Le associazioni degli immigrati. Quelli del Burkina Faso

di Ismael SambareIncontro con Mimmo Perrotta

murale di Faith47

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

Mutuo aiuto

Come cittadini del Burkina Faso emigrati in Italia, abbiamo costruito negli anni una fitta rete di associazioni. Queste nostre associazioni sono su tre livelli.

Il primo tipo è l’associazione di villaggio: i membri hanno origine comune, arrivano dalla stessa zona, dallo stesso villaggio, a volte portano anche lo stesso nome. Si mettono insieme. Le associazioni di questo tipo hanno due obiettivi principali. Il primo è l’aiuto reciproco tra i membri, quando questi hanno un problema in Italia. Ad esempio, se uno si ammala e deve essere rimpatriato, si prendono un po’ di soldi dalla cassa, per riportarlo a casa. Oppure, se un membro muore può capitare che la famiglia non abbia i mezzi per mandare il corpo in Burkina Faso, perché le spese si aggirano intorno ai 6.000 euro, se ci sono figli e mogli devono andare con lui ed è necessario anche un accompagnatore. L’associazione si fa carico dell’organizzazione qui, con le pompe funebri, il trasporto fino all’aeroporto e poi in Burkina Faso; chi viaggia con il defunto deve occuparsi di lui fino al suo villaggio.

Il secondo obiettivo è quello di realizzare progetti nel villaggio di cui sono originari i membri.

Le associazioni di questo tipo sono associazioni di promozione sociale, alcune sono registrate formalmente. L’associazione di cui sono membro e in cui svolgo il ruolo di segretario, ad esempio, si chiama Abri, Associazione dei bangoulesi residenti in Italia: Bangoulesi perché il nostro villaggio si chiama Bangoula. Siamo un centinaio di membri, che risiedono in varie zone d’Italia: una trentina qui in Lombardia, una trentina a Napoli (dove l’associazione è nata, negli anni novanta), una trentina in Veneto. Queste sono le zone di concentrazione maggiore e l’associazione è divisa in tre sezioni, ciascuna con un rappresentante, un segretario, un tesoriere. Poi abbiamo una decina di membri a Reggio Emilia e anche due o tre in Francia. Facciamo incontri nazionali a Brescia, ogni quattro mesi.

Altre associazioni sono per esempio l’Arni, Association des Ressortissants de Niaogo en Italie, che riunisce coloro che vengono dal villaggio di Niaogo, nel quale hanno seguito molti progetti. Sono circa 300 membri. L’associazione di Beguedo si chiama Arbi, Association des Ressortissants de Beguedo en Italie, che è stata una delle prime associazioni e ha circa 600 membri. Loro hanno investito moltissimo: a Beguedo hanno costruito un laboratorio medico, hanno rinforzato il centro di sanità, hanno dato una mano per fare il collegio per i giovani, cioè la scuola superiore, il liceo. Poi ci sono le associazioni di Boussouma, che è diventata una Onlus, di Ouaregou, di Garango…

Sul piano economico l’organizzazione è semplice: ogni membro paga 5 euro al mese, 60 euro all’anno. Che sono come un’assicurazione vita, perché quando hai problemi l’associazione ti viene incontro. Poi usiamo il 20 o il 30% del nostro bilancio per finanziare progetti di sviluppo. Ad esempio, il nostro bilancio si aggira attorno ai 40.000 euro e ci stiamo organizzando per costruire un piccolo ospedale di quartiere di primo soccorso, un consultorio, a Bangoula. Il costo del progetto è attorno ai 45mila euro e come associazione contribuiremo con 15mila euro, stiamo cercando un partner per finanziare il resto. Ovviamente, dobbiamo discutere anche con le autorità locali del Burkina Faso, che pongono dei paletti: per costruire una struttura di questo tipo ci sono dei criteri, deve essere lontana almeno 6 km dal centro più vicino, deve servire almeno 6.000 abitanti, perché lo Stato pagherà gli infermieri che lavoreranno lì. In questi centri di primo soccorso ci sono solo infermieri, da noi c’è un medico ogni 100.000 abitanti. Le nostre iniziative sono pensate soprattutto per favorire quelli che sono rimasti lì. Qui in Italia il mio bambino ha un medico: nel villaggio vogliamo ci sia almeno un consultorio.

Facciamo questi progetti con l’aiuto di associazioni italiane di volontariato o con lo Stato del Burkina Faso, oppure organizziamo feste di finanziamento, a cui contribuiscono anche gli enti locali italiani. Ricordo che all’ultima festa che hanno organizzato quelli di Boussouma, per finanziare un laboratorio medico nel loro villaggio, il Comune di Brescia ha contribuito con 5.000 euro; a Treviso la provincia aveva dato un contributo di 20.000 euro per aiutare il progetto di costruzione della Casa della donna a Garango.

 

Associazioni di livello provinciale e nazionale

Le associazioni del secondo tipo sono su base provinciale, in relazione al luogo di residenza in Italia. Per esempio a Bergamo abbiamo l’Anbb, Associazione Nazionale dei Burkinabé residenti a Bergamo. Obiettivo è rappresentare tutti i burkinabé della provincia. L’associazione provinciale ha sia lo scopo di stabilire contatti con le autorità italiane sia quello di riunirci per parlare del Burkina Faso e per capire se i nostri cittadini hanno problemi. Ad esempio organizziamo incontri con sindacati o avvocati per comprendere le leggi italiane. Le associazioni di livello provinciale tengono le relazioni con il consolato, l’ambasciata, ad esempio per assistere i membri per i documenti: le carte consolari, la spedizione di documenti all’ambasciata, le traduzioni. A Bergamo abbiamo anche organizzato un incontro con il Ministro degli Affari Esteri del Burkina Faso – che ha la delega anche per i Burkinabé all’estero – che ha esposto il programma del governo per i residenti all’estero.

Altro ruolo di questo tipo di associazioni è diffondere la nostra cultura: organizziamo feste, partecipiamo a un torneo di calcio organizzato annualmente in provincia di Bergamo (abbiamo anche vinto le ultime due edizioni!), che è una occasione sociale, perché porta tanta gente, si può parlare della cultura del Burkina Faso. Un’associazione dello stesso tipo c’è a Treviso, della quale sono stato membro perché ho abitato lì per diversi anni: l’Uabt, Unione delle Associazioni dei Burkinabé di Treviso, che è anche legata alla Cisl locale, come associazione di volontariato. L’Uabt riunisce tutte le associazioni di villaggio presenti a Treviso e nell’assemblea siedono tre membri di ogni associazione, i quali portano poi le decisioni nella propria associazione di base.

Il terzo livello è l’associazione nazionale, che ora si chiama Fabi, Federazione delle Associazioni Burkinabé in Italia, che ora riunisce più di sessanta associazioni. La Fabi ha un filo diretto con le autorità del Burkina Faso; quando queste devono organizzare incontri qua, parlano con l’ambasciata, la quale chiama il presidente della Fabi. La Fabi è importante per avere una voce comune come emigrati del Burkina Faso in Italia. La più forte comunità dei burkinabé in Europa è in Italia. Siamo fra i 20mila e i 40mila; anche se nei dati Istat ci sono circa 15mila residenti burkinabé, molti hanno già preso la cittadinanza italiana e quindi non sono più registrati nelle statistiche come immigrati di cittadinanza burkinabé, hanno la doppia nazionalità (paradossalmente, molti membri delle nostre associazioni sono ormai italiani!). La Fabi mostra al Burkina Faso che in Italia siamo una comunità organizzata; adesso stiamo lottando perché in Burkina non è possibile per gli emigrati votare all’estero e noi pensiamo che un burkinabé che vive all’estero debba avere diritto di voto per le elezioni politiche del Burkina Faso.

Associazioni religiose

Un altro tipo di associazioni sono le associazioni religiose. Anche loro aderiscono alla Fabi e i loro membri partecipano anche altre associazioni. Ci sono associazioni musulmane e cristiane. Le associazioni musulmane sono più dinamiche, anche queste organizzate su base provinciale. C’è ad esempio l’associazione musulmana del Burkina Faso a Bergamo, a Treviso, a Pordenone… Organizzano le preghiere qui in Italia o aiutano i membri, soprattutto i più poveri, quando devono organizzare il battesimo dei figli. Stanno facendo anche grandi investimenti in Burkina Faso. Ad esempio nel mio villaggio stanno costruendo una moschea e una scuola superiore per studiare l’arabo, il francese e il Corano. Sarà un investimento intorno ai 200mila euro; ne hanno già raccolti 50mila – con i contributi volontari di molti soci e con le offerte – e li hanno investiti, hanno fatto due classi. I bimbi studiano lì, alcuni dormono lì pagando una piccola quota e i maestri sono pagati dall’associazione. Loro vogliono insegnare il fulcro dell’Islam, come si fa in una buona scuola islamica, per non lasciarsi invadere da quelle idee un po’ bislacche di Islam che ci sono un po’ dappertutto. In una scuola ben organizzata si sa cosa si insegna, a differenza delle moschee improvvisate. L’idea è che diventi una grande scuola, per affrontare il domani, perché chi capisce la religione e la cultura è un buon imam. Gli imam che non conoscono la società in cui vivono ci riportano al Medio Evo, all’Islam di mille anni fa. Non dimentichiamo che in Burkina Faso la tolleranza è la forza della nostra comunità. I musulmani sono attorno al 40%, ma ci sono molti cristiani e molte persone legate alla religione tradizionale animista; molti musulmani e cristiani sono un po’ animisti.

 

Le nostre sono associazioni di operai

La maggior parte dei membri di queste associazioni, forse l’80%, sono operai. Io sono arrivato in Italia nel 2002 e ho lavorato quasi sempre come metalmeccanico, prima a Treviso ora in provincia di Bergamo. Al Nord, gli uomini lavorano per lo più in fabbrica, le donne nelle pulizie o come operatrici socio-sanitarie, oltre che in fabbrica. Nel Sud, soprattutto a Napoli, molti fanno i braccianti, altri lavorano in edilizia o nei magazzini. È la necessità che fa sì che ci accorpiamo e ci mettiamo d’accordo. Guarda la differenza che c’è con le associazioni dei miei connazionali che vivono in Francia: lì sono soprattutto intellettuali, avvocati, medici, persone che sono andate a studiare, perché il Burkina Faso ha un rapporto stretto con la Francia, che era la potenza coloniale. Un’emigrazione d’élite che c’è da più tempo rispetto all’Italia. Hanno un buon lavoro e un buon livello di reddito, hanno bisogni diversi dai nostri; per questo le loro associazioni si occupano più di politica, sono più visibili, ma forse hanno perso contatti con la base del proprio paese. Le nostre associazioni invece hanno obiettivi di solidarietà tra i membri e di aiuto allo sviluppo in Burkina Faso. A livello individuale, il poco che risparmiamo serve per aiutare la famiglia rimasta nel villaggio, per costruire una casa per chi è rimasto lì, poi quella di chi è in Italia e immagina un giorno di tornare. Il 90% degli emigrati del Burkina Faso in Italia investe nel proprio paese d’origine, perché pensa al ritorno. Un’altra differenza con gli emigrati burkinabé in Francia e in Germania è che qui siamo più strutturati perché viviamo in comunità forti. In un quartiere di una città francese puoi avere due o tre burkinabé. Qui a Bergamo siamo almeno un migliaio di famiglie, siamo tanti, è già una comunità forte. Ma è così anche in altre città, come Treviso, Pordenone, Vicenza, Padova, Brescia, Napoli, Reggio Emilia…

Anche se i membri di queste organizzazioni sono per lo più operai o, nel Sud, braccianti, un’attività che non facciamo è intervenire direttamente sui luoghi di lavoro. In caso di problemi, queste associazioni invitano i membri a rivolgersi ai sindacati. Molti operai sono iscritti alla Cgil o alla Cisl, anche perché lì fanno la dichiarazione dei redditi. Operiamo su un piano mutualistico, di solidarietà. Possiamo aiutare chi è in difficoltà a pagare la casa. Possiamo aiutare chi è rimasto disoccupato a cercare lavoro. Può capitare che io ospiti a casa mia a Treviglio un fratello che è rimasto disoccupato a Torino, in modo che possa cercare lavoro. Può capitare che io porti a lavorare dei burkinabé nella fabbrica in cui lavoro, se il mio capo mi dice che ha bisogno di operai.

Quindi la solidarietà può riguardare il lavoro. Ma non abbiamo le conoscenze, le capacità, la struttura per intervenire nei luoghi di lavoro. Per questo orientiamo le persone al sindacato. Anche se a volte alcuni nostri membri hanno perso il lavoro perché erano iscritti al sindacato. E a volte ci sono stati comportamenti poco corretti di sindacalisti nei confronti di nostri soci. D’altra parte, anche il sindacato non sempre ha le capacità di migliorare le condizioni di lavoro degli operai nelle ditte.

Un’altra attività che non facciamo è sostenere i richiedenti asilo che vengono dal nostro paese. In realtà, sono pochi i ragazzi burkinabé che in questi anni sono arrivati in Italia via mare. Dal Burkina Faso si fugge per motivi economici, per la crisi, sono pochissime le persone che scappano per motivi politici. Non siamo strutturati per andare a prenderli quando arrivano e per aiutarli nella richiesta di asilo. Non abbiamo esperti per seguirli. Possiamo dare qualche consiglio, prendendo ad esempio persone che hanno fatto lo stesso percorso prima. Loro seguono, individualmente, i percorsi legati all’accoglienza, vivono nei centri fino a che la loro richiesta di asilo non viene analizzata. Già durante questo percorso, però, capita che vengano all’associazione, che ovviamente conoscono, perché i loro parenti sono iscritti. Alcuni si iscrivono già durante il percorso di accoglienza.

 

Decisioni democratiche

Nessuno dell’associazione viene pagato, neanche il presidente, che paga di tasca sua come gli altri per andare alle riunioni periodiche. Un pericolo viene da chi usa l’ignoranza del gruppo per farsi leader e così usa le relazioni come relazioni personali. Nelle nostre associazioni abbiamo l’assemblea che decide, è sovrana. Anche se un progetto è bello, se l’assemblea non vuole, non si fa. Perché è la democrazia. L’assemblea decide i progetti da finanziare, e tutte quelle cose che non sono scritte nello statuto. Per esempio, se un membro è regolare, quando ha un problema, lo staff può decidere autonomamente di spendere delle somme e poi semplicemente comunicarlo all’assemblea. Ma se uno non è regolare e non rispetta le regole dell’associazione, quando ha un problema lo staff non può più decidere, è l’assemblea a decidere.

Queste discussioni in assemblea mantengono la coesione. Ti faccio un esempio: una volta il tetto della scuola del nostro villaggio aveva un problema e il villaggio ci ha chiesto di aiutarli. Non avevamo niente in cassa e intanto abbiamo proposto ai membri di contribuire con 50 euro ciascuno, dando tempi dilatati. Se avessimo risposto con la testa dei dirigenti, avremmo mandato subito un contributo, perché per noi era una bella cosa, perché ci avevano lanciato l’sos i membri del villaggio. Che è il nostro villaggio comune e la scuola è la scuola che ho fatto quando ero piccolo. Ma l’assemblea non era convinta, questo budget non era previsto. C’era un conflitto nella gestione della cosa. Avremmo creato malcontento. Nel frattempo il villaggio si è organizzato, il governo l’ha aiutato a sistemare il tetto, il progetto non è andato avanti.

Delle associazioni fanno parte anche le donne. La quota di 60 euro all’anno che un socio paga copre l’intera famiglia. Dietro ogni membro dell’associazione c’è la sua famiglia. Marito, moglie, figli fino a 20 anni. È vero, però, che molte donne hanno difficoltà a partecipare alle riunioni, perché se l’uomo è là, la donna deve essere con i bambini, almeno fino a quando non sono grandi. Per questo alle riunioni troverai più uomini e la voce degli uomini è più visibile perché hanno questa libertà di movimento che facilita le cose. Però ci sono anche feste e serate gestite esclusivamente dalle donne e ogni associazione ha una parte femminile.

Questa è la nostra organizzazione qua. Tuttavia, siccome sono cose che facciamo tra di noi, non sono visibili ai cittadini italiani, alle amministrazioni locali, ai mass media. Solo alcuni, quando organizzano eventi, si fanno pubblicità. L’Anbb, per esempio, quando fa eventi, invita giornali locali, che poi ci dedicano qualche riga o pubblicano qualche immagine. Alcuni organizzano feste nei comuni e hanno contatti con i sindaci. In altri casi le amministrazioni organizzano feste culturali e noi chiediamo di partecipare come Burkina Faso, per portare in piazza la nostra cultura. Pur essendo molto strutturati siamo però davvero poco visibili.

 

Figli: scuola e lavoro

Molti di noi hanno figli che crescono in Italia. Su questo io sono preoccupato. Quando siamo arrivati in Italia cosa ci hanno detto? “Fate tutto per fare integrare i figli e aiutateli a capire l’italiano perché un domani avranno posizioni interessanti e potranno trascinarvi in alto”. Ma cosa vediamo nelle scuole? Il 60% dei nostri connazionali immigrati è poco istruito. A scuola, i primi anni già il figlio è in difficoltà, ma i genitori non lo sanno perché non controllano i compiti. Il bambino non fa i compiti. Accumula ritardi. Poi arriva alle superiori. I ragazzi fanno scelte con superficialità, decidono di non impegnarsi e scelgono di diventare metalmeccanici. Fanno passare i cinque anni delle scuole superiori e vanno a fare l’operaio, come il papà.

Se questa è la scuola, vuol dire che non siamo cresciuti. Alcuni invece hanno le capacità di seguire il figlio; se il figlio è bravo, a volte certi maestri invece di incoraggiarli a scegliere il liceo o il tecnico, per andare all’Università domani, convincono i genitori del contrario, dicendo che “no, quando il bambino andrà all’Università tu non sarai capace di pagare, perché l’Università costa”. Non dicono che ci sono anche aiuti per chi paga le tasse universitarie, per incoraggiare i genitori a farli andare avanti. Li hanno tutti tenuti lì e li hanno buttati nelle scuole professionali.

Secondo te questi ragazzi avranno un futuro diverso dal nostro? Ho visto tanti ragazzi che hanno finito i cinque anni e le fabbriche li reclutano come operai semplici, senza tenere conto del diploma e senza inquadrarli nel livello giusto in cui dovrebbero essere, quindi difficilmente cresceranno anche in fabbrica. A volte, peggio, li reclutano come apprendisti, possono stare quaranta mesi in apprendistato, allo stipendio minimo, e possono essere licenziati in ogni momento, senza neanche il livello di un operaio. In questa situazione i ragazzi non faranno lo scatto che permetterà loro di aiutare i loro genitori. La scuola sta facendo una politica che penalizza chi non capisce. Perché tra gli insegnanti sono pochi quelli un po’ più disponibili e solidali. Certo, ho visto insegnanti insistere con i genitori e dire: “guarda, il bambino ha un buon livello, non lasciargli fare le scuole professionali, fagli fare un liceo. In un liceo il risultato non lo vedi subito, però ha la possibilità di arrivare all’Università e studiare”. Così ha il tempo di prepararsi personalmente e intellettualmente e fare scelte interessanti. Perché se uno è laureato, è diverso da uno che ha fatto la scuola professionale. Non condanno le scuole professionali: c’è la possibilità di fare l’anno preparatorio e fare l’Università, però nessuno lo dice ai ragazzi. In molti casi, poi, i ragazzi trascurano la scuola e preferiscono dedicarsi allo sport o, nei casi peggiori, finiscono per strada.

Per intervenire su questo problema come associazione cerchiamo di fare qualcosa ma abbiamo mezzi limitati. Nell’Anbb c’è un rappresentante dei giovani. Quando ero un membro più attivo dell’Anbb avevo voglia di organizzare una struttura per i giovani, così ogni mese li incontravamo, parlavamo di esempi di persone che ce l’hanno fatta. Poi sono uscito dallo staff di quell’associazione, restando un semplice membro, perché avevo troppi impegni e non riuscivo ad andare alle riunioni.

Pur facendo il metalmeccanico, da due anni mi sono iscritto all’Università di Bergamo. Ma vedo che pochi tra i nostri ragazzi riescono a scegliere questa strada.

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