I cani ci guardano

di Matteo Garrone

Incontro con Goffredo Fofi e Nicola Villa

disegno di Giovanna Durì

 

Il tuo cinema sembra oscillare tra un realismo quasi ottocentesco, che rimanda al naturalismo, Emilio Zola e il Seicento, con i suoi eccessi. E poi invece è predominante il favolistico, ci sono degli elementi di fiaba anche in questo film. Il modo in cui il protagonista Marcello chiude nella gabbia il cattivo, sembra Pollicino, sembra il piccolo che si vendica del mostro, dell’orco. Ha un legame con l’aspetto mitologico.

Mi interrogo spesso su cosa definisce una fiaba. Perché io penso sia qualcosa che caratterizza il modo di raccontare. Uso questa parola avendo la sensazione di non conoscerne a fondo il senso. Lo chiedo a te: cos’è che rende un film fiabesco?

Il fatto primo dell’elemento favolistico è che è pensato per un ascoltatore ingenuo, capace di meraviglia (i bambini di solito, capaci di meraviglia e di stupore). In secondo luogo quello di far ragionare ad esempio sui rapporti famigliari, sul padre e la madre. C’è un racconto, forse il più bello scritto sul cinema, di Delmore Schwartz, uno scrittore americano degli anni quaranta, che si chiama Nei sogni cominciano le responsabilità: tutto un flusso di coscienza alla Joyce, nel quale si parla di un ragazzino al cinema che vedendo un film costruisce la storia della sua famiglia… C’è questa proiezione, la capacità dello spettatore, del bambino, del proiettare, Buñuel diceva che nel momento in cui uno entra in sala, si spengono le luci in sala e si accende la luce dello schermo, entri nel sogno, entri in una dimensione parallela, che non è quella della realtà, è quella del tuo inconscio, entri nel mondo dell’inconscio, reagisci col tuo inconscio alla storia che vedi, credo che questo abbia a che fare con le strutture narrative della fiaba…

E anche probabilmente il fatto che si muovono su degli archetipi, i sentimenti poi spinti all’estremo. E appunto i genitori possono essere buoni, ma possono essere anche mostruosi. Possono divorarti, il bosco può essere il luogo della paura, anche il luogo invece dell’avventura, della scoperta. Si può dire che abbia una vera ossessione per le fiabe.

Anche Dogman è una favola nera e, non t’offendere, sembra come un episodio di Gomorra, diventato un film lungo.

Sì è vero Gomorra è un insieme di racconti, ogni fiaba ha la sua ambiguità come i due ragazzi protagonisti che confondevano il reale col virtuale.

Qui invece è tutto un’unica storia, con una concentrazione maggiore, e che però è anche realistica, iperrealistica per certi aspetti, per questo mi veniva in mente il naturalismo. C’è un’Italia vera, ci sono dei caratteri, forse da questo punto di vista il personaggio del cattivo è uno dei pochi assolutamente credibile che ho visto al cinema, anche rispetto a quelli di Gomorra, che erano un pochino più romanzati.

In realtà i cattivi in Gomorra erano molto marginali. Alla fine è la storia di due personaggi che non pensavano di stare dentro un film, Marco e Ciro, un pauroso, un pavido che porta i soldi e ha paura di morire ammazzato.

Qua invece c’è il male in primo piano. L’uomo e la bestia, non i cani, ma l’uomo e il suo antenato più selvatico, più mostruoso, in questo contesto che è il degrado assoluto.

Sì è un degrado assoluto, ma al tempo stesso l’ambiente è vissuto più come una sorta di frontiera. C’è un riferimento proprio al villaggio dei western, con il saloon, che oggi sono i bar con le macchinette, uno spazio dove la comunità è ancora presente. È un film dove la comunità gioca un ruolo fondamentale nella storia del nostro personaggio: Marcello è una figura che cerca acrobaticamente di farsi voler bene da tutti, sia dagli altri che da Simoncino, all’inizio lui partecipa alla vita colletiva, c’è la partita a calcetto, è inserito, vuole starci dentro. Poi, a un certo punto, si ritrova coinvolto suo malgrado e deve fare delle scelte, tutte sbagliate per paura e per debolezza, che lo portano in un meccanismo in cui rimane stritolato. Fin dall’inizio era cruciale trovare un luogo che rispondesse a queste necessità. Ho cercato a lungo qui a Roma, ma mi mancava quell’astrazione, l’idea della comunità che poi all’improvviso ti fa sentire solo. Il luogo che ho selto si chiama Villaggio Coppola, una frazione di Castel Volturno, in provincia di Caserta, è dove ho girato l’Imbalsamatore, dove sono tornato con Gomorra, un villaggio abbandonato o semi-abbandonato dove ci stavano gli americani negli anni settanta, quindi hai quella sensazione del vecchio parco giochi però ha anche qualcosa di metafisico come i quadri di Hopper. A me piace quel posto, non è il degrado banale della periferia, c’è il mare, la polvere, il vento, quest’atmosfera così di sospensione, di terra di frontiera, è un luogo per me magico. È un posto che mi vuole bene, già dai tempi dell’Imbalsamatore, ogni volta che giravo una scena, chissà per quale motivo, mi mandavano dall’alto la luce giusta per quella scena, c’è una certa luce, poi esce dal carcere e cominciano le piogge, il grigio… tutto perfetto.

Hai trovato questo luogo che è unico. Alcuni con cui ho guardato il film dicevano: “ma che c’entrano le scene subacquee?”. Io l’ho trovata invece una grande idea per raccontare quel luogo: i due mari, quello reale, un mare squallido e non vissuto, e poi invece c’è il mare ideale, quello sognato.

Per noi la sceneggiatura è stato un lavoro molto lungo, elaborato, durato dodici anni. Una delle qualità maggiori del film, magari non è elegante dirlo, però alla fine credo sia proprio l’essenzialità: ogni scena ha una sua ragione, e per fortuna il film sembra fluido, non meccanico, l’idea del mare nasce proprio dal bisogno di creare nel personaggio un’evasione da quel contesto, un luogo dove lui si può isolare, a contatto con la natura, a contatto col mare e può isolarsi con la figlia, quindi da lì è nata l’idea delle immersioni. Gli attori sono andati pure a fare il corso di subacquea, perché nessuno dei due sapeva andare sott’acqua, però secondo me anche questa tensione, questa violenza, che si percepisce, aveva bisogni in certi momenti delle aperture, delle pause.

Poi tutto il film è in tonalità grigia, persino la fotografia, il marroncino, il delabré dicono i francesi, è un po’ retrò. Queste aperture di colori, di questo azzurro che ti riempie gli occhi, funziona molto rispetto all’ambiente, entri in una dimensione più di desiderio che di realtà.

Una volta parlammo di non mi ricordo quale film e tu mi dicesti di tutti i personaggi come fossero tutti negativi e mi rimase questa cosa, qui invece i personaggi sono positivi. C’è la figlia, ad esempio, che rappresenta la purezza, l’amore puro che lui ha, il senso della sua vita. Marcello in qualche modo è una figura che cerca di lottare per sopravvivere, con luci e ombre, è contraddittorio. Quello che mi piaceva del personaggio era proprio questo: che facesse delle scelte mai lineari, mai seguendo una logica razionale, come un po’ il personaggio di Taxi driver che fa sempre una cosa e poi fa sempre il contrario, è scisso. Quindi colpisce Simoncino, però poi lo cura, lo teme però poi gli salva la vita. Potrebbe denunciarlo, però poi non lo fa, è disperato di averlo ucciso però poi lo porta come trofeo, è contraddittorio.

Mi torna che citavi Scorsese, perché è uno che ti viene in mente vedendo il film. L’analogia tra te e Scorsese che era un regista molto interessante – per poi piantare tutto e diventare uno stronzo di Hollywood, affascinato dalla violenza e basta – è che vi siete abbeverati da Dostoevskij. Però il suo Dostoevskij è un Dostoevskij molto cattolico, il tuo no. In Scorsese senti proprio un sottofondo cattolico fortissimo, anche nei film migliori. Il ragionamento sul male ha nei film suoi quella dimensione lì.

La prima fonte di ispirazione di Dogman era proprio Memorie del sottosuolo. Ti ricordi di quando lui cammina e viene urtato dall’ufficiale e inizia a meditare e a trovare il coraggio. E tra l’altro in un primo momento cercavo proprio un attore che richiamasse quelle nevrosi da personaggio russo, e avevo scelto un altro attore – che poi per fortuna ho cambiato – e invece poi in Marcello, più che un personaggio russo, ho visto più un moderno Buster Keaton: un personaggio da film muto, la dolcezza, quell’innocenza, ma anche quella comicità implicita. Hai visto come fa con i cani? Un po’ chapliniano a tratti, senza dirglielo, non ne era consapevole, era importante che il film avesse soprattutto in una prima parte una luminosità e una leggerezza a tratti, che poi potesse creare il contrasto con la seconda dove cominciava poi la caduta agli inferi del personaggio.

C’è Darwin in questo film, un’idea della lotta per la vita, Jack London, senza un teorema da dimostrare, senza gli schemi del film horrror, o la volontà di mostrare il male fino in fondo.

Il mio approccio è sempre umanistico, uno scavo psicologico, e cerco sempre di vivere emotivamente accanto al personaggio, senza mettermi sul piedistallo, io ero Marcello. Ho vissuto insieme a lui il percorso e tra l’altro la sceneggiatura nel finale aveva ancora dei vaghi residui legati al fatto di cronaca del “canaro della Magliana”, quindi c’erano ancora delle torture, chiaramente ridotte, ma in maniera del tutto naturale, a quel punto mi interessava altro. Mi sembrava, oltretutto, qualcosa di aver già visto da un Borghese piccolo piccolo a Cane di paglia, cioè l’idea della persona comune che si trasforma in vendicatore, torturatore, che si trasforma in mostro. Forse per questo ho rimandato per dodici anni questa storia, perché sentivo che c’era qualcosa dentro che non avevo risolto, e soprattutto proprio del finale. Personalmente io credo che la seconda parte del film sia quella dove si inizia ad andare in profondità col personaggio, e tutta la prima parte serve a creare delle premesse, ma poi diventa anche la parte più sorprendente, che non ti aspetti, più allucinatoria, più interessante, io sapevo che la prima parte mi serviva per fare entrare il pubblico dentro alla storia, di pancia, e da questo punto di vista Marcello è straordinario perché ha un’umanità diretta.

Dove lo hai conosciuto?

Marcello Fonte è stato per tanti anni al Valle Occupato e ora vive in un’altra occupazione, al Cinema Palazzo a San Lorenzo a Roma, e infatti l’altro giorno gli hanno fatto una festa con lo striscione… era più emozionato l’altra sera che a Cannes. La cosa curiosa è come lo abbiamo trovato, la casualità, stavano girando lì al Cinema Palazzo lo spettacolo di ex-detenuti, non mi ricordo il nome della regista, e durante le prove, uno degli attori è andato al bagno e ha avuto un aneurisma ed è morto. E siccome Marcello stava sempre lì e sapeva tutte le battute, lo ha sostituito una settimana prima che si facesse il casting per Dogman proprio con la compagnia.

Eppure si vede l’attore, non sembra preso dalla strada.

Marcello Fonte è un caso eccezionale, ha fatto tante esperienze. C’è una foto di lui a diciott’anni con Di Caprio sul set di Gangs of New York, girato a Roma, in cui lui faceva lo stand-in, quello che prendeva la luce. Scorsese poi si era innamorato di lui (Marcello pensava si chiamasse Scozzese!), gli faceva fare la comparsa e un giorno si era nascosto la macchina fotografica nelle mutande. Appena è arrivato Di Caprio, al primo che arrivava gli ha chiesto di scattargli una foto: chi ha scattato quella foto era Daniel Day Lewis!

Sì, ma è anche un’Italia che sta scomparendo.

Marcello viene da un piccolo paesino sperduto, Archi, vicino Reggio Calabria, una famiglia contadina, la mamma gli ha detto: “ma sei andata a vedere il film?”. “No, mi devo preparare i capelli”. Ma per andare al cinema non è che bisogna andare prima dal parrucchiere! Lui era disperato perché a Cannes diceva “tutti mi chiamano, tutti mi fanno i complimenti…ho una mamma e sette fratelli che ancora non si sono fatti vivi”. Poi s’è sparsa la voce, ora c’è il sindaco che lo aspetta. Marcello ha una faccia su cui si legge la storia e infatti ha portato un’umanità al film unica. Una cosa che non mi aspettavo è che ha anche degli elementi molto delicati e femminili, fa entrare soprattutto il pubblico femminile nella storia. Poteva essere un film al maschile, invece lui, con questa delicatezza, questa dolcezza, anche nel rapporto con il cattivo, le donne probabilmente ricreano delle dinamiche anche nei rapporti con gli uomini, pensiamo le violenze subite.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 53 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per non perderti i prossimi numeri della rivista.

 

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