Günther Anders, filosofia e profezia

di Stefano Velotti

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

Una notte, in una casa di campagna isolata e infestata di ragni in cui avevamo deciso di restare a dormire, un bambino di sei anni che non è mio figlio, disperato all’idea di dover addormentarsi in una camera che sentiva estranea e spaventosa, mentre cercavo di consolarlo promettendogli che sarei sceso nella cucina solo per qualche minuto tornandone con una bibita speciale di mia invenzione in un bicchiere con il bordo intinto nello zucchero, emise tra i singhiozzi il seguente lamento: “E io che non volevo neppure essere nato…”.

Di fronte al compito arduo di dire qualcosa su pedagogia e profezia, in rapporto a Günther Anders, la prima immagine che mi è venuta in mente è stata questa, rimasta nella mia memoria come un interrogativo comico e serissimo, a cui non si può rispondere davvero senza mentire, ma a cui non ci si può neppure sottrarre. Alle mie orecchie, quel lamento conteneva queste domande: che senso ha stare al mondo? Perché perpetuare la nostra specie? Quali responsabilità abbiamo verso gli altri viventi, umani e non umani, passati, presenti e futuri? Inutile dire che lo zucchero sul bordo del bicchiere era solo un modo goffo e improvvisato di addolcire a notte tarda la pillola della nostra finitezza, contingenza, ed estraneità al mondo in cui siamo, o – in altre parole –, del problematico rapporto con il senso del vivere.

Questa estraneità era intesa dal primo Anders come condizione esistenziale che ci distingue da tutti gli altri animali, dotati di un corredo di risposte comportamentali limitato e adatto al loro ambiente, mentre noi, per sopravvivere, dobbiamo usare la nostra libertà indeterminata per costruire una cultura. Ma al tempo stesso Anders guardava a coloro – proletari e disoccupati – che sono doppiamente esclusi dal mondo, in quanto, alla condizione antropologica comune a tutti, si somma per loro un’esclusione materiale e sociale. E infine, anche quella cultura che è necessaria alla nostra specie per sopravvivere, era vista con sospetto da Anders, essendosi ormai trasformata, ai suoi occhi, nel meramente “culturale”, in una serie di offerte messe sul mercato di prodotti, credenze, atteggiamenti che raccoglierebbe “tutto ciò che è diventato privo di validità”. Una “condizione alessandrina”, di “pluralismo interiorizzato”, a cui Anders dichiarava infine di non poter rinunciare, ma che al tempo stesso denunciava come ultima espressione della mercificazione della vita e della sua estraneità al mondo. Una sua poesia del 1932, messa in esergo al libro Uomo senza mondo (1982), cominciava così: “Ci troviamo su questo mondo / nessun diavolo ne può dubitare/partoriti e abbandonati, / fino al momento di riaffondare. // Nessuno sa che ci stiamo a fare, / nessuno è arrivato fino in fondo, / nessuno sostiene le spese di viaggio /tranne noi. / Partoriti e abbandonati /ce ne stiamo su questo mondo […]”. Uomo senza mondo era un titolo polemico nei confronti del suo maestro Heidegger, presto detestato, il quale aveva introdotto la categoria (o “esistenziale”) di “essere-nel-mondo”, a cui Anders obiettava che gran parte dell’umanità si trova solo all’interno del mondo, senza potersi sentire nel mondo come a casa propria, senza poterlo considerare un mondo ospitale, in cui essere riconosciuti quali suoi legittimi abitanti, in cui poter agire e vivere sensatamente.

“E io che non volevo neppure essere nato…” è naturalmente una frase logicamente deviante, come tutte quelle che presuppongono l’assenza di chi le enuncia, e che rendono dunque impossibile pensarsi davvero morti o non nati. Il mistero (del senso) della nascita è altrettanto insondabile di quello della morte (a meno che ci si limiti a spiegare la meccanica, per così dire, di tali eventi a livello individuale o di specie). Ma la differenza tra il nascere e il morire (tra il venire al mondo e andarsene) è che il fatto contingente di essere nati – con tutta la casualità del luogo geografico, della situazione storica e sociale, del sesso e del genere, della famiglia, della ricchezza o povertà, della salute o della malattia eccetera – è il primo anello di una catena in cui natura e cultura, caso e necessità diventano inestricabili, e che, da una certa età in poi, ha come orizzonte consapevole la morte. Nel mezzo, tutto quello che abbiamo, cioè una manciata più o meno grande di anni, in cui si affollano passività e attività, progetti e interrogativi, gioie e sofferenze, speranze e delusioni, lavoro e svago, relazioni e solitudini: insomma, la vita di ciascuno.

Anders è ossessionato dal problema della contingenza (cioè che tutto potrebbe essere altrimenti), da cui trae però due conseguenze che entrano in tensione tra loro: da un lato, la contingenza del nostro mondo e della stessa esistenza umana significa che essa non ha alcun senso e che noi siamo stati “partoriti e abbandonati” senza ragione alcuna. Non ci sono gerarchie ontologiche (antropocentrismo), piani divini, disegni intelligenti, ordini necessari, essenze, “principi di ragion sufficiente” a cui far ricorso per mitigare la contingenza del vivere: “considero contingente l’esistenza degli uomini (e anche quella del mondo, persino quella delle leggi naturali che, da chi pensa in modo inesatto, sono considerate il contrario del caso)”.

Fare “antropologia filosofica”, dichiara ormai Anders, non ha più legittimità di fare “afganologia filosofica” (essere degli animali umani è altrettanto contingente di essere nati in Afganistan o in qualsiasi altro luogo). E, in un certo senso, come dargli torto? Dall’altro lato, dire che il mondo e tutto quel che c’è dentro è assolutamente contingente, significa anche che tutto (o quasi) può essere modificato, nel bene e nel male: benché la plasticità dei nostri corpi e delle nostre facoltà abbia un limite, non c’è dubbio per Anders che noi dobbiamo tentare di praticare “esercizi di estensione” della nostra immaginazione morale, di fronte alla crescente discrepanza tra la nostra facoltà di produrre (illimitata) e quella (limitata) di immaginare e comprendere quel che abbiamo prodotto, per assumercene la responsabilità. E anche quando questo programma “umanista” verrà messo in secondo piano a favore dell’idea “apocalittica” della Tecnica come soggetto della storia, Anders continuerà a voler decifrare questa stessa storia che sarebbe a rigore fuori di ogni nostro controllo, affinché il mondo – che nella sua contingenza abbiamo cambiato in profondità – “alla fine non si cambi in un mondo senza di noi”.

“Cambiare il mondo non basta”, annuncia Anders in esergo al secondo volume de L’uomo è antiquato, 1980. “Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche d’interpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi.”

Ma nel considerare la contingenza, Anders confonde due piani, che erano stati distinti una volta per tutte dal criticismo kantiano: se ci si riferisce a un piano assoluto, incondizionato, nessuno può decidere della contingenza o della necessità del mondo, delle leggi naturali o dell’esistenza umana. I credenti crederanno di essere parti di un piano divino e che ogni insensatezza verrà riscattata nell’al di là; i non credenti, appunto, non ci credono, e credono invece che mondo, leggi naturali ed esistenza umana avrebbero potuto anche non essere, o potrebbero essere altrimenti, e che la partita si gioca su questa terra, senza riscatti eterni. Su un piano ultimo e assoluto, dunque, si affrontano credenze diverse, ma nessuno ne sa propriamente niente. Su un piano non assoluto – quello di questo mondo, “penultimo” o condizionato, “all’interno” del quale ci troviamo – chi si rifiutasse di riconoscere la necessità delle leggi naturali finirebbe molto male, e la contingenza assoluta (la mancanza di una garanzia di senso, di ordine, di “sistema”, di leggi morali e così via) proiettata sulla vita di tutti i giorni sarebbe disastrosa. Sarebbe come dire: se non sappiamo nulla delle cose ultime, allora non sappiamo nulla neppure delle cose penultime, il che è palesemente falso, come Anders stesso – d’altra parte – ha dimostrato tutta la sua vita, denunciando ossessivamente i pericoli della tecnica, dei media e – innanzitutto – degli armamenti atomici. Perché affaticarsi tanto, altrimenti, per la conservazione dell’umanità e della sua memoria?

Da un punto di vista assoluto, per uno sguardo “da nessun luogo”, che l’umanità sparisca dalla faccia della terra e che nessuno ne conservi memoria – l’apocalisse paventata da Anders – non è un bene né un male. Ma nel mondo all’interno di cui siamo, che pure comunica inevitabilmente con le cose ultime, questa prospettiva appare terribile, come “tempo della fine” da scongiurare giorno per giorno. E qui non si tratta più di mettere lo zucchero sul bordo del bicchiere, ma dell’impossibilità di sfuggire al fatto che – una volta messi al mondo, una volta “partoriti e abbandonati” – sappiamo bene di poter esercitare – almeno in linea di principio – la nostra libertà, e di dover potere dare un senso alla vita nostra e degli altri partoriti. Possiamo anche rifiutarci di farlo, per ignavia, cecità o malvagità, ma l’Anders profeta e pedagogo non ha fatto altro nella sua vita che gridare “profeticamente” nel deserto l’urgenza di aprire gli occhi sul nostro essere “apprendisti stregoni”, scatenatori di forze, costrizioni, apparati tecnologici e armi che sfuggono al nostro controllo e conducono alla fine dell’umanità e di questo nostro mondo. Insomma, da un lato, ogni nostra pretesa conoscitiva o morale sarebbe empirica e puramente contingente, e la stessa filosofia non potrebbe rivendicare un suo statuto speciale (un suo attingere a principi, norme, essenze), ma, dall’altro, vigerebbe un dovere ineludibile, benché infondato, di salvare il mondo, i viventi, la nostra specie, la sua memoria e il suo futuro.

Anders si è sempre sentito un eretico, un irregolare, e anche chi lo conosceva bene, come Hannah Arendt, ha dato nel tempo dei giudizi impietosi sulle sue ossessioni. Si potrebbe dire che ciò che lo rende un autore “profetico” è la sua costante capacità di tenere aperti i canali di comunicazione tra l’empiria, l’osservazione dei comportamenti quotidiani, le trasformazioni della vita di tutti i giorni, del lavoro e della produzione, e le questioni ultime. Ma, d’altra parte, ciò che a tratti lo rende indigesto e confusionario è proprio questa stessa commistione di assoluto e di empirico, di quotidiano e di ultimo. Sembra a volte che il mondo che tutti conosciamo, il mondo delle cose penultime, sia per Anders il vero inconoscibile, affetto da una contingenza irredimibile e sconcertante, mentre la sfera delle cose ultime – di cui non sappiamo niente – offra uno spazio sicuro in cui installarsi e da cui osservare le cose del mondo nella loro insensatezza.

C’è un passo di Anders, tratto da Ketzereien (“Eresie”), in cui questo modo di ragionare si rivela apertamente:

“Stamattina ho creduto di ricordarmi che la mia affermazione apparentemente paradossale, che le nostre forme a priori necessarie per l’esperienza non siano a loro volta necessarie, sia stata espressa da Kant. Una disorientata ricerca di ore ha infine dato i suoi frutti. Ecco qui il passo sorprendente, insuperabile nella sua decisività (Critica della ragion pura, Dottrina degli elementi): ‘Ma della peculiarità del nostro intelletto, di giungere all’unità a priori della percezione solamente per mezzo delle categorie, e precisamente solo secondo il modo e il numero di esse, si può così poco addurre ulteriormente una ragione, come del perché abbiamo proprio queste e non altre funzioni del giudicare, o del perché tempo e spazio siano le forme della nostra intuizione possibile’. Le due parole ‘perché… proprio’ indicano, almeno indirettamente, la contingenza. Esse affermano: il fatto, che ci siano proprio queste forme a priori dell’esperienza, resta di per sé infondabile; meglio: è esso stesso un fatto che si può stabilire solo a posteriori.”

Qui il “profetismo” di Anders mostra il suo volto più ambiguo, sempre a un passo da un dogmatismo metafisico: nonostante tutte le professioni di “occasionalità” della filosofia, di spregiudicatezza nei riguardi delle sue pretese eccessive, si pretenderebbe tacitamente un fondamento assoluto, uno sguardo incondizionato, per poi – delusi – buttarsi sull’estremo opposto, soddisfatti di aver smascherato l’infondatezza di ogni norma, di ogni legge, di ogni comportamento “penultimo”, terreno. Come dire: poiché su questa terra non si dà nulla di assoluto, di incondizionato, allora tutto è infondato, tutto è solo empirico, tutto è solo improprio e menzognero, niente è valido. Il ragionamento di Kant, nonostante tutto, aveva pretese più modeste: date queste condizioni (di cui nessun possiede la ragione ultima), ci sono però necessità “penultime”, che sono tutto quel che abbiamo, anche se non possiamo mai rinunciare a interrogarci sulle condizioni ultime (rinunciando però a dirne qualcosa di determinato e positivo). Anders si muove invece sul crinale tra “profezia” e metafisica ingenua: è “profetico” quando usa la sua “ermeneutica prognostica”, apre il contingente a scenari ultimi e apocalittici a partire dalle “occasioni” empiriche, e “deforma per constatare”, cioè per vedere quel che altrimenti, non “deformato”, resterebbe invisibile; ma, d’altra parte, rischia poi sempre di creare un cortocircuito dogmatico tra metafisica e giornalismo, con uno sguardo “da nessun luogo”, incondizionato, da cui affermare contraddittoriamente la contingenza di ogni prospettiva.

“E io che non volevo neppure essere nato…” potrebbe essere anche una di quelle frasi usate dall’arte concettuale più enigmatica, come All the things I know but of which I am not at the moment thinking—1.36 P.M.; 15 June 1969, scritta con la matita su un muro da Robert Barry, che evoca parimenti un’assenza – l’assenza dal mio pensiero di tutto quello che so -, senza arrivare a evocare l’assenza di me stesso. L’arte può usare a proprio vantaggio paradossi e contraddizioni che renderebbero incomprensibile un saggio filosofico o un trattato scientifico.

Ragionando sul suo fare filosofia, Anders sosteneva che costruire un sistema significa presupporre che il mondo sia sistematico, cioè ordinato sensatamente. Naturalmente questo non è necessariamente vero: è vero solo per chi postula una corrispondenza tra logica e realtà (diciamo alla Hegel), ma non è affatto vero per chi le tiene distinte. Si può indagare il mondo sistematicamente senza presupporre, né concludere, che il mondo sia sistematico e sensato. Ci si spinge fin dove si può. Magari fermandosi molto presto, sconfitti. Ma è lo stesso Anders a scoprire una certa sistematicità ex-post nei suoi scritti, riconducendola al fatto che l’unico requisito che poneva a se stesso era quello di non contraddirsi. Anders ha sperimentato le forme più diverse di scrittura, cimentandosi spesso anche con il racconto, la favola, il romanzo. Ma la coerenza logica a cui vorrebbe attenersi nei suoi scritti saggistici, e a cui invece spesso contravviene, è fatta valere invece proprio nei suoi scritti letterari, da cui traspare quel desiderio di illustrare tesi già formulate altrove che gli impediscono di essere un grande scrittore. Walter Siti, nel dialogo con Goffredo Fofi uscito nel numero 51 di maggio degli “Asini”, ricorda invece come il romanzo – al contrario di un saggio (ma alcuni saggi sono altrettanti avventurosi) – abbia la peculiarità di non sapere esattamente dove va a parare e inoltre – questa volta davvero a differenza dei testi teorici – può muoversi a suo agio anche nelle contraddizioni:

“le parole come le usano gli scrittori veri hanno uno spessore e un’ambiguità e spesso dicono una cosa ma anche il suo contrario, o una parola dice una cosa mentre la frase successiva invece la nega. L’ambivalenza è una cosa caratteristica della letteratura, nella letteratura non sai mai chi ha ragione e chi ha torto, spesso hanno torto e ragione due personaggi allo stesso tempo, e perdere questa dote delle parole è brutto, una dote che ogni tanto causa in letteratura una cosa che secondo me è benedetta, e cioè che gli scrittori dicono delle cose che non sanno di voler dire”.

Non una coerenza logica tiene insieme un romanzo o un’opera d’arte quale che sia, ma una coerenza di tipo diverso, diciamo una coerenza di senso e non di significati determinati, un’unità di senso che può includere in sé il non-senso e il contraddittorio, l’eterogeneo e il non dicibile, il determinato e l’indeterminato, il sensibile e il sovrasensibile.

Per ritornare allora a quel lamento infantile da cui sono partito e che è rimasto nella mia memoria, direi che appartiene forse al regno di una letteratura inconsapevole, e – come ricorda Siti sulle orme di E. M. Forster – il portato “profetico” dei romanzi è strettamente legato a questa eccedenza della lingua letteraria, dove è lecito assediare una domanda, distribuirla in storie e dialoghi, descrizioni e eventi, anche sapendo di non poter rispondere. Ancora Siti: “Cos’è dunque la profezia? È questo, è il cominciare a porsi domande martellanti anche senza sapersi dare una risposta ma sapendo che non potrai mai smettere di porti queste domande”.

Torno ancora una volta al lamento infantile da cui ero partito: nella Nascita della tragedia Nietzsche, sulle orme di Sofocle, ricordava la “saggezza di Sileno”, che interrogato da re Mida su quale fosse per gli uomini la cosa migliore, rispondeva: “ciò che per te è la cosa migliore di tutte, ti è affatto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma, dopo questa, la cosa migliore per te è morir subito”. Ma quella del bambino di sei anni non è la saggezza di Sileno, quanto piuttosto una protesta di fronte all’imperscrutabilità delle ragioni di stare al mondo quando questo mondo mostra il suo lato meno ospitale, di fronte all’impotenza di governare noi stessi e le situazioni in cui ci troviamo.

Ancora Nietzsche: in un frammento di Umano, troppo umano, diceva che “Alles Klagen ist Anklagen”, ogni lamento è un’accusa rivolta a qualcun altro, ritenuto responsabile dei nostri mali. Gli psicoanalisti, che passano la vita ad ascoltare lamenti, sanno bene che i “pazienti” lamentandosi accusano qualcuno delle proprie sofferenze, e solitamente cercano di riportare il paziente lamentoso a sé stesso e al principio di realtà: il papà o la mamma, il proprio capo o il proprio partner sono intollerabili, crudeli, ottusi? Sarà certamente così, questa è la realtà; ma proprio perché sono realmente così, tu che fai? Nel caso del lamento del seienne riportato all’inizio c’è però qualcosa di più, che non può essere lasciato cadere e rispedito al mittente: qualcuno ci ha messo al mondo senza averci consultato, e lo stesso, magari, abbiamo fatto anche noi. Una responsabilità è innegabile e deve essere assunta: il bambino ha diritto a una risposta. E la contingenza, qui, non può essere invocata per rispondere che tutto è insensato perché Dio non esiste. Non credo sia infatti questa garanzia, questo Senso assoluto (o questo zucchero sul bicchiere), quel che è richiesto dalla protesta contro l’insensatezza del mondo.

È qui, forse, che interviene la pedagogia. Data la mia scarsa conoscenza della materia, non intendo la pedagogia come una disciplina, di cui gli educatori di professione devono certamente essere esperti, accogliendone e rifiutandone ipotesi e assunti, ma come relazione che abbiamo con tutti coloro di cui ci riteniamo per molti aspetti responsabili. In questo senso si è “pedagoghi” non solo con i bambini, ma con chiunque abbiamo un rapporto non strumentale.

Con questa espressione intendo dire che noi possiamo o limitarci a classificare cose e persone – il che naturalmente è una risorsa attivamente irrinunciabile – o tentare di comprenderle. Classificare significa concentrare la nostra attenzione su una caratteristica o un piccolo gruppo di caratteristiche di molte cose o persone, e mettere insieme tutte e sole le cose o persone che possiedono quelle proprietà, tralasciando tutto il resto (i tavoli e le sedie, i neri e i bianchi, i poveri e i ricchi, gli italiani e i pakistani, i cittadini e i migranti…); oppure concentrarci sull’indefinito numero di proprietà di una sola cosa o persona, in un processo di scoperta interminabile (è la differenza tra il “che cosa” e il “chi”): se comprendere un’opera d’arte (romanzi inclusi) è trattarlo come un quasi-soggetto, un quasi-chi, per comprendere una persona dovremmo trattarla come una quasi-opera d’arte.

Insegnando filosofia all’università, per esempio, non tutti si rendono conto che non si tratta solo di preparare bene le lezioni e scegliere problemi e autori importanti, ma anche, inevitabilmente, di educare, o di rispondere a domande che vanno ben al di là della filosofia intesa riduttivamente come un corpus di dottrine da trasmettere e chiarire. La filosofia non si insegna, ma, se va bene, si può insegnare a pensare. Da questo punto di vista, le ore di ricevimento costringono spesso a fare un passo indietro: sempre più numerosi arrivano ragazzi non solo disorientati e poveri di esperienze, stimoli, affetto, riconoscimento, incoraggiamento, progetti ecc., ma già con la bocca impastata e l’occhio spento, gonfi di psicofarmaci – incapaci di reggere “la fatica di essere se stessi” (è il titolo di un bel libro di Alain Ehrenberg) – grati anche solo di essere ascoltati qualche minuto, di essere oggetto di un’attenzione distribuita sulle loro indefinite caratteristiche, di essere trattati come “quasi-opere d’arte”, degni di prolungata attenzione e scoperta. Spesso sono facce rese inespressive da una vita misera, e quindi enigmatiche.

Guardandole mi torna in mente la “conoscenza prognostica” ipotizzata da Anders in quelle pagine dedicate al suo modo di fare filosofia contenute nelle “Riflessioni metodologiche conclusive” (1979) in chiusura del secondo volume de L’uomo è antiquato. La “comprensione prognostica” di Anders è forse il luogo in cui pedagogia e profezia trovano un punto di contatto, il luogo in cui la sua immaginazione (estetica e morale) si esercita al meglio: Anders infatti non pensa che il futuro sia un prolungamento del presente, o che la tecnologia sia lo sviluppo protesico delle facoltà umane, ma che esistano effetti imprevedibili, e un futuro possibile, da decifrare e pronosticare a partire dal volto inespressivo delle cose. E, si potrebbe aggiungere, anche degli umani diventati cose. È la capacità di vedere sul volto inespressivo di cose e persone una possibilità di azione, di mettere a frutto la contingenza, rovesciandone il significato riduttivo: se il mondo è contingente, se non c’è un ordine prestabilito e un senso garantito, allora c’è anche sempre un margine di libertà, un margine che mi impone come un dovere di dire sì o no, di rifiutare o di accettare, di dar inizio a un’azione o di fermarla.

Anders pensa che gli “apparecchi” siano oggi l’equivalente delle viscere degli animali in cui gli antichi volevano leggere il futuro: “Tormentare le cose, finché non renderanno la loro confessione” è esercitare tale “comprendere e interpretare prognostico”, che non può affidarsi a nessun metodo, ma solo a una visione. Non si sa come “avvengano”, ma “devono riuscire”, dice Anders. Le arti (o meglio, alcune opere d’arte visive, letterarie, musicali…), a cui spesso Anders si è rivolto per articolare le sue capacità di comprensione e interpretazione prognostica, la sua capacità “profetica” e pedagogica, non sono certo il mezzo più adatto per “cambiare il cambiamento del mondo”, ma forse restano attività e prodotti in cui una visione dei meccanismi che ci tengono prigionieri, e di forme di vita alternative, è ancora possibile. Anche le arti, però, sono destinate a produrre tutt’al più melanconiche o indignate – e sempre impotenti – proteste individuali, finché non saremo capaci di creare nuove associazioni, nuove solidarietà di singolarità molteplici, sottraendoci alla logica del divide et impera che oggi, appunto, impera. Il lamento-accusa del bambino è terribile e meraviglioso sulla sua bocca: ma un adulto che lo prenda sul serio deve saperlo ricordare senza poterlo ripetere, mirando a riallargare, giorno per giorno, quegli spazi comuni di socialità e di amicizia che pubblico e privato, di conserva, stanno facendo scomparire inesorabilmente dalle nostre vite.

Da leggere:

  1. Anders, L’ uomo è antiquato. Vol. 1: Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri 1956
  2. Anders, L’ uomo è antiquato. Vol. 2: Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri 1980
  3. Anders, Uomo senza mondo: scritti sull’arte e la letteratura, Spazio libri 1991
  4. Anders, Noi figli di Eichmann: lettera aperta a Klaus Eichmann, Giuntina 1995
  5. Anders, L’ ultima vittima di Hiroshima. Il carteggio con Claude Eatherly, il pilota della bomba atomica, Mimesis 2016
  6. Anders, Diario di Hiroshima e Nagasaki. Un racconto, un testamento intellettuale, Ghibli 2014

P.P. Portinaro, Il principio di disperazione. Tre studi su Günther Anders, Bollati Boringhieri 2003

 

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