Fisher, Montesano, Siti: tre libri di testo e di contesto

di Piergiorgio Giacchè

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disegno di Mazatl

 

Smarrimento

Ci sono stati anni in cui ci si è sentiti tutti protagonisti del mondo e interpreti del proprio tempo?

Forse sì e forse no: forse è stato davvero un capitolo della Storia (molti dicono, il “capitolo finale”), o forse è solo uno scherzo della memoria che ancora consola i più vecchi e intanto produce nei giovani l’inspiegabile nostalgia di epoche che non hanno vissuto… Certo è che oggi, al contrario, si avverte un generale smarrimento, dovuto anche al fatto che i libri di scienza sociale e politica e culturale non spiegano il presente e non preparano il futuro, cioè non sono più “all’altezza dei tempi”… E se non fosse il Tempo ma lo Spazio quello in cui ci si sente “smarriti”? Se non fosse la angosciosa mancanza di futuro o la scarsa memoria del passato a farci sentire persi, ma il non sapere più dove ci si trova a vivere e dove si può operare? Quel Dove che – a scuola – viene prima del Quando, se si vuole rimodulare un Come e perfino ripensare al Perché…

La globalizzazione è una parola porta di cui si è persa la chiave: è un panorama che si finge infinito mentre ci chiude dentro come in prigione. Ieri la globalizzazione la si sventolava come bandiera dell’apertura e della conquista, mentre oggi sembra il fondale di un’ultima scena, dove si viaggia da fermi e ci si veste da turisti ma non ci si sente più esploratori. Intanto, al suo interno o nel suo abisso, i localismi sono rifugi inevitabili ma anche intercambiabili, dove si moltiplicano le ridicole sagre dell’identità e le false frontiere della cittadinanza… Lo smarrimento allora si raddoppia tra Local e Global, obbligandoci a uno strabismo necessario ma pericoloso, che raddoppia e intanto mortifica ogni “punto di vista”. Il Contesto non c’è più, ovvero ce n’è troppo: non offre più sponde contro cui esercitare la critica o entro le quali restaurare un’etica, cioè le coordinate elementari della bussola di chi vuole restare con i piedi per terra, invece di arrendersi al “dolce naufragare” dei naviganti in internet o dei poeti da twitter…

Forse davvero il mondo globale, passato da ideale a reale, ha azzerato l’immaginazione, eppure c’è ancora qualche “libro di testo” che è in grado di suggerire un contesto “credibile”: non scientificamente esatto ma culturalmente adatto per poter progettare una Pedagogia e magari riattivare una Profezia che – magari fuori Tempo – abbia un suo piccolo Spazio d’azione. Ricominciamo allora da tre, da quei tre libri “consigliati” per il nostro incontro su “Pedagogia e Profezia” che, messi in fila per titolo – Come diventare vivi, Pagare o non pagare, Realismo capitalista – sono davvero tutto un programma: libri diversi e perfino distanti ma che – letti in quest’ordine di apparizione, che poi corrisponde a un grado crescente di radicalità – funzionano come scatole cinesi che sembrano inserirsi ovvero inseguirsi. In realtà, non si potrebbe far una sintesi di testi che contengono rispettivamente una proposta di pedagogia, un assaggio di antropologia economica e un’analisi della cultura capitalista, ma il mescolare e metabolizzare tutto insieme è quel che accade nella testa di ogni lettore. Dunque, un commento critico a tre libri di critica è quanto qui si propone: nessun riassunto dei contenuti o dei contributi fondamentali, ma una lettura per così dire “oltre le righe”, per individuare le questioni sulle quali continuare la riflessione. In altri termini, si tratta di adoperarli davvero come “libri di scuola”, cioè come strumenti di un compito ancora da fare. Quel compito di illustrare il contesto che – negli anni in cui non ci si sentiva smarriti – veniva svolto da sociologi americani e filosofi francesi e poeti italiani di alto livello e comprovata capacità, ma che oggi – nell’attuale smarrimento e spiazzamento – spetta a tutti quelli che fanno ricerca e attività nella società e nella cultura.

Malgrado si sia Asini male calzati e poco vestiti…

 

Svolgimento

La prima questione è proprio quella che oppone l’esigenza di uno “spazio praticabile” all’invadenza del “tempo presente”. I tre “libri di testo” evitano il tema abusato del presentismo che caratterizzerebbe la nostra epoca della cosiddetta “fine della storia”, ma invece ci aiutano a tradurlo in problema concreto: quello di dover vivere in uno spazio fisso e paralizzante, di stare in un’impasse dalla quale non si può tornare indietro e però nemmeno conviene andare avanti. Ma questo impedimento del pensiero e dell’azione non è una colorazione dovuta all’onnipresente onnipotente che tutto ferma e divora, ma piuttosto la scelta di una comoda sosta che la società e la cultura vivono o spacciano come una conquista a cui non si può rinunciare. Certo è che si ha la sensazione di essere arrivati in cima al Progresso e di non dover cedere alla tentazione del Regredire, soprattutto per la meraviglia e insieme per l’impotenza che si prova davanti ai traguardi o alle promesse della immarcescibile “rivoluzione tecnologica”… Su questo punto, Diventare vivi di Giuseppe Montesano (Bompiani) non lesina informazioni né risparmia contestazioni, combattuto fra l’assoluzione verso tutte le invenzioni “umane” e l’invito a criticarne gli eccessi. Certo è che si possono mettere in fila ma non insieme “la ruota e l’intelligenza artificiale”, visto che oramai il rapporto fra uomo e macchina è sfuggito di mano e perfino di testa, passando gradualmente dagli strumenti alle protesi, quindi dalle protesi del corpo ai sostituti della mente. Siamo cioè lontanissimi dalla “scoperta della ruota” e ognuno dispone di tecnologie tascabili che hanno capovolto l’ordinaria analisi logica a cui eravamo abituati: dal soggetto che precede il verbo e usa il complemento, si è passati a complementi di mezzo che dettano il verbo all’individuo assoggettato. Insomma, non sappiamo più che pesci prendere o siamo noi i pesci presi nella Rete?

E qui si apre l’inevitabile seconda questione (o “tormentone”) che è quella del web – una sigla magica che si estende a tutti gli atteggiamenti annessi e i comportamenti connessi dei ‘social media’ che si spacciano per “lo stato della cultura presente”. A questa rivoluzione, sarebbe ora di aggiungere una rivoluzione e mezzo, se è vero che la Rete (che da noi si fa perfino partito) sta calamitando e assorbendo in sé troppe cose e tutte le parole, diventando il totem e il tabù di ogni tentazione o presunzione critica. Certo è che il web è il nuovo modo che rivoluziona il mondo della comunicazione e – inoltre – il più vistoso e prepotente centro del Mercato. È dunque un gigante che non si può trascurare, ma è arrivato il momento di misurare i suoi limiti e ridimensionare i suoi effetti, a cominciare da quella mistura di “allarmato entusiasmo” che funziona in tutti i discorsi e per tutti gli utenti come una droga…

In realtà, la Comunicazione con la Rete non c’entra proprio o meglio non c’entra più: l’attuale opzione o situazione di Connessione sembra il suo perfezionamento ma è invece il suo contrario. Lo schema e dunque la modalità della comunicazione prevedeva dei ruoli distinti e dei passaggi distanti (emittente, ricevente, messaggio, codifica e decodifica eccetera), mentre adesso è a tutti evidente che “essere connessi” non ci rende comunicatori ma appena comunicativi… Si diventa utenti appunto di una “rete di servizio” alla quale si resta costantemente allacciati a prescindere dal suo effettivo consumo.

A molti “sinistri” progressisti sembrerà così di aver abbattuto la dittatura dell’Emittente dovuta dell’unidirezionalità dei mass media, ma invece di ritrovarsi nel sogno della libera comunicazione interattiva, si è passati alla interpassività del tutti insieme e tutti da soli.

Una ulteriore annotazione va fatta allora proprio sui Tutti, cioè su una quantità di utenti che sfiora la totalità: il web ha esaurito il suo Sviluppo nel momento stesso in cui ha completato il suo Impero, il cui “successo” – ricordiamolo – è pur sempre il participio passato del verbo “succedere”. Del resto, tutte le mode “passano”, nel doppio senso di iniziale conquista e di terminale stazione, e anche il web sta passando “a miglior vita” per effetto di una saturazione di mercato che riguarda tanto i clienti quanto i venditori. Non è un caso se incominciano i controlli e gli scandali, ma ancor meno è un caso se alcuni finanzieri decidono di disinvestire dai “giganti del web” come Facebook, Google, Amazon, perché appunto – una volta arrivati ai confini del mondo e ai limiti dell’ipermercato – non possono crescere più… E il libro di Montesano sottolinea anche il caso di quelle imprese che cominciano a dar segnali di rigetto, programmando periodi di “vacanza informatica” per difendere la capacità e/o la creatività del proprio personale. E il libro di Walter Siti (nottetempo) aggiunge note e racconti sui “siti” e sull’inganno della loro gratuità…

Il web è letteralmente “arrivato alla frutta”: continuerà cioè ad accumulare frutti, ma – malgrado gli aggiornamenti di dotazione e confezione della Cosa – sta in tutti i sensi “passando” la sua Moda, che da scoperta si è fatta invenzione e poi dotazione, da riporre in tasca o nell’armadio degli usi e costumi, fra gli abiti e gli oggetti di un’ordinaria quotidianità. Insomma – a saturazione avvenuta – i gesti e gli squilli, le ore passate allo specchio del telefonino, le sedute notturne al computer finestra del mondo, le applicazioni infinite e le fibre che si scavano la fossa a fianco delle altre reti di acqua scarsa e di gas costoso… niente di tutto questo muore, ma tutto finisce nell’utenza non più miracolata dalla potenza della “novità”.

Si dirà che nei fatti cambia poco ma in cultura cambia tutto, come sempre accade quando una Rivoluzione esaurisce la sua spinta propulsiva, e la sua Innovazione si assesta come Causa del cambiamento, ma non fa più Effetto…

Secondo Mark Fisher (Realismo capitalista, Nero) – a proseguire il commento dei libri di testo – la causa è un’altra e la storia è vecchia, anch’essa peraltro arrivata alla fine. In Realismo capitalista si visualizza un contesto determinato da un’unica forza e forma di potere: l’analisi e la storia che il libro racconta sembra politica e pare tornare indietro, ma invece si apre e ci porta fino ai confini della cultura politica che governa il mondo. Le due frasi con cui si apre e si chiude il libro – “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” e “Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo resta possibile” – fanno da cornice e da feretro a un “morto che cammina”: quel neo-liberismo dentro il quale siamo tutti zombie, sudditi incantati e impotenti. Il “realismo capitalista” si afferma come la via maestra della politica e dell’economia ma soprattutto come “la madre di tutti i modelli culturali”, e perfino delle devianze psichiche… Ci si può non arrendere, ma non si può sfuggire a un sistema che infine neutralizza tutte le alternative che poi non sono che variazioni dello stesso realismo o capitalismo (che si vivono e si bevono come fossero la stessa cosa).

Se poi il lettore vuole criticare o dissentire, è perfino facile trovare il punto debole del libro, ma solo nelle pagine finali, dove lo stesso Fisher prova a uscire dal suo stesso catastrofico quadro, senza riuscire a trovare credibili linee di fuga utili a una “nuova sinistra” (di là da non venire): “la liberazione dei servizi pubblici dalla logica aziendale, la riconsiderazione del rapporto tra malattia mentale e società, la battaglia per l’autonomia del lavoratore, la massiccia riduzione della burocrazia, la critica ai metodi di lotta sociale che danneggiano gli utenti dei servizi, l’opposizione alla logica della crescita continua e il privilegiare la distribuzione controllata dei beni e delle risorse, l’attenzione verso un disastro ambientale che forse non c’è modo di fermare…” sono i suggerimenti insufficienti di un programma minimalista che magari tutti possono condividere, ma che si ferma alle intenzioni e non basta per le consolazioni (per tacere delle soluzioni).

Infine, è facile far dire (ad Alain Badiou) che “l’Anticapitalismo non è una reazione ma un rivale del capitalismo”, ma come farlo nascere e vivere dal di dentro di una cultura che si chiama Realismo capitalista che tutto contamina e che tutti respiriamo?

 

Autocritica

Tra i tre libri di testo, quello di Walter Siti (Pagare o non pagare, Nottetempo) sembra il più gradevole per valore letterario, ma è invece meritevole per il taglio antropologico di un autore che attraversa “in soggettiva” la mutazione oggettiva di cui è testimone, come vuole il comandamento dell’Osservazione Partecipante. Pagare o non pagare forse non è il titolo migliore, ma si giustifica perché l’autore recita questo “dilemma” con sincerità e ironia. Anzi, un’autoironia che non è un esercizio di stile ma una presa di distanza da se stessi che invita anche il lettore all’autocritica. Infine il suo (ma anche il nostro) “punto di vista” è parziale, nel senso che è “di parte” e riflette solo quello che vede e pensa “la classe”: sia quella classe media ,che – malgrado l’agonia – non smette di essere un illusorio riferimento, sia quella classe d’età (senile), che è paradossalmente intramontabile quanto più è prossima alla fine…

“C’erano una volta”, cioè, un ceto medio e una età matura che ieri erano al centro del fervore politico e del favore economico e oggi invece si sentono “presi in mezzo” dalla Crisi: non la pagano direttamente ma scontano il prezzo di una caduta di prestigio e un azzeramento di funzione, visto che le classi sono diventate acqua e si stanno liquefacendo tutti i gradini intermedi di una scala sociale da cui si può cadere ma non più salire. Eppure “l’Italia di mezzo” finge di esistere e cerca di resistere (anche se “resistere non serve a niente” – recita il titolo di un altro libro di Siti). La si vuol credere ancora potente, mentre è stata evirata (è il caso di dire) dalle grandi forbici che separano i tanto poveri dai pochi ricchi, e che ritagliano e isolano il pianeta dei vecchi e la nebulosa dei giovani. Non c’è più la virtù del benestante e benpensante che stava nel mezzo: non c’è più quella classe media di mezza età che impersonava il posto fisso agognato e garantiva la pace sociale percepita… Eppure in cultura di massa (e in pubblicità elettorale) si fa (e si vota) come se esistesse…

C’è dunque oggi – almeno in Italia – un realismo surreale che ci fa vedere doppio quel confuso quadro sociale “astratto” dove tutti fingono di essere qualcosa o qualcuno. E allora l’autocritica e l’ironia “di classe” non basta più, se non a se stessa. E l’osservazione partecipante resta magari utile e umile, ma perde del tutto la sua missione e la sua ambizione: si arriva al massimo a trovare le sponde orizzontali del panorama mondiale, ma non può più contare sulla “veduta aerea”. Non quella veduta statistica che fotografa tutto dall’alto, ma quella visione antropologica che muoveva dal basso verso un vertice, un obiettivo, un valore…

Così, i “tre libri di testo e di contesto” restano importanti momenti di analisi e indispensabili esercizi critici, ma i capitoli o compiti della Pedagogia e della Profezia restano appena sfiorati o del tutto “mancati”. Come se la Critica avesse rinunciato all’impegno accontentandosi di avere un impiego: la critica è sicuramente un atto verticale, ma si applica più in profondità che in altezza. La critica è certamente scavo, indagine, verifica della realtà e della sua faccia nascosta, ma c’è anche bisogno di un atto “giudicante” (critico, appunto) che si innalzi al di sopra del dibattersi di una polemica che non è più una sfida, o che non si accontenti del gratificante gioco intelligente che poi non ci fa crescere e non sogna più di cambiare. E forse sempre meno di capire.

C’è bisogno di criticare la critica, ovvero proseguirla con quella indefinita successione di domande che fanno volare il pensiero: non verso l’alternativa possibile (arte della politica) ma verso l’alterità di un piano alto e di un punto seppure invisibile alla vista…

 

Profezia

La critica deve tornare a farsi strumento (e tormento) di una “ricerca di senso”, che è per l’uomo da sempre una ineliminabile aspirazione, anzi una indispensabile respirazione… Solo allora tornerà a incontrare la Profezia, che infine è appena un suo complemento di fine. Si sta parlando di un profetizzare che non si deve buttare in trascendenza ma praticare nell’immanenza: per “guardare in alto e in avanti” bisogna cioè restare con i piedi per terra. Un Profeta non va confuso con l’Indovino che vede il futuro, ma è piuttosto colui che lo evoca e talvolta lo prepara. Infine, i “profeti” della Bibbia avevano il compito critico di “ammonire” i re e i popoli, ogni volta che si distraevano o disobbedivano al “disegno di dio” – che si può aggiornare e laicizzare come l’insieme dei valori che illuminano e dirigono una umanità virtuosa. Valori che – nella storia e nella geografia – mutano il loro vestito culturale, e però poi inseguono la stessa sostanza di giustizia, bontà, verità, bellezza… tanto per nominare i primi quattro e forse i soli che contano sempre e per tutti.

E allora il termine “profeta” – fuori dalla sua storia ma non dalla sua etimologia – può scendere dal trono del sostantivo e diventare un ruolo “aggettivo”, a disposizione di quanti vogliano e possano “pre-dire” ovvero “mandare avanti la parola”, al fine di indicare un modo diverso e poi aiutare un mondo migliore.

Ma quali o quante parole, e quando, e a chi? Il profeta un po’ come il poeta deve essere efficace, e come un critico della critica deve anche essere sapiente, e come un attivista politico deve saper indossare (con umiltà ma con responsabilità) un habitus culturale fuori dai ruoli sociali. Giacché il profeta – insegna la storia – “si differenzia dal mistico perché intende operare attivamente nella storia, esercitando una funzione politica a partire da un trampolino etico”.

Ci sarebbe bisogno di autorevoli e coraggiosi “profeti” – si dice – ma poi chi li seguirebbe? Forse allora è più modesto ma più giusto accontentarsi di “fare profezia”, intesa come una “qualità” da aggiungere all’ordinaria attività di ricerca culturale e di impegno politico. E allora il che fare può essere un vecchio problema ma cosa dire è il vero nuovo tema. E su questo tema della Parola ci vengono in aiuto tutti quei ”maestri” che – a guardare e scegliere bene – risultano sempre figure dove la critica e la profezia fanno un tutt’uno.

Fra tutti e più di tutti, Simone Weil ci spiega che ci sono parole correnti della “regione mediana” come diritto, democrazia, persona che si adoperano sempre in modo compromissorio e inefficace, e poi invece Parole così alte e pure da non potersi usare, a rischio di farle diventare menzogne: “Fra queste parole vi sono Dio e verità. Così pure giustizia, amore, bene. Tali parole sono pericolose da usare… bisogna non rinchiuderle in una concezione umana ma… congiungerle a concezioni e azioni direttamente ed esclusivamente ispirate dalla loro luce… Tali parole sono compagne disagevoli.” – scrive nell’ultima pagina del suo libro La persona e il sacro.

E quindi conclude: “Occorre inventarne altre destinate a discernere e abolire tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto l’ingiustizia, la menzogna e la bruttezza. Occorre inventarle, perché esse sono sconosciute, ed è impossibile dubitare che siano indispensabili.”

Non può non venire in mente un altro Critico e Profeta come Aldo Capitini, inventore di parole nuove, anzi di “parole-ponte” fra il più alto pensiero e la più concreta azione: parole non mediane ma “mezzi”, in grado di collegare l’ispirazione all’operazione, l’idealità all’intervento. Qualche esempio, anzi qualche parola esemplare: Apertura e Compresenza… e poi Persuasione in luogo di credenza, Coro al posto di collettivo, Aggiunta invece di contrasto polemico… eccetera eccetera. Parole mandate avanti e ancora da raggiungere, ma che si possono intanto sperimentare nella società reale e nella cultura attiva, nella vita e nella scuola…

Capitini era un pedagogista, forse trascurato per via della sua ostinata purezza, ma soprattutto perché animato da una domanda di senso invece che impegnato nell’artigianato del metodo. Ma proprio per questo le sue pre-dizioni sono ancora solide e valide, almeno per chi vuole fare scuola come un mestiere e magari s’impegna in politica come una missione. Ma attenzione: non viceversa, poiché la missione dell’insegnante e il mestiere del profeta sono davvero atteggiamenti pericolosi per sé e per gli altri!

 

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