Pulcinella in giro per il mondo

di Bruno Leone. Incontro con Rodolfo Sacchettini

 

Un paio di anni fa, su questa rivista, uscì una tua lunga conversazione con Stefano De Matteis. Concludevi dicendo che desideravi profondamente tornare in strada a fare le guarattelle. Ci sei tornato?

No, non ci sono tornato. La strada è diventata difficile e molto faticosa. Ho iniziato per strada nel 1979, con il mio maestro Nunzio Zampella, alla Villa Comunale di Napoli, a cappello. Tutte le domeniche per due mesi, facendo quattro o cinque spettacoli al giorno, alternandoci e usando i vecchi copioni del repertorio. Appena si montava il teatrino, attorno si raccoglieva subito un po’ di pubblico, bambini e adulti. Adesso quando monto il teatrino, il pubblico si raccoglie dopo dieci minuti o un quarto d’ora di spettacolo. Ed è strano, visto che siamo pur sempre a Napoli. Gli artisti di guarattelle non vanno più in strada, a meno che non ci sia un’occasione, una rassegna, un appuntamento preciso. Il modo di andare per strada “alla vecchia maniera” è quasi sparito. Oggi si pensa a un pubblico di passaggio. Una persona si ferma per tre o quattro minuti, poi se ne va. Mentre nel vecchio teatro di strada il pubblico si fermava minimo per mezz’ora. Il nostro lavoro ha bisogno di tempi più lunghi. Posso pensare di costruire delle scene di cinque minuti, ma la struttura di uno spettacolo deve durare almeno mezz’ora.

 

In compenso sei andato in Amazzonia…

Ho fatto due bei viaggi quest’anno, in Amazzonia e in India. In Amazzonia ero su una barca per un progetto culturale lungo un affluente del Rio delle Amazzoni. Ci fermavamo in piccole comunità indigene, molto povere. Tra i cori delle scimmie e lungo questo fiume, grande come il mare, abbiamo incontrato moltissimi bambini. Mi ha colpito il profondo rapporto con la natura, anche se lungo gli argini si trovavano pure lì buste di plastica e rifiuti. Si ha l’impressione che questa nostra civiltà stia conquistando il mondo anche negli angoli più remoti, ma la conquista costa la distruzione di vecchie tradizioni e passaggi regressivi.

 

E in India?

Ero a Mumbai e a Nuova Deli, all’interno di una rassegna. Ho fatto spettacolo anche in una scuola superiore di sordo-muti. È stato molto bello. Seguivano bene lo spettacolo e ridevano nei momenti giusti. Poi una volta io e un narratore belga siamo andati a fare spettacolo in una specie di baraccopoli. L’accoglienza è stata commovente. I bambini si erano vestiti con degli abiti eleganti, per farci festa e si presentavano come il re e la regina del posto. Però l’India non sta vivendo un buon momento, al contrario stanno emergendo fenomeni di estrema destra, partiti quasi “nazisti”. Ce n’è uno che usa lo scimmiottino induista, Hanuman, come proprio simbolo, cosa quanto mai inquietante per me, dal momento che Hanuman ha molti caratteri che richiamano Pulcinella.

 

Pulcinella era conosciuto in Amazzonia e in India?

No, i bambini e i ragazzi non lo conoscevano, ma non c’è stata meraviglia. C’è stato piuttosto riconoscimento, con tanta partecipazione e attenzione. È come se per Pulcinella ci fosse una conoscenza che passa da canali ancestrali, non tramite i riferimenti storici e nazionali del nostro paese. Pulcinella appartiene a un sapere sotterraneo. Il dialogo più autentico riesco ancora a instaurarlo con i bambini, che sono meno condizionati dai consumi. Bisogna per questo non demordere e cercare il più possibile di diffondere lo spirito di Pulcinella soprattutto tra i più piccoli.

 

C’è qualcosa di miracoloso nel rapporto che Pulcinella riesce a instaurare con il pubblico dei bambini. Continua a funzionare, secondo te?

Si dice spesso che con internet e i telefonini è aumentata la distrazione. Però la partecipazione che si sente durante gli spettacoli di burattini rimane molto alta e si crea una grande attenzione anche con gli adulti. Ma devono essere situazioni più protette, dentro un teatro o una rassegna. In questi ultimi tempi, quando faccio i miei spettacoli, vengono più adulti che bambini. La presenza dei bambini è importantissima, perché sono loro ad aiutare gli adulti a vedere e a comprendere lo spettacolo. Sono i bambini che aprono gli occhi agli adulti.

 

C’è anche un aspetto educativo nell’andare a vedere Pulcinella? Forse nel combattere la morte?

Più che educativo, direi liberatorio. L’aspetto educativo è nel fatto partecipativo, cioè partecipare a un evento che è unico e che accade in quel momento. Poi la morte è un gioco fondamentale nel teatro dei burattini. Di recente ho fatto un’improvvisazione a Marettimo. Alla fine dello spettacolo ho inventato questa scena: entra un personaggio che non è la classica morte, ma è costruito con un teschio vero di capra, adattato a burattino. Si presenta con molta gentilezza e chiede al pubblico una carezza o un gesto di tenerezza. Io, come burattinaio, mi mostro imbarazzato, perché il teschio di una capra è pauroso e respingente. Ma questo personaggio faceva tenerezza e alla fine tutti i bambini, soprattutto i più piccoli hanno vinto la paura e sono venuti ad accarezzare e a baciare il teschio. La scena ha funzionato. Mi sono molto divertito. Questo ti fa capire come i bambini siano un pubblico capace di rispondere al gioco del ribaltamento, superando le convenzioni, a differenza degli adulti che sono più prevenuti e rimangono disorientati.

Come diceva anche il mio maestro, la scena della morte deve occupare sempre la parte centrale dello spettacolo di guarattelle. È una componente fondamentale. Quando viene fatta bene, può fare anche molta paura. Di solito cerco di non esagerare, perché bisogna fare attenzione con i bambini più piccoli. Possono spaventarsi. Quando entro indossando la maschera e un bambino si impaurisce di solito alzo la maschera per tranquillizzarlo. Bisogna evitare l’aspetto traumatico e rimanere sulla soglia, sul limite del consentito. Con i bambini più piccoli, dai tre ai cinque anni, questa relazione funziona molto bene. I bambini delle materne sono quelli che colgono gli aspetti più profondi dello spettacolo, arrivano all’essenza della questione.

 

E poi c’è la voce di Pulcinella, tu usi la pivetta che produce un suono attrattivo e respingente allo stesso tempo.

La voce della pivetta dà una forza particolare al burattino, perché lo rende autonomo dall’animatore. Permette che Pulcinella viva di vita propria, perché non parla con la voce del burattinaio. E questo affascina molto il pubblico. È una voce che rimane impressa a lungo ed è essenziale per suscitare il meccanismo della risata. Con Pulcinella si ride non per una battuta di spirito. La comicità è legata a un meccanismo quasi ritmico e musicale. Questo tipo di meccanismo agisce nel profondo e libera una risata astratta, una risata che mi piace chiamare “a prescindere”. Voglio dire che la risata proviene dall’interno del corpo e fa molto bene. È come passare attraverso una vibrazione magica che ti ripulisce dalle preoccupazioni, dai pensieri.

 

In questo Pulcinella può dirsi rivoluzionario?

Se rivoluzionario s’intende chi vuole cambiare il mondo, con un sottotesto ideologico, allora no, Pulcinella è esattamente l’opposto: un po’ servile, un po’ opportunista, si può considerare un qualunquista. Un sano qualunquista. Fondamentalmente Pulcinella ama la vita ed è questo che destabilizza il sistema di potere, costruito invece su false sicurezze, falsi desideri. Pulcinella libera delle energie che non entrano in questi meccanismi e possono diventare pericolosi. Petruška è stato vietato nella Russia di Stalin, non perché fosse controrivoluzionario, ma semplicemente perché non era controllabile. Una volta mi chiesero, dopo la prima guerra in Iraq, un intervento artistico durante una manifestazione. Ero in difficoltà perché nelle guarattelle la parte più divertente sono le bastonate e una delle esclamazioni tipiche di Pulcinella è “Guerra! Guerra! Guerra!”. Inneggiare alla guerra durante una manifestazione per la pace poteva apparire quanto meno ambiguo. Non sapevo bene cosa fare, poi mi è venuta l’idea. Feci venire sulla scena tutti i nemici storici di Pulcinella: il cane, il padrone del cane, il guappo, il carabiniere. Arrivano aggressivi come sempre, con l’intenzione di picchiare e uccidere Pulcinella. Entrano in scena, dicono una battuta e muoiono. Pulcinella inizia a preoccuparsi, chiama il burattinaio, pretende spiegazioni. Perché muoiono tutti? E il burattinaio risponde che c’è la guerra, e durante la guerra la gente muore. Allora Pulcinella si arrabbia e dice che la guerra la deve fare lui, e che così non vale. Il burattinaio gli dà un bastone e gli manda il “più cattivo del mondo”. Pulcinella non sa chi aspettarsi, ma è pronto a combattere e a dar vita alla scena delle bastonate. E poi improvvisamente ecco apparire un altro Pulcinella: si guardano, lanciano i bastoni per aria e corrono ad abbracciarsi come fratelli. Subito dopo muoiono entrambi e finisce lo spettacolo. Così ho voluto dare l’idea dell’aspetto distruttivo della guerra, che è talmente opprimente che non ti permette neppure di giocare. Perché anche le mazzate fanno parte della vita.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 53 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per non perderti i prossimi numeri della rivista.

 

 

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