Capitalismo

di Wolgang Streeck

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

Wolgang Streeck, direttore del Max-Planck Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia e docente di Sociologia all’università di Colonia. Il suo ultimo libro è How Will Capitalism End? Essays on a Failing System (Verso Books 2016). In italiano è disponibile Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli 2013). Il testo che segue è tratto da La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare, a cura di Giuliano Battiston e Giulio Marcon, minimum fax 2018.

Nel mio ultimo libro, How Will Capitalism End? Essays on a Failing System, ho scelto di mettere in luce le continuità storiche grazie alle quali l’attuale crisi globale può essere compresa appieno, nei termini della trasformazione in corso, intrinsecamente conflittuale, della formazione sociale chiamata capitalismo democratico: vale a dire, il sistema che aveva lottato per tenere assieme democrazia e capitalismo in una combinazione fragile e instabile, e che ha dato l’avvio a un patto sociale ora esploso. La mia posizione è che il capitalismo dei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico (Ocse) sia entrato in crisi sin dagli anni Settanta, quando l’assetto postbellico è stato abbandonato dal capitale, in reazione alla compressione globale dei profitti. Per essere precisi, si sono susseguite tre crisi una dopo l’altra: l’inflazione globale degli anni settanta, l’esplosione del debito pubblico negli anni ottanta e una rapida crescita dell’indebitamento privato nel decennio successivo, con la crisi dei mercati finanziari nel 2008 come risultato. Nel 2008, con lo schianto del keynesismo privatizzato, la crisi del capitalismo democratico postbellico è entrata nella sua quarta e ultima fase, segnata da uno spostamento verso ciò che chiamo uno stato in via di consolidamento, uno stato dedito a un ferreo consolidamento fiscale. Infatti, la sequenza di crisi successiva agli anni Settanta era legata a doppio filo a una crisi fiscale dello stato democratico-capitalistico, con l’annessa transizione da uno stato fiscale a uno stato debitore, per finire con lo stato in via di consolidamento.

Che significa ciò? Prima di tutto, significa che non sono i Trenta gloriosi, ma la serie di crisi che ne è seguita a rappresentare la condizione normale del capitalismo democratico, una condizione definita da un conflitto endemico fra mercati capitalistici e politiche democratiche. Tale conflitto – come sostengo nel mio libro – si è ripresentato con forza quando la robusta crescita economica è giunta al termine negli anni Settanta. E significa anche che il crollo del 2009 non è accidentale, un caso sfortunato e transitorio: al contrario è solo l’ultimo di una lunga sequenza di disordini politici ed economici cominciati con la fine della prosperità postbellica, a metà degli anni Settanta. Questa lunga sequenza rappresenta la dissoluzione del capitalismo democratico postbellico, ovvero del solo periodo in cui la crescita economica e la stabilità sociale e politica, raggiunte grazie alla democrazia, sono coesistite sotto il capitalismo – una formazione sociale perennemente instabile e ora entrata, come vedremo, in un periodo d’indeterminatezza.

La parabola della crisi non consiste solo nella storia dei tre principali metodi di politica monetaria (inflazione, debito pubblico, debito privato) adottati per creare illusioni di crescita e prosperità; non è solo la storia di come il declino del capitalismo democratico sia stato ritardato guadagnando tempo, con l’estensione periodica delle vecchie promesse di un capitalismo socialmente pacificato, allo scopo di disinnescare ricadute sociali potenzialmente destabilizzanti. È anche la storia dell’evasione del capitale fuori dal sistema della regolamentazione fiscale, imposta contro il suo volere dopo il 1945 da uno stato interventista, incaricatosi di porre regole al mercato in nome della pianificazione e della redistribuzione. In altre parole, tratta dell’emancipazione progressiva dell’economia capitalistica dall’intervento democratico; la graduale, ma profonda trasformazione del sistema istituzionale politico-economico di Keynes in un regime economico neo-hayekiano, un regime che funziona redistribuendo dal basso all’alto e che mira a sancire l’egemonia istituzionale della giustizia di mercato sulla giustizia sociale – i due principi distributivi in costante competizione, solo temporaneamente fatti coesistere nella politica economica del capitalismo democratico postbellico.

Nel lungo passaggio dal capitalismo postbellico al neoliberalismo, il matrimonio riparatore consumato dopo il 1945 fra il capitalismo e la democrazia è concluso. Il graduale affioramento di un nuovo modello hayekiano per il capitalismo dei Paesi Ocse è stato accompagnato, nei decenni dell’avanzata neoliberale, da una graduale erosione del modello postbellico standard di democrazia: dapprima considerata economicamente produttiva, la democrazia egualitaria ha smesso di apparire funzionale alla crescita economica, ed è ora considerata un ostacolo alla produttività, una minaccia all’efficienza del nuovo modello di crescita. Il risultato è che la democrazia è stata disgiunta dalla politica economica. Come scritto in Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, si tratta della separazione della democrazia dal capitalismo attraverso la separazione dell’economia dalla democrazia. Inoltre, insieme alla sequenza di crisi descritta e alla trasformazione dello stato fiscale in uno stato in via di consolidamento, ci sono anche tre tendenze di lungo termine, in atto in parallelo nell’intera famiglia delle ricche democrazie capitalistiche: la stagnazione, il debito e la disuguaglianza, i tre cavalieri dell’Apocalisse che continuano a devastare il paesaggio economico e politico, così come la capacità del capitalismo in quanto regime economico di mantenere una società stabile. La crisi riguarda non solo l’economia, ma anche il capitalismo come formazione sociale.

Nella parabola storica del capitalismo che analizzo, lo squilibrio è dunque la regola e non l’eccezione. Nell’introduzione a How Will Capitalism End? sottolineo che le teorie del capitalismo, dall’epoca in cui il concetto fu usato per la prima volta, intorno ai primi anni dell’Ottocento in Germania e a metà di quel secolo in Inghilterra, sono sempre state anche teorie della crisi. Il capitalismo è sempre stato una formazione sociale improbabile, piena di conflitti e contraddizioni, e dunque costituzionalmente instabile e in continuo mutamento, al punto che la storia del capitalismo moderno può essere descritta come una successione di crisi, a cui il capitalismo stesso è sopravvissuto solo al prezzo di profonde trasformazioni delle proprie istituzioni economiche e sociali. A ogni modo, il fatto che il capitalismo sia finora riuscito a sopravvivere a tutte le profezie sulla sua morte imminente non significa affatto che riuscirà sempre a cavarsela. Questa volta è diverso. Credo che il capitalismo contemporaneo sia entrato in un periodo di profonda indeterminatezza e sia colto da una sindrome di debolezza accumulata: sta collassando per via delle sue contraddizioni interne, anzi, per colpa del suo stesso successo. Le crisi che ho menzionato prima non sono sconvolgimenti casuali, dopo i quali le economie capitalistiche possono ritrovare un nuovo equilibrio. Ciò a cui stiamo assistendo è un processo continuo di graduale, protratto e inesorabile declino: il capitalismo contemporaneo sta terminando la sua esistenza storica in quanto ordine sociale capace di replicarsi, sostenibile e legittimo. La sua sopravvivenza è sempre dipesa dai continui lavori di riparazione. Ma oggi, le tradizionali forze di stabilizzazione – i suoi avversari – non sono abbastanza potenti per neutralizzarne la sindrome di debolezza accumulata. La fine del capitalismo è una dinamica interamente endogena di autodistruzione. Il capitalismo sta scomparendo da solo, sta crollando per le sue contraddizioni interne, per un’overdose da se stesso e, cosa non meno importante, perché è riuscito a eliminare i suoi nemici.

Dunque, la fine del capitalismo è un processo piuttosto che un evento. Cosa viene dopo il capitalismo al suo ultimo stadio di crisi, ora in corso? Un interregno di lunga durata, un periodo prolungato di entropia sociale o disordine, un’epoca di disintegrazione del sistema, con strutture sociali sempre più instabili e inaffidabili. Studiosi come Immanuel Wallerstein credono che l’interregno sarà caratterizzato da un confronto globale fra difensori e oppositori dell’ordine capitalistico, “le forze di Davos e quelle di Porto Alegre”. Ma ciò che non riesco a vedere è proprio un’opposizione globale compatta al capitalismo (con le “forze di Porto Alegre” nelle vesti di un nuovo tipo di partito politico del Komintern), una sfida al capitalismo per instaurare un nuovo ordine migliore – chiamiamolo socialismo globale. La velocità dei processi di globalizzazione eccede ormai quella con cui la collettività sociale vi si può opporre. A livello nazionale, ci sono e ci saranno anche in futuro dei movimenti oppositivi, ma al momento sono disuniti e spesso disorientati – si prenda il M5s, il Front National, i sostenitori di Jeremy Corbyn, della Brexit, di Bernie Sanders, persino quelli di Donald Trump. Il loro problema, e forse anche il nostro, è che i loro sostenitori non riescono a formare un fronte unito contro un sistema e una classe capitalistici che attualmente sono davvero globali. C’è una differenza fra i conflitti e la trasformazione strategica. Ciò che chiamo il futuro interregno potrebbe essere pieno di conflitti, alcuni dei quali delle specie più strane, ma privo di coordinamento strategico in direzione di un comune obiettivo. Quell’obiettivo dovrà venire sviluppato; non c’è nessun nuovo ordine dietro le quinte che attenda solo di essere svelato. Vedo piuttosto davanti a me un’era di disordine, di grande confusione e incertezza, gravida di rischi, dello stesso tipo di quelli che i due precedenti decenni hanno cominciato a presentarci. Il mio messaggio è: si consideri questa eventualità come realistica e, per quanto riguarda gli studiosi di scienze sociali, si rifletta a fondo su cosa vuol dire vivere in un mondo del genere, su cosa richieda e su cosa lo renda possibile, nel bene o nel male. “Grande è la confusione sotto il cielo”, si dice che abbia scritto Mao Tse-Tung, concludendo subito dopo “la situazione è eccellente”. Anche se la sua osservazione potrebbe descrivere quello che ci aspetta, non dobbiamo necessariamente condividere la sua conclusione.

Quando si parla delle alternative, e di cosa si debba fare per ristabilire una democrazia capace di funzionare da valido correttivo del capitalismo e, magari, da tappa intermedia prima di archiviarlo definitivamente, io sostengo che riportare il capitalismo di nuovo nell’alveo del governo democratico, preservando quest’ultimo dall’estinzione, significhi deglobalizzare il capitalismo e reinserirlo nei ranghi. La deglobalizzazione, o una qualche sorta di “protezionismo responsabile” (Dani Rodrik) o di “nazionalismo responsabile” (Larry Summers), è sempre più considerata come una misura necessaria per preservare la democrazia e/o per prevenire una continua alzata di scudi “populista” di destra in Occidente. Per inciso, la base elettorale di Hillary Clinton non era molto meno “protezionista” di quella di Donald Trump. Il capitalismo globale non può essere governato dalla democrazia nazionale, e anzi la evira; dato che la democrazia globale è inconcepibile, ne consegue che il capitalismo globale è incompatibile con la democrazia – e se dobbiamo scegliere fra i due, faremmo meglio a tenerci la seconda. In altre parole, se vogliamo che il capitalismo sia governato, invece di farlo correre senza freni, dobbiamo renderlo meno globale. Cosa c’è di così pericoloso in questo? È molto più pericoloso non proteggere gli individui, le loro famiglie, le economie locali e le nazioni dagli arbitrii dei mercati internazionali, e rischiare quindi che chiedano aiuto ai Trump e alle Le Pen di questo mondo. La globalizzazione deve essere controllata, rallentata, indirizzata dai governi nazionali per proteggere i loro cittadini dal rischio di esserne sopraffatti; lo trovo evidente. Più a lungo termine, è chiaro, ci troveremo di fronte a un compito ancora più grande: capire che la crescita capitalistica sta toccando il suo limite, e imparare a vivere con un nuovo tipo di economia di sussistenza. Perché lo stile di vita dell’Europa occidentale e del Nord America – il consumismo tardocapitalistico a crescita compulsiva – non può essere esteso in maniera generalizzata al resto del mondo. Ecco cosa intendo quando esorto tutti noi a prendere seriamente in considerazione le alternative al capitalismo. Il mio lavoro è quello di dare un modesto contributo per rendere le persone consapevoli che il capitalismo non può durare per sempre.

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