Non si può educare se non si ha una visione

di Franco Lorenzoni

murale di Gagosh

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

Nora Giacobini, che è stata una grande maestra per noi del Movimento di Cooperazione Educativa, diceva che non si può educare se non si ha una grande visione. Vorrei partire da quest’affermazione per ragionare sulle responsabilità che si assume chi sceglie di fare la maestra o il maestro, l’insegnante, l’educatore. Chiunque educhi, infatti, sta in qualche modo in mezzo tra mestiere e visione e questi due elementi vanno costruiti e fatti crescere insieme.C’è un libro di Pierre Hadot che è stato molto importante per me: “Esercizi spirituali e filosofia antica”. In quelle pagine si afferma un principio: la filosofia, per gli antichi, era un modo di vivere, un tentativo di sperimentare su se stessi come si può trasformare il proprio stare al mondo e dunque il mondo. Poi, a un certo punto, le strade si sono divaricate e la filosofia si è limitata ad essere prevalentemente solo studio.

Io penso che, per chi insegna, la conoscenza deve sempre restare strettamente connessa con il nostro modo di vivere, altrimenti viene a mancare l’elemento fondante di ogni pratica educativa che sta nell’esempio. In termini un po’ semplificati possiamo dire che l’educazione ha senso se ciò che studiamo ci cambia, altrimenti è inutile. E infatti la scuola fallisce tutte le volte che bambini e ragazzi perdono il senso o non hanno possibilità di vederlo, di riconoscerlo. Non hanno la possibilità, cioè, di operare quel necessario rispecchiamento tra la conoscenza che viene da fuori e ciò che accade dentro di loro.

 

Memoria interna e memoria esterna

In questo momento uno dei nodi cruciali credo riguardi la questione della memoria. Siamo sempre di più legati a memorie esterne, a supporti tecnici che ci danno informazioni. Abbiamo tutti bisogno di andare continuamente su internet o consultare qualcosa sul nostro smatphone. Un mio amico antropologo sostiene che l’ultimo residuo della cultura orale sta nella nostra capacità di memorizzare i numeri telefonici. Quando dobbiamo ricordare un numero con più di cinque cifre abbiamo bisogno di cantarlo, di dargli un ritmo per memorizzarlo. Dare un ritmo e cantare è stato il modo in cui per millenni sono state memorizzate una grande quantità di informazioni e conoscenze in un mondo popolato in maggioranza da analfabeti. Oggi noi non ricordiamo più i numeri telefonici perché li abbiamo registrati nel nostro cellulare. Quando l’accesso a un’informazione diventa facile, noi evitiamo lo sforzo di ricordare.

Ma quando l’accesso a un’informazione diventa facile, noi evitiamo lo sforzo di ricordare. Il problema è che, a furia di evitare di fare sforzi, la memoria si atrofizza e, nell’affidare una parte sempre più vasta del nostro ricordare a congegni esterni, ci priviamo di una parte vitale della nostra libertà. La libertà che ci dà il poter intuire e orchestrare libere associazioni.

Le idee nascono sempre da collegamenti, connessioni. Nascono dalla possibilità di inventare qualcosa di nuovo pescando nel confuso labirinto del vissuto che si è depositato nella nostra memoria. Le associazioni e le connessioni logiche o fantastiche possono nascere solo dentro di noi. Solo dopo possono nutrirsi e crescere pescando nel mare delle tante memorie esterne che noi umani abbiamo inventato e utilizziamo felicemente dal tempo dell’invenzione della scrittura.

Se la nostra memoria interna è povera perché sempre bisognosa di supporti esterni, noi abbiamo rinunciato a un pezzo enorme della nostra liberta. Al suo posto c’è Google, che ci rimanda tutte le volte alle quattro parole che usiamo più frequentemente. Ci ritroviamo così, senza accorgercene, a vivere costretti dentro l’universo limitato di quelle quattro o quarantamila associazioni che un algoritmo sempre più sofisticato ha registrato per noi e continuamente ci rimanda, illudendoci di essere liberi di scegliere.

 

Il paradosso del tempo

Nella scuola credo debba essere dato molto spazio al presente e al corpo concreto tutto intero, che intreccia sensazioni, emozioni, memorie e pensieri. Solo la pienezza del presente ci permette di costruire un rapporto vivo con il passato. Da una parte, dunque, dobbiamo dare valore e dignità a ciò che viviamo e scopriamo qui e ora, dall’altra trovare forme, modi, tecniche e strumenti perché il passato anche più remoto torni vivo tra noi.

Il presente dilatato è il tempo in cui tu sei lì tutto intero, attento alla tua posizione nello spazio, alle relazioni reciproche, al tono della voce o del silenzio tuo e degli altri. Galileo Galilei, che certo non era uno che non teneva ai contenuti, sosteneva che “Il buon insegnamento è per un quarto preparazione e per tre quarti teatro”. Il teatro è necessario ad ogni buona educazione perché è il luogo in cui il passato accade nel presente. Con i ragazzi dobbiamo sforzarci di costruire le condizioni per colloquiare intensamente con i morti. E la scuola in fondo trova il suo più autentico senso nel frequentare un sacco di morti interessanti e con cui cercare di tessere relazioni.

Diego, a 11 anni, ha scritto a Pericle questa frase: “Mi ha colpito che ti piace molto la politica e invece alla maggioranza della popolazione di adesso (2018) gli sa una cosa noiosa. Ti vorrei fare due domande: Cosa ne pensi della guerra? Cosa vorresti fare oltre alla politica?” Interessante, no? Abbiamo discusso tanto di questa lettera a Pericle di Diego perché è evidente che per i bambini e i ragazzi oggi la parola politica evoca sensazioni di disgusto o quantomeno di noia. Il gruppo di bambini che erano in corrispondenza con Pericle sono stati colpiti dalle lettere in cui scriveva che la politica è l’attività più nobile e bella perché una città può avere pochi medici, pochi drammaturghi, perché ciascuno di loro lavora per molti, ma tutti devono interessarsi e sapere di politica, perché la politica riguarda la vita di tutti perché riguarda la vita della città. Erano colpiti da queste idee che venivano da lontano, perché erano completamente fuori dal loro orizzonte. Ecco, io credo che a questo ci servano i morti. Solo un morto oggi può dire a dei ragazzi che la politica è la cosa più bella che c’è. Questo è il respiro ampio che può e deve offrire la cultura a ragazze e ragazzi.

Ma per intraprendere questo viaggio, la scuola deve credere in se stessa e in qualche modo sapersi separare dal presente e dalla società. Io sono per una scuola dell’opacità, capace di non piegarsi all’onnipresente trasparenza e all’invadenza degli umori del presente. Non c’è motivo perché i genitori intervengano nei percorsi educativi che la scuola sceglie di compiere. La continua e perversa relazione pervasiva tra famiglie e scuola, resa grottesca dai gruppi whatsapp di madri e padri che controllano ogni cosa ogni minuto, toglie libertà e autonomia all’insegnamento e priva i figli di un altro punto di vista, che deve essere diverso e distinto da quello della famiglia.

Penso che, in qualche modo, la scuola debba difendere il suo ruolo proteggendo un’alterità che, se ben coltivata, permette di sperimentare l’opposto di ciò che accade fuori. Per questo il nodo di come ci attrezziamo noi insegnanti è di fondamentale importanza. Che vuol dire, infatti, sperimentare giorno per giorno l’opposto di ciò che si vive nella società?

 

La sofferenza infantile

Io avverto una grande sofferenza infantile. C’è un evidente eccesso di patologizazione e medicalizzazione dei luoghi educativi, ma va considerato con serietà il fatto che siamo di fronte a un’enorme stato di disagio. Bambine e bambini soffrono nello stare a scuola, soffrono in famiglia, soffrono nella città. Il fatto che siamo il secondo paese più vecchio del mondo c’entra con tutto questo. Uno squilibrio così alto tra la quantità di vecchi e l’esiguo numero dei bambini è palpabile nei condomini, nei quartieri, nei paesi e nella vita quotidiana. Al tempo del baby boom, negli anni Sessanta, la sensazione era opposta. Noi giovani ci sentivamo protagonisti anche perché eravamo tanti e nei rapporti tra le generazioni io credo che i numeri contino.

Il nostro è un mestiere difficilissimo e lo è per certi versi sempre di più perché il nodo principale dell’antipresente che dobbiamo cercare di costruire in classe sta nel tentativo di trasformare un gruppo di allievi in una piccola comunità capace di pensiero. Nel nostro lavoro dobbiamo essere così visionari da dimostrare nel concreto che tutte le differenze, anche quelle che generano sofferenze, possono trasformarsi e divenire nutrimento e arricchimento reciproco. E’ un’impresa assai complessa perché coinvolge e non può non coinvolgere tutti. E tutti, ci ricorda Capitini, è una parola sacra.

Se c’è un bambino troppo agitato, tu devi provare a sperimentare come, all’interno di una piccola comunità, quel suo comportamento non sia letto solo come patologia, ma anche come una qualità diversa di stare al mondo, che può arricchire la nostra piccola comunità. Perché comunità c’è, secondo me, solo quando c’è un’intensa curiosità reciproca, quando ci aspettiamo qualcosa dall’altro e non diamo nulla per scontato.

La profezia necessaria all’educazione, che è mandare avanti la parola e vedere ciò che ancora non c’è, io la rintraccio in questa lenta e necessaria costruzione quotidiana. Ogni volta che in una comunità ci si accorge che la qualità dell’altro, diversa dalla mia, mi dà qualche cosa che non mi aspettavo, succede qualcosa di interessante e tu rompi l’idea che la vita sia tutta confinata dentro al tuo io e ha ciò che è ossificato nella società.

E’ naturalmente necessario che l’io si rafforzi e la ragazza o il ragazzo cerchi di capire chi è. Ma se in questa tensione conoscitiva non incontri la possibilità di scoprire quanto l’altro, profondamente diverso da te, possa portarti arricchimento nel comprendere qualcosa di più del mondo e di te stesso, perdi una grande possibilità. Ora, affermare che la diversità è ricchezza si riduce a pura retorica se non consideriamo, al tempo stesso, quanto questo incontro decisivo comporti sforzo, fatica, persuasione.

Perché accada qualcosa nell’incontro reciproco vanno costruite le condizioni per vivere esperienze di grande intensità nelle quali provare il piacere che può dare lo “sfregare e limare i nostri cervelli gli uni contro gli altri”, come invitava a fare Montagne.

Il testo collettivo è una metafora potente di tutto ciò perché è un processo lungo, complesso, che richiede grande disponibilità. Non è facile rinunciare a una frase che hai scritto e che è importante per te, così come non è facile accogliere l’affermazione proposta da un altro che contraddica ciò che pensi.

 

Un viaggio intorno alla nonviolenza

All’inizio di quest’anno, su suggerimento di Piergiorgio Giacché, ho provato a lavorare con i ragazzi di quinta elementare intorno ad Aldo Capitini, a 50 anni dalla sua morte. Siamo partiti da Gandhi, che abbiamo cercato di incontrare in diversi modi. Abbiamo visto il film di Richard Attenorough, abbiamo letto brani di alcuni suoi testi e ne abbiamo discusso a lungo. Insomma abbiamo trascorso un paio di mesi insieme al profeta della nonviolenza. Un giorno Emilia, ragionando su ciò che avevamo capito del liberatore dell’India dal colonialismo, ha scritto: “Gandhi non dava ragione a uno ma a due”. Una sintesi geniale della nonviolenza.

La frase di Emilia appare semplice e potente, come sanno essere certe affermazioni dei bambini quando li si porta su terreni ricchi e complessi e li si lascia liberi di pensare e dire le cose a modo loro. Così in classe, ci siamo trovati più volte a ragionare su cosa voglia dire “dare ragione a due” e mi sono reso conto che la frase di Emilia ci aveva aiutato a considerare che la ragione di uno è sempre parziale e insufficiente.

A gennaio, quando abbiamo incontrato e ci siamo appassionati della figura di Ipazia, abbiamo avuto un elemento in più per comprendere cosa possa voler dire essere eclettici. La storia di Ipazia è esemplare. Da una parte c’è una donna scienziata, filosofa e libera pensatrice che studiava con passione nella Biblioteca più ricca del mondo, dall’altra il fondamentalismo dei cristiani che si vendicavano in quegli anni delle persecuzioni subite. Da una parte chi dice che la verità è sempre parziale e non possiamo accontentarci di un solo libro, dall’altra chi aborre il molteplice e, nel nome di un solo e unico libro-verità, dà fuoco a una biblioteca e lapida e uccide una libera pensatrice.

I bambini sono stati molto colpiti dal fatto che Gandhi affermava “io sono cristiano, ebreo, musulmano, indù”. Si chiedevano come può essere che qualcuno possa dire una cosa del genere. Ci sono state grandi discussioni sulle pluralità che possono vivere dentro una persona e questo ci ha aiutato a ragionare sulla pluralità che dobbiamo accogliere, quando conviviamo con altri all’interno di una comunità, piccola o grande che sia. Discutendo con loro si è accentuata in me la convinzione che riusciamo ad essere nella disposizione d’animo di accogliere le diversità più lontane da noi quanto più siamo consapevoli delle tante diversità che abitano dentro di noi. Solo se siamo in ricerca, se coltiviamo le nostre domande, accogliamo la nostra ignoranza e accettiamo di avere contraddizioni e incertezze, possiamo costruire una cultura capace di arginare lo spirito diffidente, chiuso e aggressivo con cui troppo spesso guardiamo e giudichiamo gli altri.

Il nostro mestiere è così difficile oggi perché famiglie e società sembrano chiederci continuamente di catalogare persone e comportamenti e fissare rigidamente categorie per arginare lo scompiglio delle tante divergenze individuali. Ma dobbiamo avere il coraggio di andare con decisione controvento.

Il ragazzino che non riesce a stare fermo in classe due ore, che fa casino e sbatte le cose o lo emargini e lo punisci fissandolo in quel suo ruolo, o assumi il suo comportamento divergente come sfida per tutti. Qualche anno fa Roberta Passoni aveva in classe un bambino che non riusciva a stare in classe per diverse ore e ha pensato che l’unico modo per tenerlo dentro era cercare di fare più cose possibili fuori. Spazio e tempo della classe dovevano misurarsi con i bisogni di Matteo. Ciò che hanno scoperto dalla prima elementare in quella classe è stato molto interessante, perché bambine e bambini erano grati a Matteo perché li portava a stare molto tempo fuori. E mentre incontravano la natura, le scienza e la geografia ricercando fuori, si accorgevano delle capacità e delle qualità di Matteo. Lui aveva una patologia grave, ma l’abilità di Roberta è stata di viverla insieme ai compagni in un altro modo. Lo spazio alterato dalla presenza di un bambino disabile, in questo caso non abile a stare chiuso dentro a una classe, ha aperto nuove chance a tutti.

Riflettiamo allora sulla parola scolarizzazione. Che vuol dire bambino scolarizzato? Se andiamo a fondo a domandarci chi è scolarizzato, forse scopriamo che dentro questo aggettivo si nasconde una parolaccia o, meglio, un cattivo pensiero. E’ scolarizzato chi sta zitto, sta fermo e non dà fastidio? Chi non interrompe ciò che ho programmato di fare? Rimettere in discussione parole e categorie dell’educare comporta rigore e fatica, ma ci aiuta a rimetterci in causa di continuo.

 

Il dialogo come architrave del processo educativo

Un importante ferro del mestiere, necessario per ogni educatrice ed educatore, credo riguardi la capacità di porsi domande e mantenere sempre vivo il dialogo. Ma il dialogo può essere l’architrave della relazione educativa solo se è un dialogo vero, in cui io non so già in partenza dove andremo a parare. La domanda chi spesso mi faccio e propongo è: alla fine della settimana abbiamo imparato qualcosa di nuovo dai bambini con cui lavoriamo? Cosa? Ce lo siamo appuntati? Lo riusciamo a ricordare?

Il dialogo è vero se non sei sempre tu a insegnare le cose. Non sta nel chiedere cosa pensano del galleggiamento o dei limiti dell’immedesimazione a Mario o a Nisrin e poi dare io la risposta giusta. Il vero dialogo sta nel sostare intorno alle domande, nell’accettare che ne sorgano di nuove e nel lasciarne sempre alcune aperte.

Noi insegnanti ed io per primo, spesso a scuola conduciamo un finto dialogo. Diamo voce ai bambini ma poi concludiamo rapidamente, dicendo noi quale sia la verità. Il dialogo euristico, il dialogo in cui insieme scopriamo qualcosa, è pratica lunga, complessa e richiede tempo, perché si inoltra in territori inesplorati e, per molti insegnanti, purtroppo, non sapere dove si va a finire è un qualcosa da evitare perché temibile.

E invece è proprio quando ci educhiamo a frequentare l’ignoto che riusciamo a trovare elementi e riferimenti culturali che ci possono aiutare alla costruzione della nostra piccola comunità.

In fondo la cosa più interessante della scuola sta nell’essere popolata da ignoranti e, se riconosciamo e riusciamo ad apprezzare tutti questo nostro stato e questa nostra mancanza, ci possiamo disporre attivamente, insieme, al bordo di ciò che non sappiamo. E’ li che prende avvio e si rinnova ogni volta l’avventura educativa. Se ho la sensazione di stare sull’orlo di un baratro di cui so poco o nulla, sono felice di stare insieme a te, che sei nella mia medesima condizione. Mi fa piacere non essere solo e compiere quest’azzardo in compagnia di un altro. Questo allora diviene il luogo propizio dove posso scoprire una qualità che non conoscevo della mia compagna o compagno, della mia maestra o maestro. Può essere in un bosco la notte ma anche di fronte a un teorema di geometria, a un testo che mi intriga e mi inquieta, a una pittura o una poesia che mi invita ad entrare in un altro mondo, a una domanda sulla vita che mi spiazza.

Perché, nei compiti in classe se sei insicuro, tu copi? Perché hai bisogno di aiuto e ancor più di rassicurazione di fronte a un giudizio che dovrai subire e che senti venire da lontano. Tu non sai se il tuo compagno sa più di te, ma copi lo stesso perché questo ti rassicura. Comprendere quel copiare può essere interessante, perché è parente del desiderio di fare qualcosa insieme. Copiare è il primo fondamento di ogni conoscere, il primo passo necessario. Se copio e imito serenamente, poi avrò il desiderio di sperimentare le differenze e scoprire il mio modo, unico e diverso, di arrivare a qualcosa. Se lo faccio di nascosto, perdo la possibilità di scoprire che è proprio copiando e confrontandomi con gli altri che scopro di me cose che non sapevo.

Certo, ci sono cose che si possono copiare e imitare ed altre no. Per esempio il maschile e il femminile restano incopiabile. Ma mostrano, proprio per questo, quanto sia ricca la miniera della disomogeneità. Quando mi accorgo che ci sono modi di vivere e guardare il mondo radicalmente diversi dal mio, se sono in un contesto di ricerca, anche se non posso farli miei sento che mi possono arricchire. Ecco, mi piacerebbe che nella scuola riuscissimo il più possibile ad arrivare a comporre un grande elogio della disomogeneità. Riuscissimo a scoprire insieme quanto le nostre irriducibili differenze possano arricchire una classe, una scuola, un quartiere, una città. Sperimentassimo cioè, concretamente, come ci si può opporre al più pervasivo e perverso pensiero corrente.

Viviamo in un’epoca in cui prevale sempre più l’intolleranza verso ogni disomogeneità. Le prime mosse del governo gialloverde sono un manifesto dell’intolleranza contro i rom, contro i ragazzi devianti da arrestare precocemente, contro gli stranieri.

A maggior ragione, dunque, dobbiamo assumere il ruolo politico dell’educazione, che può essere luogo di resistenza al disumano. Sappiamo bene che la scuola non è oggi un luogo particolarmente propizio dove azzardare questa sfida culturale, ma è l’unico luogo pubblico dove tutti i bambini vanno obbligatoriamente e si ritrovano, e noi abbiamo il dovere di provarci. Non possiamo non farlo.

 

Il mar Mediterraneo è la spaccatura di Giotto

In terza elementare, una mattina di settembre, è arrivata tra noi la foto di Aylan, il bambino curdo ritrovato morto sul bagnasciuga di un’isola greca. Quell’immagine straziante aveva fatto il giro del mondo ed è arrivata prepotentemente in classe evocata da Elisa, una bambina particolarmente sensibile. Era il primo giorno di scuola e ne abbiamo parlato insieme ad altri ricordi dell’estate. A un certo punto Mario ha domandato: “Perché si emigra?”. “Questa è una domanda importante e credo ci passeremo alcuni mesi”, ho risposto. La mattina dopo Ambra ha detto: se è un problema ci vogliono i dati. Allora abbiamo cominciato a ragionare di quali dati avevamo bisogno e qualcuno ha cominciato a ragionare su ricchezza e povertà, pace e guerra. Per lavorare sulla ricchezza media di una popolazione abbiamo dovuto sperimentare cos’è la media e fatto molta matematica. Abbiamo poi costruito un plastico con tutti i paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, che avevano torri le cui altezze rispecchiavano la ricchezza delle diverse nazioni.

In prima elementare avevamo cominciato l’anno trascorrendo un mese in compagnia di Giotto, insieme a tutte classi della scuola di Giove. E siccome eravamo in prima, le loro prime storie le hanno inventate a partire dai suoi affreschi e hanno imparato a scrivere con Giotto. Poi siamo andati tutti quanti ad Assisi e un affresco che gli è particolarmente piaciuto. Si vede Arezzo sotto un cielo pieno di demoni. Nelle mura della città ci sono due porte: da una esce un ricco e da un’altra un povero. Tra le due porte, fuori le mura, si apre un crepaccio, un abisso, da cui sono usciti i demoni.

Quella storia li aveva particolarmente colpiti e abbiamo desiderato appendere in classe una grande riproduzione di quella pittura. Tre anni dopo, mentre stavamo costruendo il nostro plastico, un giorno Maia torna a quella pittura e dice: “Il mar Mediterraneo è come la spaccatura di Giotto”.

Riguardiamo allora tutti insieme il dipinto. La differenza tra ricchi e poveri è troppa, dunque si spacca la terra. Da questa spaccatura, da questa distanza sociale esagerata nascono i demoni che infestano la città. Osservando il dipinto penso tra me e me che c’è pure Francesco che, da un lato, cerca di cacciare i demoni e mettere pace. Quell’affresco mostra esattamente la realtà che abbiamo davanti ai nostri occhi e la frase di Maia, così precisa e cogente, ci dà da pensare.

L’arte non dà risposte. Ci aiuta a sostare sulle domande, ci aiuta a compiere collegamenti inusitati e ad approfondire. I bambini, che possiedono una grande capacità di passare da un linguaggio all’altro, sono a volte capaci di sintesi potenti e illuminanti.

 

La pluralità dei linguaggi e il sangue misto di Erodoto

Uno degli elementi che aiuta a creare una comunità, a rendere una classe inclusiva, sta nel frequentare continuamente molti linguaggi. Ci sono bambini che si trovano maggiormente a loro agio nella scrittura, altri nel disegno, nell’improvvisazione teatrale o nel girare un video. Mettere a disposizione di tutti diverse forme espressive aiuta i singoli e il gruppo a ragionare meglio, a scegliere, a comporre. Mescolare e intrecciare continuamente diversi linguaggi è un fattore di democrazia perché garantisce maggiore di libertà d’espressione a tutti. Ma per rendere possibile tutto ciò abbiamo bisogno di insegnanti attenti, curiosi, colti e soprattutto studiosi. Insegnanti che non si accontentino mai.

Molti si lamentano che il ruolo di noi insegnanti è sempre più vilipeso. Ma c’è un discredito verso il nostro mestiere che viene noi stessi e credo sia ancor più grave, perché porta troppi di noi ad accettare la realtà così com’è e a non reagire. Gli insegnanti migliori, quelli che tentano ogni giorno di tenere in piedi il senso della scuola, sono quelli che anche nelle situazioni più difficili lavorano duramente, non smettono mai di prepararsi e preparare materiali adatti ai loro allievi, ricercano e faticano per essere degni del mestiere che hanno scelto di fare.

Don Milani diceva che l’insegnante deve essere celibe e dedicare la vita intera alla scuola. Esagerava, forse, ma è sicuramente vero che i buoni insegnanti sono coloro i cui figli sono gelosi dei loro alunni. Sono gelosi perché un elemento che contraddistingue chi lavora bene a scuola sta nel portare i propri allievi con sé anche a casa, nel portarseli dentro ben oltre l’orario scolastico.

Sulle scoperte che possiamo fare a scuola vorrei fare un ultimo esempio. Quest’anno ci siamo fissati sulla prima frase che Erodoto scrive all’inizio delle sue “Storie”, quando dice che scrive “affinché gli avvenimenti umani con il tempo non si dissolvano nella dimenticanza e le imprese grandi e meravigliose, compiute tanto dai Greci che da Barbari, non rimangano senza gloria; tra l’altro egli cerca la ragione per cui essi vennero in guerra tra loro”.

In cinque righe due affermazioni su cui torniamo e ritorniamo per molte settimane. Erodoto è geniale perché narra le ragioni dei greci ma non si accontenta, vuole dare conto anche delle ragioni dei persiani. Ed è mettendo vicino due ragioni diverse e confrontandole che nasce il primo storico.

Stando a lungo in compagnia di Erodoto, un giorno una bambina scopre su wikipedia che aveva il padre persiano e la madre greca. C’è una certa agitazione in classe e qualcuno azzarda l’ipotesi che quello sia motivo per cui lui si domanda con tanta insistenza il perché della guerra tra greci e persiani. Qualcuno pensa addirittura che è stato a causa del suo sangue misto che lui ha inventato la Storia.

Insieme, discutendo, troviamo che il nodo principale sta nel titolo. Lui non intitola le sue ricerche La storia, ma Le storie. La storia dunque nasce, fin dal suo esordio, come rendiconto ed elogio del plurale, delle differenti visioni che convivono nel mondo. In classe i due figli di coppie miste esultano e tutti ci convinciamo che è stato proprio il fatto che Erodoto quelle due culture le aveva nel sangue, che lo ha spinto a essere curioso, a viaggiare e ad arrivare a concepire per primo una scrittura di Storie che partisse dalle differenze che popolano il mondo.

Era figlio di due popoli che si facevano la guerra. E l’idea che dall’incontro e dall’amore di due figli di genti ostili nasca un uomo capace di tanta novità ci affascina. Se sei figlio di due genitori che appartengono a due popoli che si fanno la guerra, che si stanno scannando, reagisci e concepisci uno dei campi di studio più straordinari mai pensati, che ha cambiato per sempre la relazione dell’umanità con il tempo e la memoria.

E’ quando si arriva a scoprire insieme passaggi di civiltà di questa portata che tutto trova senso, perché il passato davvero ci aiuta a comprendere alcuni nodi del presente.

Ricostruendo la storia della pedagogia nell’Italia del dopoguerra, Goffredo Fofi ha più volte distinto quelli del metodo da quelli dei contenuti. Io, come militante del Movimento di Cooperazione Educativa, mi sono sempre sentito dalla parte del metodo. Negli ultimi anni, tuttavia, sempre più penso che anche il miglior metodo, se non si innerva di contenuti forti, non ci fa andare da nessuna parte. Solo intrecciando il metodo con i contenuti che riteniamo essenziali nel tempo che viviamo, possiamo disporci e proporre quelle aperture necessarie all’educare oggi.

 

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Comments (2)

  • debiti e debitori - ATBV

    |

    […] Il primo articolo lo ha scritto Franco Lorenzoni: è ricco, ricchissimo, talmente ricco che mi pare davvero impossibile essere d’accordo con tutto quello che vi si dice. Però ci sono molti spunti, tante idee, una serie di importanti considerazioni su cui chi come me lavora a scuola, deve necessariamente riflettere, tutti i giorni. E, per esempio, io mi sono segnato questo passaggio, che mi pare fondamentale, perché insiste sui concetti di «presente», di «relazione» e di «corporeità», che sono al centro del nostro imparare; ma anche perché sa che ci deve comunque essere un distacco, una «opacità» salutare, tra la scuola e il presente, tra la relazione che sta dentro i muri e il mondo che sta fuori da quei muri: […]

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  • Maria Aurino

    |

    Insegnare è un lavoro del cuore, soprattutto per chi lavora per l’educazione e con l’educazione ed investe energie non solo per infondere nozioni scontate, ma si chiede come ogni mente e ogni cuore possono diventare ciò che sono capaci di essere.
    Insegnare è accettare il rischio, i docenti sono un po’ come gli arcieri che rischiano il lancio, affinché la freccia scoccata vada lontana verso orizzonti immaginati, possibili, per insegnare che la vita va vissuta e non subita.Perché il cuore dell’attività dell’insegnante sta nella dimensione educativa del suo compito, fondata sulla tensione ideale a “prendersi cura” della persona nella sua globalità, facendosi carico sia dei bisogni (materiali e mutevoli) sia delle profonde esigenze connesse alla dignità della persona come tale.

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