I morti di Civita: per negligenza e assenza di regole

di Marco Gatto

foto di Giuseppe Quattrone

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Civita è uno dei luoghi più visitati del Parco nazionale del Pollino, forse il borgo che meglio riassume le tante facce di quel territorio: la presenza della cultura arbërëshe, l’incastonarsi dell’agglomerato urbano nella roccia, l’affaccio mozzafiato sul canyon che porta dritto alla costa jonica. E, ovviamente, le Gole del Raganello, su cui si erge, da qualche anno ricostruito, il Ponte del Diavolo: il greto e le forre garantiscono un’esperienza naturalistica di grande fascino. Ma il 20 agosto scorso l’immersione nella natura ha causato il decesso di dieci turisti che si erano avventurati alla scoperta del torrente, nonostante le avverse condizioni meteorologiche: un muro di fango, creatosi a causa delle piogge, ha investito coloro i quali si trovavano tra le gole. In queste settimane si continua a indagare sulle responsabilità: si discute del mancato accoglimento dell’allerta meteo diramata dalla Protezione civile; ci si interroga sulla mancanza di una qualche regolamentazione degli accessi al torrente; ci si chiede di chi sia la colpa.

Alcuni aspetti di questa grave tragedia senz’altro preoccupano e atterriscono. La trasformazione di un luogo in attrazione turistica regge l’economia locale, non c’è dubbio. Ma come si concilia l’investimento sulla propria dote naturale e paesaggistica con ciò che sembrerebbe essere un totale oblio o un totale rifiuto delle regole? Com’è possibile che l’accesso al torrente non sia sottoposto a controlli e che i percorsi di attraversamento del torrente siano lasciati all’assenza di divieti, norme, regolamentazioni? In che rapporto sta l’incremento delle attività turistiche con un apparente sfruttamento “liberale” del territorio? Se è vero che il torrentismo necessita di un protocollo, di conoscenze specifiche e, soprattutto, di esperienza e di senso di responsabilità, resta incomprensibile la mancanza di una qualsiasi forma di disciplinamento o di avvertimento (si riflette anche sulla carente informazione), così pure l’assenza di operatori, di guide e di esperti riconosciuti dagli enti. Bisogna supporre che a queste lacune si associ una taciuta volontà di tutelare un business senza regole?

Sarà la magistratura a fare chiarezza, si spera. A catena, il Comune, il Parco nazionale del Pollino e la stessa Protezione civile giocano a sollevarsi dalle possibili colpe. A Civita è attiva un’ordinanza che rimonta al 1997 in materia di regolamentazione, ma tutti sembrano averla dimenticata. Nel frattempo il paese è diventato – e lo è a giusto merito per la sua incontestabile bellezza – una perla turistica, e ha conosciuto uno sviluppo dell’economia locale che è vanto per gli amministratori: i ristoranti fanno il pienone, le possibilità di pernottare si moltiplicano, le visite riempiono il borgo. Tutto sembra rispondere a un modello di investimento fondato sulle grandi capacità di richiamo del luogo ma nello stesso tempo giocato sull’incapacità, o forse su una negligenza condivisa, di darsi una misura, un limite.

Ci si può senz’altro nascondere dietro l’immagine terrifica di una natura matrigna, che non perdona e che non accetta d’essere sfidata. Ma gli strumenti per prevenire una tragedia che segnerà Civita c’erano. La vicenda descrive anche una certa abitudine mentale: il tentativo – legittimo, nella regione più povera d’Italia – di accedere a forme di riconoscimento turistico in grado di risollevare il territorio, anche al prezzo di trasformarlo e renderlo più appetibile; di potenziare quel che il paesaggio offre per dare un senso alla vita di chi resta o di chi torna; di costruire, insomma, una qualche “narrazione”, fatta di luoghi, simboli, invenzioni della tradizione, spesso capace di fare comunità: modi di vedere e intraprese concrete che però si svelano a tutti i livelli servili rispetto a una vocazione affaristica che, giocoforza, invade anche i buoni propositi. Insomma, se quel che è accaduto è frutto della negligenza, è però anche l’esito di una rincorsa a mutare culturalmente la fisionomia del territorio, a favorire una riduttiva e implacabile metamorfosi dei nostri borghi (così pure delle coste) in brand da turismo di massa (il turismo cosiddetto di élite o culturale ne è un’articolazione propulsiva). E ciò vale sia per la speculazione affaristica relativa ai servizi del terzo settore, sia per le visioni antropologiche e culturali che, volendone rappresentare il controcanto, spesso ne sono una garanzia: i luoghi comuni sulla “riscoperta” del territorio, sullo sprofondamento sentimentale nelle vie della natura, una sorta di retorica del selvaggio e dell’incontaminato, l’idea di ristabilire un contatto (del tutto astorico, peraltro) col passato contadino. Modi di vedere e di partecipare che possono essere trasferiti senza grandi difficoltà nelle promesse di una qualsiasi agenzia turistica di città.

Si può forse dire che la superficialità con cui, negli anni, gli enti hanno gestito la mutazione turistica di Civita risponda a una più generale visione dell’economia e dello sviluppo. La convinzione che l’arricchimento passi attraverso l’asservimento del territorio alle mode turistiche del momento descrive una specie di nuovo colonialismo mentale, di cui gli amministratori, a tutti i livelli, sono vittime. I borghi, le piccole cittadine, devono anzitutto diventare luoghi di ricezione, devono rispondere a richieste specifiche, aderenti spesso a un immaginario massificato, e dunque mutare la propria pelle per accontentare le esigenze. Si tratta di un processo che coinvolge tutte le attività preesistenti, costrette spesso a rimodularsi, e che di nuove, spesso del tutto decontestualizzate, ne sollecita. Muta così anche la geografia umana di quei luoghi, pur conservando apparentemente i valori e i caratteri di sempre. E allora, di fronte a tragedie come questa, bisognerebbe riabilitare uno sguardo critico su ciò che, in modo spesso indotto, saremmo propensi a valutare positivamente (il cosiddetto “sviluppo” del cosidetto “territorio” e la risposta in termini di arricchimento), senza cedere, del resto, alle lusinghe della nostalgia, che, come spesso accade, interpreta false risposte. Non si può non considerare che a rendersi emergenza, in Calabria come altrove al Sud, è un vuoto politico che continua a produrre amministratori (ma, direi, anche operatori culturali) incapaci di misurarsi con una crisi di senso molto più ampia e cogente di quanto si creda. Lo conferma lo spirito con cui molti hanno affrontato la vicenda: delegando ad altri colpe e responsabilità.

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