Per esempio, Cédric Herrou

di Giacomo D’Alessandro

murale di L.E.T.

Se n’è sentito parlare tante volte. Cédric arrestato. Cédric denunciato. Cédric passeur. Ora persino protagonista di un documentario a Cannes. Cosa ci dice l’interesse attorno alla quotidianità di un giovane contadino della Val Roya? Cosa affascina, cosa indigna di questo personaggio e della sua costante reazione al transito di migranti sulla frontiera militarizzata Italia-Francia?

Primo. Cédric Herrou è un agricoltore e fa l’agricoltore. Si ha l’impressione che questa scelta di vita lo abbia reso più libero e pragmatico nell’aprire le porte della sua casa ai richiedenti asilo, e nel cercare soluzioni con loro. Si vede che è una persona abituata a vivere lo spazio reale, a sporcarsi le mani, a calcare ogni giorno il territorio rendendosi conto di ciò che accade. E ad avere poco, ad accontentarsi dell’essenziale.

Secondo. Cédric Herrou non è un “cane sciolto” in cerca di visibilità. È parte di una rete civica che si è data il nome di “Roya Citoyenne”, attiva sul confine Italia-Francia e a Ventimiglia, dove fornisce pasti serali con l’aiuto di volontari da tutto il mondo. Alimenta consapevolmente un processo politico territoriale.

Terzo. Cédric ripete di continuo la sua convinzione di non aver violato la legge, ma anzi di agire per combattere le ripetute violazioni della legge, che vedono le forze dell’ordine respingere i migranti in Italia, spesso anche i minori già identificati come tali, impedendo la consegna delle richieste di asilo. Si pone quindi come obbiettore di leggi ingiuste o della non applicazione di leggi giuste.

Le sue azioni gli sono costate cause e processi, tutt’altro che conclusi. Dal 2015 a oggi ha avuto la capacità e l’intelligenza di accettare la mediaticità senza esagerare, utilizzando i social network per documentare in diretta la situazione, le pressioni delle forze dell’ordine, le richieste di aiuto e le petizioni civiche da divulgare. Ha sfruttato l’importanza delle narrazioni senza cedere al narcisismo dilagante o all’opportunità di atteggiarsi a guru morale irrinunciabilmente sulla scena.

L’attivismo di Cédric comincia proprio nella sua fattoria, zona Breil sur Roya, circa 40 minuti di auto da Ventimiglia. A fronte delle centinaia di migranti che tentano ogni giorno con mezzi disperati di oltrepassare la frontiera per raggiungere altre città europee, o per depositare domanda d’asilo a Nizza, Cédric ha scelto di assistere, accompagnare, rifocillare e ospitare le persone che gli è possibile intercettare.

Talvolta li trasporta lui da una parte all’altra del confine. O li recupera nelle gallerie ferroviarie dove si incamminano pericolosamente a piedi. Una volta ha occupato la stazione dismessa di Saint Dalmas per accoglierne più di 50. Più in generale ospita e rifocilla migranti sui terreni della sua fattoria, dove coltiva uliveti. Ha attrezzato un piccolo camping agricolo con tende fisse e qualche roulotte, allo scopo. Denunciato, fermato, perquisito, ha subito diversi fermi e un arresto di quattro giorni. A Nizza nel gennaio 2017 una folla di sostenitori lo applaudiva mentre si recava in tribunale per difendersi.

Negli ultimi due anni il suo caso ha girato anche sui media mainstream, a partire da un editoriale del “New York Times” e da un premio dei lettori di “Nice-Matin”. A settembre uscirà il documentario Libre di Michel Toesca, girato in presa diretta per catturare scene emblematiche della lotta di un cittadino comune a favore dei diritti dei migranti. Nei fotogrammi efficaci di una cinepresa manuale spiccano le tensioni e gli scontri con le forze dell’ordine in assetto repressivo. Una testimonianza che va ad aumentare la serie di pellicole odierne sull’odioso tema degli umani “senza documenti”, discriminati, oppressi e sofferenti nelle più diverse parti del mondo.

Su Facebook, Cédric Herrou ha raccontato in maniera molto asciutta e coinvolgente come la sua quotidianità sia cambiata. Mostra gli agenti di guardia alle porte dei suoi terreni. Mostra le cene in accampamento. Racconta le storie di chi transita dalle sue parti e trova un punto di sosta, un consiglio su come regolarizzare la propria situazione, un piatto caldo per la cena. Illustra il contesto di una zona pre-alpina dove le migrazioni sono proseguite tutto l’inverno in condizioni disumane. Denuncia i fatti di maltrattamenti e repressioni che sfuggono al racconto mediatico convenzionale.

Non fa mistero di quanto tutto ciò costituisca un atto politico, ma anche una reazione naturale e umana alla realtà che gli ha bussato alla porta. La riservatezza cordiale del contadino va di pari passo con la disobbedienza civile consapevole e rivendicata. Con quel motto “liberté, egalité, fraternité” sempre sullo sfondo, a sancire una piena appartenenza alla comunità francese nel suo agire l’accoglienza da cittadino.

E della disobbedienza civile Herrou è certamente diventato un simbolo. Italiano, francese, europeo, globale. Una persona comune che dispone delle sue risorse per sostenere i migranti, rifiutando l’omologazione a un’indifferenza pervadente, a un’impotenza rassegnata. Le vicende giudiziarie tutt’oggi gli hanno riservato molti fastidi ma anche alcune soddisfazioni, con ammissioni di giustizia e di umanità dei suoi atti, e manifestazioni di sostegno a tutti i livelli. Proprio il fatto che sia diventato segno di contraddizione, che subisca le conseguenze delle sue azioni (ha seriamente rischiato fino a 8 anni di carcere, ed è alle prese con multe salate), che non strumentalizzi la sua vicenda a fini di consenso o di interessi corporativi, che viva l’attivismo secondo uno stile quotidiano, replicabile e partecipativo, sono alcuni degli aspetti che ne rendono più interessante la vicenda. In un tempo di forte urgenza del ritorno a pratiche nonviolente attive, cooperative e di disobbedienza civile, l’esperienza di Cédric va socializzata (e non mitizzata).

Di una sua recente intervista a “Internazionale” colpiscono tre aneddoti biografici: è cresciuto in un quartiere popolare di Nizza, in una scuola multietnica e in una famiglia semplice, che ha preso in affido diversi bambini abbandonati. Dice che il suo sogno fin da bambino è stato di una vita rurale, essenziale e di condivisione. Nutre il desiderio che sempre più case diventino uno spazio politico e di cittadinanza. Ammissioni che rivelano un cammino esistenziale radicato e coerente, e che rileggiamo oggi nel Cédric col basco, il maglione e gli scarponi seduto in giardino a ragionare con un giovane africano di passaggio.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

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