Il duro Messico di López Obrador

di Lucia Capuzzi

murale di Sego

 

Dodici anni fa, esperti e media si affrettavano a dichiarare il “decesso politico” di Andrés Manuel López Obrador. Non avevano fatto i conti, però, con l’essenza surrealista del Messico, per citare André Breton. Oltre 4mila giorni dopo, l’eterno candidato, reduce da due batoste consecutive, ha conquistato il “trono dell’aquila”, come lo scrittore Carlos Fuentes chiamava la poltrona presidenziale. E l’ha fatto con il 53 per cento dei voti, divenendo il leader più votato nella storia del Paese, nonché il primo esponente della sinistra a ottenere tale carica, tanto che alcuni analisti hanno parlato di “quarta rivoluzione”, dopo l’indipendenza dall’impero spagnolo, la riforma di fine Ottocento e l’insurrezione del 1910. E, in effetti, Amlo – come lo chiamano i messicani – ha incentrato la propria campagna sul cambiamento. Una necessità più che una scelta politica. Il Paese è giunto al punto-limite.

Due terzi del territorio nazionale e interi pezzi di istituzioni sono in mano al crimine organizzato. Trecentomila morti, 40mila desaparecidos e decine di migliaia di sfollati interni è il bilancio – sempre incompleto – del conflitto invisibile in cui si dibatte. E che è cominciato proprio con la “prima sconfitta” di López Obrador. Allora – era il 2006 – il rivale conservatore Felipe Calderón si impose per un soffio, mezzo punto percentuale. Amlo non riconobbe i risultati e diede vita a un’ostinata protesta, terminata mesi dopo in un nulla di fatto. Proprio la necessità di legittimarsi, però – sostengono vari esperti – avrebbe spinto Calderón a dichiarare la sua “guerra alla droga”, mai menzionata prima dell’insediamento e proseguita dal successore, il liberista Enrique Peña Nieto. Una strategia dal forte effetto simbolico, fallita tragicamente nella pratica.

La lotta esclusivamente militare – attraverso il dispiegamento delle Forze armate – ai narcos si è rivelata un boomerang. In assenza di misure per arginare la corruzione dilagante e distruggere la loro rete di connivenze politiche, economiche e sociali, le mafie hanno risposto all’aggressione intensificando la violenza. Il risultato è l’attuale bagno di sangue. Secondo il noto intellettuale Jean Meyer, mai si era vista tanta violenza dalla Rivoluzione del 1910. Non solo. La campagna elettorale – la più violenta di sempre, con 133 politici assassinati prima del voto – ha fatto salire ulteriormente il livello d’allarme. È in atto un salto di qualità delle organizzazioni criminali. Queste si sono rese conto che possono lottare per il potere politico, imponendo i propri uomini all’interno delle amministrazioni.

Amlo, dunque, ha vinto perché ha saputo incarnare l’ansia di riscatto e di trasformazione generata nei messicani dalla stessa gravità della situazione. Certo, per farlo ha dovuto dismettere i panni del “Messia tropicale”, come l’aveva definito lo storico Enrique Krauze, indossati nel 2006 e di nuovo nel 2012, quando perse contro Enrique Peña Nieto, per indossare quelli del leader progressista ma pragmatico – sebbene con qualche venatura populista – più vicino alla social-democrazia che al “caudillismo” classico. Il suo modello sembra Lázaro Cárdenas – storico presidente nazionalista del dopo-Rivoluzione – piuttosto che Hugo Chávez. Capace di costruire una coalizione ampia quanto eterogenea, in cui convive la sinistra radicale e la destra evangelica ultra-conservatrice. E disposto, all’indomani del voto, a invocare la riconciliazione nazionale, in modo da ampliare ulteriormente la propria base di sostegno.

In realtà, la stessa misura del successo – sostiene il politologo Leonardo Curzio – “condanna” Amlo all’inclusività. Non solo lui ha ottenuto una vittoria dal margine inedito. Il suo partito – Movimiento de regeneración nacional (Morena) – si è guadagnata la maggioranza in Parlamento. È un tipico caso di “democrazia delegativa”, in cui i cittadini assegnano un mandato amplissimo al presidente per uscire dal tunnel. Amlo sa che la gente non gli perdonerà il fallimento. Per risolvere il “dramma Messico” dovrà, però, negoziare. All’interno come in ambito internazionale.

Il suo è un progetto ambizioso. Per liberare il Paese dalla morsa criminale, López Obrador intende mettere in atto una strategia non militare bensì sociale. Con un programma di pacificazione che include la creazione di una “commissione verità” e un sistema di giustizia speciale. Quest’ultimo, nel mettere al centro le vittime, dovrebbe prevedere meccanismi non giudiziali – ovvero pene alternative al carcere – per i cosiddetti “pesci piccoli”.

Bambini, adolescenti, contadini e anziani entrati nel circuito delle mafie – di cui sono al contempo carnefici e vittime – dovrebbero avere accesso a un tipo di giustizia riparativa, sull’esempio di quanto sperimentato in Sudafrica e, ora, in Colombia.

I media, al riguardo, hanno parlato di “amnestia per i narcos”; in realtà, i boss e loro alleati politici ed economici non godranno di alcun beneficio ma saranno giudicati in base al sistema ordinario. Al contrario, il ricorso alla giustizia riparativa per favorire il disarmo e la smobilitazione spera di sottrarre al crimine la propria base sociale. Dando alla bassa manovalanza criminale alternative al Kalashnikov, con borse di studio e corsi di formazione per quanti vi aderiranno. In aggiunta, ispirandosi all’Italia, il presidente eletto vuole presentare una legge nazionale per la confisca e il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Il tutto dovrebbe partire subito dopo l’entrata in carica, il primo dicembre. Nel frattempo, i narcos stanno approfittando del periodo di transizione per regolare quanti più conti possibili e acquisire ancor più potere. L’intermezzo, dunque, si profila quanto mai cruento, soprattutto per attivisti, giornalisti e sacerdoti, le categorie maggiormente a rischio.

La ricostruzione interna dovrà procedere, inoltre, di pari passo con una nuova linea continentale. Il Messico non è un Paese qualunque della regione: è la chiave d’accesso della porta “latina” per la Casa Bianca. Nel bene e nel male, i suoi destini sono legati all’ingombrante vicino, con cui condivide 3.200 chilometri di frontiera e un intreccio di relazioni economiche imprescindibili per entrambi. Le boutade di Donald Trump – dal muro ai “bad ombre” – hanno esasperato i messicani. E spinto López Obrador a divenire il rappresentante dell’orgoglio nazionale ferito dal tycoon. Ora, però, il neoeletto dovrà riuscire a muoversi sul sottile crinale tra la necessità di “rispondere a tono” alle provocazioni e quella di dialogare con Trump. Cosa non facile. Tanto più che i dossier aperti sono incandescenti: dalle modifiche al Trattato di libero scambio (Nafta) al nodo delle migrazioni.

Trump è un avversario imprevedibile, e Amlo dovrà riuscire a esserlo altrettanto, o, per parafrasare Carlos Fuentes – dovrà sapere creare problemi. Poiché “il Messico e l’America Latina prosperano solo se si dedicano a creare problemi”. “Il punto forte del Messico e di tutta l’America Latina – diceva il defunto scrittore – è l’incapacità di amministrare le proprie finanze. Insomma siamo importanti perché creiamo problemi agli altri”.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

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