Mani mozzate a furor di popolo

di Marco Carsetti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

murale di Michael Aaron Williams

 

Navi da crociera e scialuppe di salvataggio

In questi giorni, giugno 2018, sarebbe bene ricordare la metafora di Enzensberger in cui immagina l’Europa come una boat people in fuga.

È una metafora capovolta dove non sono gli altri a navigare su una scialuppa di salvataggio alla ricerca di un porto sicuro ma siamo noi su una barca, in balia della tempesta, a mozzare le mani di altri sopravvissuti che cercano di salvarsi. “Una scialuppa di salvataggio con a bordo tanti naufraghi da essere completamente piena. Tutt’intorno, nel mare in tempesta, nuotano altri sopravvissuti, che rischiano di annegare. Come si devono comportare gli occupanti della scialuppa? Respingere il primo che si aggrappa al bordo della barca, magari mozzandogli le mani? Sarebbe un omicidio. Prenderlo a bordo? Ma allora la scialuppa va a fondo con tutti i sopravvissuti.”

La presa d’atto di queste ore, di un governo, di uno Stato e di un popolo è che “la barca è piena” e quindi si è in pericolo di vita. Non importa se ciò sia vero o falso, l’importante è lo spettro che evoca tale immagine. Noi siamo i naufraghi e il nostro comportamento è legittimato da una situazione di estremo pericolo. Con tanti saluti delle mani mozzate.

Ma ciò che è stupefacente dell’attualità di tale metafora rovesciata non è semplicemente la cronaca di queste ore quanto l’anno di pubblicazione di questo scritto di Hans Magnus Enzensberger. Era il 1992. Ventisei anni fa. Che vuol dire? Che nulla è cambiato, che tutto si è deteriorato, imbarbarito, ma soprattutto che tutto era già in atto esattamente così come lo stiamo vivendo e non ce ne eravamo accorti. Non ci eravamo accorti dell’intensità della violenza in atto capace di mozzare le mani di chi chiede aiuto. Siamo arrivati al palesarsi di questo istinto di sopravvivenza che si traduce in mors tua vita mea a furor di popolo, al grido social “aiutatemi, io non mollo” corredato dagli hashtag #blocconavalesubito #chiudiamoiporti.

L’Italia è un’immensa nave da crociera, non una scialuppa di salvataggio, che si è separata dalla Storia, che ha smesso di pensare al futuro, che ha lasciato andare gli ormeggi e naviga alla deriva immortalando se stessa, nell’eterno presente di un mega selfie. Un selfie di micromegalomani, il selfie di un popolo che vuole mantenere inalterate le prerogative di ciascuna classe sociale. Il selfie di chi sale a bordo serve proprio a questo: a congelare la situazione de facto prima che sfugga di mano. E allora bisogna mollare gli ormeggi e partire per difendere quel poco che è rimasto. Questo significa “Prima gli italiani”, poi i servi e poi gli schiavi. Chi è nel selfie di questo club esclusivo può restare, ma mantenendo salde le posizioni. E così la foto di gruppo immortala questo popolo sul viale del tramonto fatto di pensionati e corruttori, di ballerine e presentatori, di protettori, gangster e idioti vari, di giovani inebetiti, e pure di ben pensanti che mettono toppe alle falle dello scafo aspettando la rivoluzione.

Le belle figurine di questa operetta in crociera hanno dei posti ben assegnati nella piramide rovesciata dei ponti della nave. E va bene così finché al popolo non manca il fitness, lo svago, il ballo di gruppo, l’aperitivo al tramonto, la buona cucina, il greenMe illusorio di salute e benessere, piacere e sostenibilità, lo spettacolo porno soft giornaliero per i più attempati. I giovani sono zombie, in gruppo o solitari, chiusi nelle loro cabine con solo un piccolo oblò di svago sul nulla: il loro smartphone. Alle volte si sfogano con qualche uscita notturna violenta contro un passeggero solitario sul ponte panoramico a cui è sorto un dubbio. E finché la barca va, lasciala andare. Questo è il motto di tutti, e se la storia riappare all’orizzonte, bisogna mozzare le mani di chi chiede aiuto perché il selfie non ha il grand’angolo, ma solo un’ottica ravvicinata e bisognerebbe stringersi troppo per entrarci tutti. Stretti e precari, infatti, è questa la sensazione che ha trasformato questo paese in una nave da crociera in fuga. Una sensazione che è destinata a farsi sempre più forte e reale durante la navigazione: perché tanto più ci si difende, tanto più ci si chiude e tanto meno si ha la capacità di evolversi, di cambiare. E questo paese non è destinato a cambiare ma solo a deperire, ridendo, in mezzo al mare, pensando di essere in una crociera vacanza.

 

Testa di maiale

Il 15 giugno 2018 è finito il Ramadan. Nella notte tra il 14 e il 15 giugno, mentre l’Aquarius navigava verso il porto di Valencia, in una piccola cittadina friulana di ventimila abitanti, di cui duemila di origine straniera, qualcuno ha appeso all’inferriata del giardino di un piccolo appartamento al piano terra le interiora e la testa di un maiale. In quell’appartamento, dal 2016, vivono otto richiedenti asilo.

Il centro di accoglienza è gestito da una cooperativa sociale. La cooperativa così si presenta: “Sin dalla costituzione, i servizi offerti sono stati quelli di pulizie, sanificazioni e facchinaggi, per poi ampliare negli anni le attività a altri servizi propri del settore ambientale quali la gestione dei rifiuti.” Dal 2016 la cooperativa si attrezza e sviluppa anche il servizio di “integrazione sociale come promozione della cultura, della solidarietà e valorizzazione delle differenze.”

Il progetto prevede un’accoglienza e una presa in carico che “porti a responsabilizzare e dare autonomia al singolo, permettendo un dignitoso percorso in attesa dell’eventuale riconoscimento dello status di Protezione Internazionale. I servizi riguardano l’ingresso e la gestione amministrativa, fornitura di beni, assistenza alla persona e servizi per l’integrazione.”

Come si è arrivati da parte del terzo settore a utilizzare questo tipo di linguaggio? Quanto trascritto non è l’eccezione ma è la regola standardizzata del modo in cui associazioni e cooperative si esprimono rispetto all’ospitalità di persone straniere. Il segno distintivo della relazione tra noi e gli altri. Questo burocratese dei servizi alla persona, questo burocratese dell’advocacy, questo ricapitolare il proprio senso sociale, politico ed etico risiede tutto dentro uno standard asfittico di parole amebe senza più nessuna forza. Parole come sassi lanciati in uno stagno che producono onde che non colpiscono nulla. E invece lo stagno è pieno di coccodrilli che sbranano maiali e che appendono teste come minacce e avvertimenti macabri. Ma è possibile che non ci si renda conto di quanto tutto ciò sia sproporzionato? Di quanta banalità fasulla esprime la nostra retorica dei servizi così come la “buona organizzazione” burocratizzata di cooperative che vengono minacciate e non ritengono neppure necessario rispondere con un comunicato stampa? Con qualche forma di protesta?

Aveva ragione Albert Camus quanto molti anni fa scriveva: “Per mezzo della carta, degli uffici, dei funzionari è venuto a crearsi un mondo dal quale è scomparso qualsiasi calore umano, nel quale un uomo non può entrare in contatto con un altro uomo se non attraverso un dedalo di scartoffie. In una parola, ormai moriamo, amiamo o uccidiamo per procura. Questo è ciò che va sotto il nome, se non m’inganno, di ‘buona organizzazione’”.

Accogliamo e diamo ospitalità per procura, incapaci di generare calore umano per cui in un’isola felice e ricca del Nord Est, medaglia d’oro per la guerra partigiana, dove si producono artigianalmente tra i migliori pianoforti del mondo, otto richiedenti asilo devono ricevere il giorno della festa di Ramadan la testa mozzata di un maiale. Anche questa è l’Italia che accompagna l’Aquarius fuori dalle sue acque nazionali.

 

Sovranismo, discriminazione

Hannah Arendt aveva già profetizzato che il mondo a venire avrebbe visto la crescita a dismisura dei “superflui” ospitati in campi profughi.

Nel 1951 scriveva: “Da quando gli stati nazione si sono spartiti il pianeta, si è andata producendo, tra un confine e l’altro, una “schiuma della terra”, che può essere impunemente calpestata e che malgrado ciò non smette di fluttuare e di accrescersi. La schiuma è ciò che resta della terra sparita, sono i senza patria, gli apolidi, i rifugiati, rimasti schiacciati tra le frontiere nazionali come rifiuti ingombranti”. Sono gli espulsi della vecchia trinità Stato-popolo-territorio e danno vita a un movimento crescente.

“Quel che è senza precedenti”, scriveva sempre la Arendt ne Le origini del totalitarismo, “non è la perdita di una patria, bensì l’impossibilità di trovarne una nuova. D’improvviso non c’è più stato nessun luogo sulla terra dove gli emigranti potessero andare senza le restrizioni più severe, nessun paese dove potessero essere assimilati, nessun territorio dove potessero fondare una propria comunità. Ciò non aveva nulla a che fare con problemi materiali di sovrappopolamento; non era un problema di spazio, ma di organizzazione politica. Nessuno si era accorto che l’umanità aveva ormai raggiunto lo stadio in cui chiunque venisse escluso da una di queste comunità chiuse, rigidamente organizzate, si trovava altresì escluso dall’intera famiglia delle nazioni, dall’umanità”.

Ecco lo scandalo d’umanità di cui parlava almeno venti anni fa l’allora vescovo di Caserta monsignor Nogaro. Che vuol dire scandalo d’umanità? Vuol dire l’aver reso scandalosa l’umanità dell’altro, quella della schiuma della terra, dei superflui, come li chiama la Arendt, fino a rigettarli in mare, a mozzargli le mani.

Tutti sanno che l’accoglienza fatta in grandi centri ha un solo scopo: offrire una soluzione sbrigativa al problema del sovraffollamento e soprattutto filtrare. I centri sono la matrice nascosta, ma neanche tanto, in cui si presuppone che la gestione della migrazione da parte dello Stato sia una pratica selettiva. I centri di accoglienza servono per distinguere i rifugiati veri e i migranti falsi. Attraverso questa pratica lo Stato, con l’avallo delle organizzazioni che gestiscono direttamente l’accoglienza, va alla ricerca di una giustificazione morale alla discriminazione.

Bisogna dire che l’idea dell’accoglienza come potenziale minaccia dell’integrità identitaria e territoriale di una nazione e come pratica selettiva è stata introiettata anche dai dirigenti delle cooperative e dagli operatori. Questo lo si vede principalmente da due aspetti dell’accoglienza: il tipo di vita che si conduce nei campi e i luoghi sperduti e abbandonati in cui vengono collocati. Per queste ragioni possiamo allora definire gli abitanti dei campi, ospiti e operatori, gli incapsulati. I centri di accoglienza sono stati trasformati dall’inconscio dei manager delle cooperative e dalla volontà delle Prefetture in navette aliene che atterrano su un suolo ostile e non potendo avere rapporti con l’esterno rimangono dentro come incapsulati. Si percepiscono e sono percepiti come un potenziale virus per la comunità.

Tutte le nostre pratiche si infrangono di fronte alla logica della Stato Nazione e al ritorno della sovranità come reazione ai flussi migratori. Ma dietro tutto ciò c’è un’idea che viene prima dell’attuale governo e che è insita nell’inconscio collettivo, un’idea che è destinata a durare a lungo: dare accoglienza significa distruggere la comunità perché mina la sua integrità identitaria e territoriale dall’interno. Il principio vigente, né di destra né di sinistra ma di ogni Stato, è che è lecito fermare gli stranieri alla frontiera e filtrarli perché chi viene da fuori rappresenta potenzialmente una minaccia per la stabilità interna.

I migranti sono dei candidati a entrare in una comunità a numero chiuso e quindi a quanto pare la democrazia è compatibile con la politica di espulsione. La comunità secondo molti intellettuali e politici è una sorta di club dove i soci fondatori possono selezionare gli aspiranti membri.

È su questa scia che si pensa di poter richiedere l’autodeterminazione che, tradotta in parole povere, è: “prima gli italiani”, “porti chiusi”, “blocco navale subito”, in quanto si vantano un’identità e un territorio. L’autodeterminazione del “sentiranno la nostra voce”, “non siamo più lo zerbino d’Europa” né “il suo campo profughi”, è il controllo esercitato dalla comunità politica per evitare che nel tempo si modifichi il suo sé. E quindi i cittadini dello Stato sovrano italiano hanno priorità sugli immigrati.

Ma la domanda vera che nessun politico e nessuna militanza dal basso ha il coraggio e la consapevolezza di pronunciare è un’altra ed è quella di Hannah Arendt: “Potranno mai esistere comunità politiche che non si rifanno a confini nazionali?” Comunità politiche senza confini nazionali, è questo l’orizzonte politico, apparentemente inespugnabile, per cui lottare. La prassi politica e sociale attraverso cui chiedere il diritto alla migrazione con la stessa forza con cui si è chiesta la fine della schiavitù.

 

Un paese inabitabile

L’Italia sta diventando un paese non solo inospitale per chi viene da fuori ma anche inabitabile per tutti. Diventerà sempre di più un paese della caccia all’uomo e del laissez faire verso certi gruppi che fanno della violenza e dell’intimidazione il loro vessillo impunito. È il paese per cui abbattere una recinzione o srotolare uno striscione inviso al potere determinerà pene maggiori che commettere un omicidio.

Nel luglio del 2016, a Fermo, una cittadina delle Marche, Amedeo Mancini conosciuto per essere un idiota razzista violento, insulta una donna nigeriana appellandola come scimmia. D’altronde, di cosa stupirsi se un ex ministro della Repubblica, Calderoli, aveva già appellato come orango la ministra Kyenge, originaria della Repubblica del Congo? Il marito Emmanuel Chidi Nnamdi reagisce e viene ucciso a pugni e calci. Amedeo Mancini patteggia una pena a quattro anni, dopo neppure un anno tra carcere e arresti domiciliari torna in libertà con il solo obbligo della firma giornaliera. In un’intervista esulta dichiarando che giustizia è fatta e che tutti quelli che lo hanno dipinto come un mostro si dovranno ricredere. È lecito chiedersi perché tutta questa clemenza nei confronti di un uomo che ha ucciso a mani nude un altro uomo per motivi razziali. In questa situazione è lecito aspettarsi che anche per il neofascista Luca Traini, accusato a Macerata di tentata strage aggravata dal razzismo, probabilmente il trattamento non sarà molto diverso.

Sul piano simbolico e politico fino alle aule giudiziarie vedremo derubricare con indulgenza a bravate di una gioventù disagiata, vittima della disoccupazione, disorientata culturalmente, tutta una serie di atti violenti nei confronti di persone e luoghi che esprimono diversità e dissenso. Tutto ciò è già in atto ed è ciò che definisce un paese come inabitabile. “Definisco inabitabile”, scrive Enzensberger, “un luogo in cui una qualsivoglia banda di picchiatori sia libera di aggredire delle persone per strada o di dar fuoco alle loro abitazioni.” Viviamo in un paese che sta dimostrando un particolare zelo persecutorio da un lato, quello contro il dissenso, e un laissez faire dall’altro, quello nei riguardi di certi assassini. Ci sono politici che hanno dimostrato di considerare politicamente vantaggiosa la caccia all’uomo. A Macerata, dopo la tentata strage, gran parte della popolazione diceva: “Ha fatto bene”, e la Lega di Matteo Salvini superava per la prima volta nella sua storia il 20% di consensi. Ma se lo Stato si rifiuta di mantenere l’uso esclusivo della forza affidandolo impunemente a gruppi che provengono dai meandri più oscuri della società l’effetto non potrà che essere uno: singoli individui o gruppi di persone si dovranno cominciare a armare per legittima difesa dando così vita a guerre per bande per la supremazia sul territorio.

 

Retorica dell’universalismo

In questa situazione ciò che appare totalmente ai margini e privo di linguaggio e pratiche è proprio chi fa dell’universalismo e del meticciato la propria retorica contro una maggioranza ignorante e fascistoide. Se questi ultimi trent’anni sono serviti a una parte per legittimare, nell’inconscio di una collettività, l’omicidio fai da te, dall’altra chi ha costruito carriere ed esistenza individuali e di gruppo sull’aura del rifugiato non è riuscito a fare di più che sventolare la bandiera della sopravvivenza del proprio piccolo gruppo come lobby a favore degli oppressi. Basta vedere le manifestazioni di dissenso contro i porti chiusi della nuova politica al governo: un affastellamento di sigle, loghi e bandiere preoccupati più che altro della propria sopravvivenza. Non individui, gruppi e cittadini di uno Stato, ma piccole lobby che gestiscono un potere territoriale fatto di servizi a basso costo e progetti culturali totalmente autoreferenziali, cioè fatti per sé stessi e per un piccolo compenso economico.

Questo genere di esperienze associative sono perfette nella loro ininfluenza quando al governo ci sono forze come il Partito Democratico che non esibisce i suoi misfatti ma li nasconde utilizzando un linguaggio echeggiante il medesimo substrato culturale delle associazioni. Davanti a una politica che tenta la mediazione e il politicamente corretto, tutto si ovatta e gli esponenti della militanza pro immigrati possono con qualche margine di libertà ancora trastullarsi nella celebrazione del loro essere diversi e migliori utilizzando la psicologia, la pedagogia, l’antropologia per spiegare a sé stessi che l’immigrato è l’Ulisse dei nostri tempi e quindi è Omero che ci dice che è giusto dargli ospitalità. Su queste convinzioni costruisce i propri discorsi, le proprie pratiche, i propri spettacoli culturali: video, film, teatro, libri. In fondo, seppur dichiarato come nemico, il Partito Democratico può sempre riservare alle associazioni, nei meandri degli uffici ministeriali, qualcuno disposto a ascoltare e a devolvere qualche spicciolo a favore di qualche progetto. Progetti che più che altro servono al politico per garantirsi un suo seguito e alle associazioni per giustificare la propria esistenza spettacolarizzando l’aura del migrante.

Ma che cosa ne sarà di certe pratiche culturali nel momento in cui, nei meandri di quegli uffici, non ci sarà più un narciso socialdemocratico ma un autentico picchiatore?

Intanto oltre alle bandiere di piazza del proprio progettino si combatte una battaglia navale a suon di hashtag e controinformazione via social: a #chiudiamoiporti risponde #apriamoiporti.

Le associazioni parlano un soliloquio tra sé e sé, tra amici, like, condivisioni e commenti, infarcito di un sentimentalismo misticheggiante in cui non mancano mai parole come: nicchie di incontro, di cura, di resilienza, di ensemble, di creazione di bellezza, di pedagogia interculturale eccetera. Questo gergo è perfetto, seppure rimane stucchevole, per far muovere qualche sentimento narcisistico al burocrate salottiero di centro-sinistra. Ma cosa diventa davanti alle mani mozzate di sopravvissuti a cui non permettiamo di salire sulla scialuppa? Diventa quello che è: un’autoincensazione che non ha nessuna intelligenza politica, ma solo narcisistica del sé. La difesa degli immigrati così professata si presenta con un habitus moralizzante che quanto a presunzione non lascia nulla a desiderare. Estromettere dalla propria coscienza e dalla propria bocca questo linguaggio si deve e si può andando alla ricerca non di parole che esprimono un sentimento narcisistico dell’io ma di fatti, realtà, verità oggettive. La costruzione dell’aura del rifugiato ha danneggiato tutti, i rifugiati prima di tutto. E ha reso un’arma spuntata qualsiasi tipo di discorso che si è fatto retorico, presuntuoso e sentimentale. “L’apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli – scriveva Pasolini – altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. È un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese… Le persone adorabili che non sanno di avere diritti – in questa guerra civile mascherata – rivestono una ben nota e antica funzione: quella di carne da macello”.

Siamo diventati creatori di status iconici decontestualizzati da una realtà in cui potranno convivere farneticazioni del rifugiato come eletto, campi di internamento e franchising di caffetterie. Questo è già il futuro.

In fondo quello a cui siamo approdati, in quella cerchia o nicchia ristretta di persone pro-immigrati, è la convinzione che l’esaltante professione del prendersi cura degli altri possa direttamente mettere fine alla fame nel mondo senza la necessità di soluzioni politiche o ristrutturazioni sistemiche. Quello che conta non è l’azione politica che viene sospesa, ma la propria persuasione etica da condividere nella nicchia ristretta degli amici.

Questa costruzione iconica dell’altro come eletto a cui aspirare genera lo stesso effetto anche nell’esuberanza di produzioni culturali cinematografiche e letterarie. È più importante raccontare l’altro che agire con l’altro, convinti che se dell’altro non racconto la storia l’altro non esiste. E così l’effetto è che mentre assisto allo spettacolo dell’altro restituito della sua dignità e storia posso vivere la magica sensazione che il male sia sconfitto e la realtà meno brutale. Il rituale che si mette in atto è l’autoconsolazione. Ma in realtà ciò che sto rimuovendo è che la condanna inflitta ai poveri difficilmente sarà sconfitta tanto dalla mia persuasione quanto dal mio storytelling.

“La compassione che sento nel cuore per i poveri non cambia la loro vita. La mia fervida fiducia nei cambiamenti graduali non cambia la vita dei poveri. I genitori che insegnano ai propri figli i veri valori non cambiano la vita dei poveri. Gli artisti che creano opere d’arte che suscitano compassione e trasmettono valori non cambiano la vita dei poveri. I cittadini sollecitati da artisti e genitori a adottare i veri valori e a provare compassione per i poveri e a votare per uomini politici onesti, i quali nutrono una fervida fiducia nei cambiamenti graduali, non cambiano la vita dei poveri perché gli uomini politici onesti che nutrono una fervida fiducia nei cambiamenti graduali non cambiano la vita dei poveri.

Non è temporanea la condizione della cameriera. Su di lei è stata pronunciata una condanna a vita: deve pulire per me e dormire nella sporcizia. Non deve pulire per me oggi, e io pulirò per lei domani, o l’anno prossimo. Non deve dormire nella sporcizia stanotte e io dormirò nella sporcizia domani notte, o un’altra notte. La condanna afferma che lei servirà, e che il giorno seguente sarà lei a servire, e poi ancora lei, e sempre lei, fino alla sua morte.” (Wallace Shawn, La febbre, e/o)

 

Promessa

La distinzione tra profughi per ragioni economiche e perseguitati politici è diventata un anacronismo nel caso di molti paesi da cui essi provengono. Uno stato di diritto che la volesse compiere si renderebbe necessariamente ridicolo perché risulta sempre più difficile affermare che l’impoverimento di interi continenti non abbia cause politiche, e non si può distinguere in modo netto tra fattori endogeni e fattori esogeni. In fondo la endemica guerra civile mondiale tra vincitori e perdenti non viene condotta solo con bombe e mitragliatrici. Corruzione, fuga di capitali, superinflazione, sfruttamento, catastrofi ecologiche, fanatismo religioso e semplice incapacità possono raggiungere un tale livello da fornire sostanziali motivi di fuga quanto la minaccia diretta di arresto, tortura o fucilazione. In una parola, cosa c’è dietro, dentro e davanti le nostre vite? Il Capitale: “questo parassita astratto, un vampiro insaziabile, uno zombie infetto.”

Le migrazioni sono fortemente collegate alle forme che ha assunto il capitalismo come unico governo della nostra realtà. E se è vero che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, è impossibile immaginare come possano essere arrestati i movimenti migratori verso i paesi da cui il capitalismo si è generato ed espanso fin dai suoi primordi.

Seppure sia vero che le migrazioni sono simili a movimenti di fuga, che sarebbe cinico chiamare volontari, perché forzate da cause esterne, nello stesso tempo è vero che nessuno emigra senza una promessa.

Sicuramente la promessa è quella di trovare pace, sicurezza, salvare la propria vita, e renderla più degna. E su queste promesse non si può far altro che solidarizzare sapendo che sono comuni a noi tutti.

Ma c’è un’altra promessa che è un vero denominatore comune, che ci rende tutti uguali. Se il Capitale è uno zombie infetto, gli zombie infettati siamo noi. Noi vuol dire noi e loro insieme. Su questo non c’è differenza, non c’è lingua, religione e cultura che tenga, siamo un noi globale. L’unica differenza è che c’è qualcuno che ci nasce infettato e qualcun altro che viaggia per infettarsi. Più che restare una “schiuma della terra” ininfluente e superfluo è disposto a rendersi schiavo pur di accedere al consumo più performante qualitativamente: quello Occidentale. Un amico afgano di ritorno dalla famiglia rifugiatasi in Pakistan durante l’occupazione sovietica, mi ha detto che fratelli, zii e cugini, tutti i maschi della famiglia, gli hanno ordinato varie marche di smartphone. Alla domanda: “Ma perché in Pakistan non li trovano, magari a prezzi più bassi?” Lui ha risposto “Sì, si trovano ma non sono buoni come quelli che vendono in Europa”. Vero o falso? Un Samsung pachistano è diverso da un Samsung italiano? O è solo l’aura che questo trasmette? In ogni caso al fratello che torna dall’Europa si attribuisce un’unica conquista degna del suo sacrificio: il potere d’acquisto, qualitativamente più alto, sul mercato globale.

Quello che si dovrebbe espellere dal discorso come nocivo e fuorviante è continuare a parlare dell’altro come di un novello Ulisse, degli altri come valorizzazione delle differenze, e si dovrebbe cominciare a vedere quanti e quali sono gli istinti più bassi che ci fanno assomigliare rincorrendo stili di vita completamente aderenti al capitalismo come unica alternativa. Questo servilismo che ci accomuna rende i discorsi sulla convivenza multiculturale panacea di ogni male, pura retorica.

E soprattutto è nella somiglianza di istinti egoistici e predatori, nell’acriticità e nell’indolenza, nella comune accettazione della fine della storia e del futuro che si può smettere di utilizzare i pronomi noi e loro e diventare finalmente tutti un noi indistinguibile. Per cui è su altre basi che dobbiamo ritrovare il desiderio di fraternità con i nostri vicini, di qualsiasi genere siano. Dietro lo spauracchio dello straniero quello che è in gioco non è solo la sopravvivenza dell’altro ma la difesa del dissenso, della lotta contro le ingiustizie, dell’abitabilità della terra. Non arriverà il giorno della catastrofe, il piano del Capitale è quello di adattarsi a vivere dentro la catastrofe distogliendo la nostra attenzione. È difficile immaginare soluzioni ai movimenti migratori se continueremo a cadere nella provocazione assumendo il ruolo di advocacy di una parte senza capire che in gioco c’è molto molto di più. L’immigrazione rischia di diventare, anche grazie alle nostre reazioni blandamente moraleggianti e profondamente compromesse con il sistema, uno specchietto per le allodole e prima o poi ci renderemo conto di quanto altro c’era in gioco e non abbiamo visto.

 

Fraternità

Intanto in questa situazione di violenza agita contro i più deboli, che siamo tutti, quello che bisogna chiedere a chi detiene il monopolio della forza è di punire la caccia all’uomo e di disobbedire quando gli viene chiesto di sparare, respingere, girarsi dall’altra parte, percuotere e torturare rispondendo a un ordine. In un passo di Rosa e dinamite Heinrich Böll raccomandava la frase riportata nel Diario boliviano di Che Guevara “Non trovai il coraggio di sparare su di loro”. Questa frase la raccomandava a tutti coloro che vengono addestrati nelle caserme della polizia e dell’esercito a proteggere chi sta in alto.

“E mi piacerebbe – scriveva Böll – pagare personalmente un premio a ogni funzionario di polizia che dichiarasse davanti a un tribunale: non ho trovato il coraggio di manganellarli, di passarci sopra con il cavallo, di colpirli in faccia o sulla testa, non ho trovato il coraggio di investirli con l’idrante. Un premio a ogni funzionario di polizia e non, che non trova il coraggio.”

È tempo di istituire questo premio, perché i tempi che verranno saranno tempi di esecuzione di ordini che mirano al basso della società e proteggono l’alto a furor di popolo.

 

Da leggere:

Hans Magnus Enzensberger, La grande migrazione, Einaudi 1993.

Tayeb Salih, La stagione della migrazione a Nord, Sellerio 2011.

Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole, Sellerio 1991.

Wallace Shawn, La febbre, Ed. e/o 1992.

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi 1967.

Hannah Arendt, Noi rifugiati, 1943.

Donatella Di Cesare, Stranieri residenti, una filosofia della migrazione, Bollati Boringhieri 2017.

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