occorre riesaminare tutto ciò in cui i bianchi americani son convinti di credere. Ciò che vorremmo veder scomparire è la divisione dei popoli sulla base del colore della loro pelle. Ma fin quando noi in Occidente attribuiamo a questo colore il valore che oggi gli diamo, sarà impossibile che le masse si dividano in base a un qualsiasi altro principio. Il colore della pelle non è una realtà umana o personale, bensí politica. Ma è questa una distinzione cosi difficile che l’Occidente ancora non è arrivato a farla. E nel cuore di questa tremenda tempesta, nel pieno dello scompiglio, sta la popolazione negra di questo paese, che deve ora dividere il destino d’una nazione dalla quale non è mai stata accettata e riconosciuta e nella quale fu portata in catene. Ebbene, se così stanno le cose, non abbiamo altra scelta che fare tutto quanto è in nostro potere per mutare questo destino senza badare ai rischi: confisca dei beni, arresti, torture, morte. Per amore dei nostri figli, per ridurre al minimo il conto che essi dovranno pur pagare, dobbiamo cercare di non rifugiarci mai in nessuna illusione – e il valore attribuito al colore della pelle è sempre e sarà sempre e dappertutto un’illusione. Mi rendo conto che chiedo l’impossibile. Ma oggi, come sempre prima, l’impossibile è il minimo che si possa esigere – e, dopotutto, a ciò siamo incoraggiati dalla lezione della storia umana in generale, e da quella del negro americano in particolare, che di niente altro è prova che di una continua conquista dell’impossibile. Quand’ero ragazzo e giocavo coi miei compagni in quegli androni fetidi di vino e urina, spesso mi chiedevo: Che ne sarà di tanta bellezza? Perché noi negri siamo molto belli, anche se tra i bianchi come tra i negri c’è chi lo ignora. Quando stavo seduto alla tavola di Elijah e guardavo quel bambino, quelle donne e quegli uomini, mentre parlavano della vendetta di Dio – o di Allah – mi chiedevo: quando questa vendetta sarà giunta che ne sarà di tanta bellezza? Ma mi rendevo anche conto che l’intransigenza e l’ignoranza del mondo dei bianchi renderà questa vendetta inevitabile, perché sarà una vendetta che non dipenderà, né potrà essere praticamente messa in atto, da un singolo individuo o da una singola organizzazione; che non potrà essere ostacolata da nessuna forza di polizia né da nessun eser cito: perché sarà una vendetta storica, una vendetta cosmica, basata sulla legge da noi riconosciuta e definita: “Tutto quanto s’eleva dovrà abbassarsi.” E così eccoci in piena luce, intrappolati nella più allegra, nella più imponente e nella più improbabile macina che il mondo abbia mai visto. Ormai tutto, dobbiamo ammetterlo, è nelle nostre mani: non abbiamo diritto di pensare diversamente. Se noi – e intendo noi bianchi e noi negri relativamente consapevoli, ai quali, come ad amanti, tocca di risvegliare o di creare la consapevolezza anche negli altri – non veniamo meno nel nostro dovere ora, saremo in grado, noi manipolo d’uomini, di porre fine all’incubo razziale, di dare assetto al nostro paese e di cambiare la storia del mondo. Se invece non osiamo tutto ora, s’adempirà, e presto, quella profezia biblica che uno schiavo cantò nella canzone: Dio mandò a Noè il segno dell’arcobaleno. Non più acqua: la prossima volta, il fuoco!

(1963, edizione italiana Feltrinelli 1968)

 

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