Un libro superfluo su Sylvia Plath e Ted Hughes

di Paola Splendore

 

Sono frequenti al cinema le ricostruzioni più o meno veritiere della vita di uomini e donne famosi, di re regine e principesse, primi ministri, scrittori e artisti del passato, interpretati da attori noti e meno noti trasformati per l’occasione in cloni, a volte grotteschi, dei personaggi che incarnano. Alcuni di questi film si concentrano sulle storie d’amore per lo più burrascoso o tormentato che hanno coinvolto scrittori e artisti – vengono in mente lo scenografico La mia Africa sul rapporto tra Karen Blixen e Denys Finch-Hatton, Frida sulla coppia Frida Kahlo e Diego Rivera, e Tom & Viv sul matrimonio di T.S. Eliot e Vivienne Haigh-Wood con l’improbabile Willem Dafoe nella parte del poeta. Film che hanno vinto premi e che ci hanno perfino intrigato e commosso, soprattutto per il richiamo dei personaggi reali e per il gusto di sbirciare nell’intimità della loro vita, ma in cui l’opera creativa dei personaggi coinvolti ha scarso rilievo.

Il romanzo della scrittrice olandese Connie Palmen dal titolo criptico, Tu l’hai detto, proposto di recente da Iperborea nella traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, ricostruisce la storia del matrimonio tra due grandi poeti del secolo scorso, quello tra Sylvia Plath e Ted Hughes. Una ricostruzione che somiglia parecchio a quella del biopic diretto da Christine Jeffs, Sylvia (2003), con Gwyneth Paltrow e Daniel Craig, uscito nel 2003. Minuziosamente documentato sui diari, le lettere e le opere dei due poeti, il romanzo racconta dalla voce di Ted Hughes com’è veramente andata tra loro, a partire dall’incontro fatale a Cambridge, nel 1956, lei studentessa americana e lui giovane insegnante, la reciproca attrazione fulminea, il matrimonio precipitoso e la sua conclusione dopo sei anni con il suicidio di Sylvia. All’epoca del primo incontro, Sylvia e Ted hanno rispettivamente 23 e 25 anni, e sono ambedue concentrati su una carriera poetica tutta ancora da costruire, e che per lui – grazie anche all’intraprendenza di lei che manda instancabilmente le poesie di Ted alle redazioni di riviste e case editrici americane – esploderà al primo volume pubblicato, Il falco nella pioggia, mentre per lei si accumulano i manoscritti rifiutati.

Le insicurezze, l’immaturità dei due, la precarietà economica, fanno sì che la coppia stenti a trovare un equilibrio, e perfino una dimora stabile, incerti di continuo tra l’America, Londra e la casa dello Yorkshire. Tutto questo e altro ancora si racconta nel romanzo, l’altalena di passione, gelosie e competizione tra i due, il fervore frustrato della scrittura di lei, la depressione, le difficoltà seguite all’arrivo dei figli. E come tutto concorra a farli sentire in trappola, e a trasformare il matrimonio in una specie di prigione da cui lui evaderà con l’adulterio e lei con il suicidio. La storia, benché nota, è drammatica e coinvolgente e fa quasi male riascoltarla, rileggerla nei dettagli più crudi nelle pagine di Connie Palmen, con l’effetto amplificato della narrazione dalla voce di Ted, narcisista, querula, vittimista, sdolcinata… Lo stile è sempre un po’ sopra le righe e ridondante, come quando Ted, l’“uomo forte dello Yorkshire” si riferisce a sua moglie come la “mia dea risorta”, la “mia bambina d’oltreoceano”, e “la mia sposa”, anche tre volte nella stessa pagina. E dà fastidio che con il titolo Tu l’hai detto, l’autrice sembra volersi scaricare di ogni responsabilità, facendo notare che le parole messe in bocca al suo personaggio sono parole effettivamente dette da lui, registrate nelle lettere, nei diari, nelle poesie.

C’è invece una grande responsabilità nella scelta della persona narrante e del linguaggio da metterle in bocca. Specialmente quando lo scrittore parla di un personaggio realmente esistito e di farlo parlare in prima persona. C’è bisogno di credibilità, empatia, rispetto, compassione. Parla anche di questo Marguerite Yourcenar quando racconta, nei ‘Taccuini di appunti’, la genesi e la lunga preparazione delle Memorie di Adriano, le difficoltà a entrare nel mondo interiore dell’imperatore, e a trovare la sua voce, o come lei dice a fare il “ritratto di una voce.” E ancora: “Se ho voluto scrivere queste memorie di Adriano in prima persona è per fare a meno il più possibile di qualsiasi intermediario, compresa me stessa.” Connie Palmen sembra seguire piuttosto il “metodo” dell’appropriazione cannibalica, della voce del poeta, come fa Pietro Citati ad esempio nell’ artificiosa Vita breve di Katherine Mansfield.

Viene da chiedersi che cosa abbia spinto la scrittrice olandese a raccontare la storia di quel rapporto facendo parlare il superstite della coppia – quello che agli occhi di tutti è apparso ‘colpevole’-, forse il desiderio di riscattarlo? di farci ascoltare la sua verità sui fatti? E quale sarebbe la verità da svelare? Le difficoltà di Sylvia, la sua instabilità emotiva sono note, e lei stessa ne ha registrato minuziosamente il tormento nel corposo epistolario a sua madre, e nei diari, presentando altre verità. C’era veramente bisogno di mettere in scena, sulla pagina, due tra i maggiori poeti del Novecento, di entrare nella loro intimità, dalla voce autoassolutoria di Hughes, e dallo sguardo implacabile, invasivo e morboso della scrittrice?

L’uomo Ted Hughes non aveva bisogno di un’apologia. Il poeta Ted Hughes ha già raccontato la storia del suo matrimonio nelle struggenti Lettere di compleanno, tradotte in italiano da Anna Ravano (Oscar 2000), che ha tradotto anche tutte le poesie di Sylvia Plath e curato il volume dei Meridiani a lei dedicato del 2002. La scrittura di Palmen sembra andare nella direzione che Hughes temeva di più dai critici e biografi, quelli che in una poesia dedicata ai figli in Lettere di compleanno chiama “i cani che mangiano vostra madre”.

E a proposito di cani, viene in mente Virginia Woolf che, nello scrivere di un’altra coppia di poeti famosi dell’epoca vittoriana, Elizabeth Barrett e Robert Browning, sceglie l’ottica del loro cane, Flush, accennando solo qua e là, con leggerezza e humor, al rapporto tra i due, senza mai pretendere di penetrare il silenzio e il segreto del loro matrimonio… Quel silenzio che è al centro di ogni poesia.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 53 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per non perderti i prossimi numeri della rivista.

 

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