Dobbiamo imparare a disimparare

di Stefano Laffi

murale di Mazatl

 

Crescere senza il futuro

Veniamo da anni, da decenni, in cui il futuro è stato scontato, “automatico”, di sviluppo, a crescita economica certa, con prospettive via via più ricche. Non c’era bisogno di pensarlo, c’era e basta, non c’era bisogno di desiderarlo, era garantito, e quell’idea di crescita indicava semplicemente l’ampliarsi delle possibilità di scelta, quell’idea di progresso diceva che chi prima per status non avrebbe potuto permettersi qualcosa da adesso in poi ne avrebbe avuto beneficio. Una progressione materiale, di spesa, di benefit, di cose, come capì già nel 1965 Georges Perec: il bagno in casa, gli elettrodomestici, il tv color, l’automobile, le automobili, le vacanze, il figlio all’università, il figlio all’estero… Ci giocavamo col futuro, si indicavano mestieri possibili come fossero tutti ad aspettare noi, e ci si poteva permettere il lusso di sputarci sopra o negarlo – no future! – come faceva il movimento Punk, perché l’avevamo il futuro, ci si poteva licenziare ogni 6 mesi per variare un po’ la propria vita come facevano i giovani di Berlino negli anni ’90 perché il lavoro lo si ritrovava subito. Non capivamo il privilegio, al punto che riguardando oggi quel passato, con gli occhi della carenza, ti chiedi quanta controcultura regga davvero la sua fama, quanto i suoi messaggi nascano dalla fame o dal lusso di non sentirla. O forse è proprio la libertà da quei vincoli che libera il sogno, la provocazione, il superamento della pura logica di risposta ai bisogni e ci riduce a formichine?

Resta il fatto che poi è arrivata la crisi alla fine del decennio scorso, e la crisi ha eroso i risparmi ma meno i consumi – quelli per i figli sono gli ultimi a essere sacrificati – ma soprattutto ha creato una condizione angosciante, ha immesso il futuro come virus, cioè ha costretto tutti i ragazzi prima sereni e benestanti a guardare alle scelte come decisive, a porsi ogni volta di fronte alla preferenza per la scuola superiore, per i colloqui di lavoro, per la prospettiva se restare o partire, per stage e tirocini… con la domanda ansiogena ‘ma farò la cosa giusta?’. Una logica da assicuratori, anzi quasi da speculatori finanziari, si è propagata fra i giovani, costretti in calcoli probabilistici, in strategie e acrobazie di diversificazione dei rischi, per arrivare a decidere: prendere la prima opportunità retribuita o la prima coerente con gli studi? lavorare gratis? e per quanto prima di pretendere una retribuzione? e quale retribuzione? ‘non accettare solo se’ che cosa? dopo quanto tempo dirsi se tentare la fortuna fuori dall’Italia? un posto da commessa vale la mia laurea? quanti posti da chef potranno mai starci al mondo dopo il boom dell’alberghiero di questi anni? accendere un mutuo per pagarsi un master se questo apre solide prospettive? lavorare gratis per il prestigio di quel luogo? quanti colloqui a vuoto fare prima di ripiegare sul negozio di famiglia?…

L’iperrealismo strategico, con tutti i suoi cortocircuiti cognitivi ed esistenziali – molti dei cosiddetti Neet, cioè coloro che non studiano e non lavorano, sono ovviamente giovani nel guado, cioè in attesa della risposta degli ultimi dieci colloqui di lavoro, in una pausa per capire quale strada riprendere dopo quelle tentate – ha costretto una generazione a un pedaggio molto alto, cioè immettere una logica di calcolo per ogni scelta, anticipare biograficamente l’angoscia del lavoro da trovare, rinunciare a un’interrogazione sui propri elementi vocazionali per collocarsi, a fatica, in una mappa in continua obsolescenza dei lavori di domani. Certo, tutto questo avveniva non nella penuria ma in condizioni materiali spesso intatte, ma proprio per questo con la sola prospettiva di poterle perdere, non con quella di lottare per il loro miglioramento, come era avvenuto alle generazioni precedenti. Una condizione esistenziale votata quindi alla paura, alla frustrazione, al senso di inadeguatezza, alla corrosione degli elementi di sfida e di slancio vitale.

 

Lo smarrimento degli adulti

All’impasse delle scelte ha fatto da specchio l’imbarazzo dei consigli, lo smarrimento che coglieva chi si trovava nelle funzioni di orientamento, di guida, di esempio. Cosa dire, in tutta onestà, a un figlio, a uno studente, a un ragazzo o una ragazza in difficoltà, in assenza di prospettive certe, di risorse durature, di scommesse sicure? Se tutto, nella scala macro dei governi e in quella micro delle azioni quotidiane, in questi anni cambiava così velocemente e così imprevedibilmente, come invitare i più giovani a vivere serenamente le loro prospettive? Ma, ancor più, come porsi in quel ruolo di guida, sapendo per certo che la propria esperienza non poteva ergersi ad esempio, che dal proprio repertorio non si poteva attingere per suggerire istruzioni al presente? Da padre mi guardo allo specchio: il mio liceo esiste ancora ma è molto diverso da quello che ho fatto, il mio esame di maturità non esiste più, la mia obiezione di coscienza al servizio militare e il mio servizio civile conseguente non hanno equivalenti oggi, ho studiato in università col vecchio ordinamento, ho trovato lavoro sfogliando indirizzi sulle Pagine Gialle scomparse da anni, non ho mai dovuto davvero parlare in inglese, sono nato, ho abitato e lavorato nella stessa città,… insomma è chiaro che nessuno potrà o dovrà seguire le mie orme, e l’ultima cosa da fare è scandalizzarsi di fronte a ragazzi che non somigliano al ragazzo che credi di esser stato (ogni riferimento a Michele Serra e al suo libro Gli sdraiati è voluto).

A essere sinceri siamo smarriti come loro, a esser onesti, se perdessimo le rendite di posizione che ancora ci confortano o confortano alcuni di noi – certi posti garantiti, certi livelli retributivi, certe pensioni… per esempio pensiamo proprio all’abisso di condizioni fra vecchi e nuovi giornalisti – dovremmo ammettere di essere meno attrezzati dei nostri figli a reggere questi cambiamenti, perché siamo meno plastici, abbiamo meno competenze nei nuovi saperi, siamo più impacciati coi nuovi oggetti, meno pronti e meno disposti a utilizzare la prossima tecnologia di comunicazione, ecc. La retorica del confronto maturi versus immaturi, sapienti versus discenti, abili versus inabili, esperti versus inesperti su cui abbiamo costruito il castello dei rapporti fra le generazioni nelle nostre istituzioni – a scuola, in famiglia, nei luoghi di lavoro – sta diventando insostenibile, il principio di autorità su cui contavano gli adulti non trova più la sponda certa nel principio di autorevolezza. Così, se ti devi legittimare ogni volta di fronte a un ragazzo per meritarti il suo rispetto potresti non farcela scommettendo sul differenziale di saperi, di abilità e di esperienze da mostrare.

Al netto delle funzioni di cura o di quella di trasmissione dei contenuti disciplinari rimasti immutati, la disparità nelle funzioni educative vacilla, non è più scontata, se temi di non aver più nulla da dire, indicare, mostrare, il rischio è di irrigidirsi nei ruoli o all’opposto di scivolare nel “relazionale puro”, cioè fare (l’educatore, l’insegnante, il padre,…) l’amico dei ragazzi. In molti casi è andata così.

 

Che fare

Lo spiegava Margaret Mead fra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ‘70, in epoche come queste – e quelle, cioè di grandi cambiamenti, di interrogativi e aperti e inquietanti sul destino di noi tutti – dovremmo avere la lucidità di ammettere che i sapienti sono i nuovi nati, che a rischiare l’esilio dal presente sono i vecchi, che il tradimento del presente e del passato delle nuove generazioni è un atto dovuto, anzi vitale per potersi inventare il futuro. Da questo derivano parecchie indicazioni intorno alle pratiche pedagogiche da mettere in campo, per essere coerenti con le istanze dell’epoca.

La redistribuzione dei saperi va riconosciuta, se non siamo (o non siamo solo noi) nel novero dei sapienti dobbiamo ammetterlo, e in ogni caso siamo tenuti a setacciare quel che sappiamo, interrogarlo radicalmente per capire cosa oggi può aprire possibilità a chi abbiamo di fronte. Per esempio, se la crisi economica o l’intelligenza ci riporta all’autoconsumo e all’autocostruzione – coltivare quel che mangiamo, costruirci quel che usiamo – serve chi sa farlo, che forse non sarà un ragazzino o il padre di quel ragazzino, più probabilmente il nonno. Ma sementi, concimi, materiali e strumenti stanno cambiando, e allora l’abilità di quel ragazzino e di quel padre a reperire informazioni e istruzioni torna preziosa. L’idea è questa, se non conosciamo il futuro e dobbiamo reinventarci di giorno in giorno dobbiamo convocare tutti i saperi disponibili, riassegnare a tutti la responsabilità di un contributo possibile, allestire contesti dove circolino queste conoscenze, dove il “chi insegna a chi” non segue più gerarchie di età e di ruolo, ma l’utilità dei contenuti di cui si può essere portatori.

Scesi dai piedistalli dei ruoli e delle gerarchie, tocca a tutti studiare, interrogarsi, mettersi in discussione, non ci sono rendite di posizioni assolute, al riparo dai tempi, privi dell’onere di nuovi apprendimenti.

Non dobbiamo ratificare la realtà, se ne accettiamo e ne desideriamo il cambiamento, ma coglierne le evoluzioni nel tempo, abilitare il principio che una trasformazione è sempre possibile. Non c’è nulla di più paralizzante, come insegna Realismo capitalista di Mark Fisher, del trovarsi a credere che la realtà sia inevitabile: questo non è il migliore dei mondi possibili, il reale ha infinite varianti di cui la realtà circostante è solo quella contingente. È proprio perché il reale è più ricco della realtà che un ragazzo può sperare, può aver fiducia di trovare un posto nel mondo: la prospettiva di una realtà satura, immutabile, già sazia – “la fine della storia”, si profetizzava qualche anno fa – potrà suonare rassicurante per qualche adulto ma è mortifera e sterile per chi cresce, perché respinge a monte l’idea che si possa offrire un contributo se la realtà è autosufficiente, che la propria esistenza fondi nel mondo la sua necessità.

Per questo, a dispetto di quanto si crede, continua a essere fondamentale studiare, è da lì che attingiamo il relativismo del presente, la storia, le rivoluzioni scientifiche: l’evoluzione del pensiero e delle idee sono la palestra per non credere solo a quanto si vede, strano a dirsi ma la vista è il più ingannevole dei nostri sensi.

Abilitare il reale e il possibile oltre la realtà del presente significa spesso cambiar atteggiamento rispetto ad alcune routine, nelle relazioni coi ragazzi. Walter Benjamin diceva che ogni epoca sogna la successiva e sognandola la porta al risveglio. Chiedere conto ai ragazzi dei loro desideri, legittimare le aspirazioni, far nominare i progetti personali, farne argomenti di confronto, di scrittura, di studio, di racconto, di immaginazione collettiva non è un esercizio consolatorio o divagante, è un atto politico. Perché conoscersi ed essere riconosciuti anche in questa luce, cominciare ad abitare il futuro con le proprie idee, con l’aspirazione a un mondo migliore senza credere che si debba sempre e solo subire quel che accadrà, cominciare a capire cosa serve per cambiare le cose, prefigurarsi compiti alla fine attrezza a un atteggiamento più positivo, di cittadinanza possibile.

La condizione di incertezza e precarietà in cui ci troviamo, tutti, non deve paralizzare l’azione dei ragazzi né spingere a credere che ci siano riserve identitarie al riparo da questo. Per consentire di crescere senza cadere in quegli atteggiamenti dobbiamo da adulti smontare alcune retoriche: nessun adulto è diventato esattamente quello che pensava sarebbe divenuto quando aveva 15 anni, ovvero per tutti il futuro ha riservato sorprese e smentite, non conoscerlo e non avere garanzie è da sempre la condizione umana, cambiare è il destino di tutti, l’identità è un viaggio e oggi siamo diversi da ieri, abbiamo fatto cose che non avremmo mai immaginato, e anche potendo scegliere forse più di oggi abbiamo fatto un sacco di scelte sbagliate, di errori trasformati in apprendimenti o ingenuamente ripetuti.

Contro il discorso pubblico odierno che celebra successi ed eccellenze, contro lo spettacolo dei talent e persino contro una trasmissione della conoscenza scientifica che in ostaggio ai meccanismi di carriera racconta sulle riviste e al mondo solo gli esperimenti andati a buon fine – non i tentativi fatti, assai più numerosi – urge restituire alle giovani generazioni il racconto della fallibilità e dell’imperfezione, perché sarà il loro destino: costretti a cambiare e inventare, ragazzi e ragazze saranno tenuti a una strategia cognitiva di tentativi, di prova ed errore, non potranno che sbagliare tante volte, per cui l’importante non è “fare la scelta giusta”, ma apprendere da tutto quel che si fa, quale che sia l’esito.

 

Disimparare

In fondo l’approdo ultimo cui sollecita questo tempo è il celebre “livello 3 di apprendimento” formulato da Gregory Bateson, l’imparare a disimparare, cioè la capacità di stare in un gioco che cambia sempre le sue regole e non consente schematismi, che non dà garanzie di esito positivo nel restare coerenti a una presunta identità individuale o nel replicare formule di successo valide fino ad oggi. Per quanto possa sembrare paradossale, la questione diventa come si possa “insegnare a disimparare”, cioè aiutare una generazione ad abbandonare certezze, a vivere con sufficiente serenità la continua riconversione lavorativa, abitativa, linguistico-culturale, relazionale cui potrebbe essere sottoposta. Non è solo una questione di strategie cognitive, ma anche di coltivare atteggiamenti, parole chiave e linguaggi orientati in una particolare direzione. Penso a termini come coraggio e speranza, così distanti da cinismo e disincanto, così antitetici all’iperrealismo che celebra il presente come inevitabile: Ernst Bloch sosteneva che era fondamentale imparare a sperare, perché sperare non è un sentimento ma un movimento della coscienza verso una direzione voluta, capace di orientare l’azione e costruire la storia. Per Bloch la produzione artistica e culturale in senso ampio è fondata su quel principio, perché la speranza lotta, sa di dover conquistare ciò che spera, e si esprime nei nostri oggetti culturali. Sognare a occhi aperti, è di questo che lui parla, e di cui tutti dovremmo parlare.

Può sembrare ingenuo, in un mondo che amplifica le disuguaglianze e redistribuisce le opportunità in modo così iniquo. Nel mio lavoro di ricerca-intervento in ambito educativo e di welfare io non “prendo in carico” nessuno, non curo e non seguo negli anni chi incontro, per cui non ho in mano il suo futuro e l’angoscia di pensarlo, ma solo il presente di progetti ed esperienze vissuti insieme. È un limite, e insieme un’opportunità. È in questa prospettiva, di incontro e non di presa in carico, insomma è nella certezza di non poter salvare nessuno che trovo fondamentale abilitare la speranza, i desideri, i progetti, i sogni a occhi aperti, quale che sia il punto di partenza e di arrivo. Partire da quella critica radicale al presente di cui Marx parla nella celebre lettera a Ruge del 1843, riconoscere il giusto e l’ingiusto ma essere pragmatici, agire il possibile, “il sogno di una cosa”, che per me implica fare insieme palestra di cittadinanza attiva nelle leve civiche, nei percorsi di alternanza scuola-lavoro, nei progetti di educazione alla cittadinanza o di servizio civile.

Nel lavoro educativo questo significa ovviamente mediare con le istituzioni perché diventino recettive di proposte e cambiamenti, significa allestire contesti in cui coi ragazzi e con le ragazze nominare le aspirazioni e procedere in quelle direzioni, significa introdurre la dimensione comunitaria perché i progetti non siano solo personali e viceversa il senso di responsabilità personale e di reciprocità perché non tocchi solo agli altri accogliere le proprie istanze. Ma significa anche un linguaggio ad hoc, che non può essere solo quello dell’analisi, dell’anatomia del reale, del lungo catalogo dei problemi, perché in una educativa questo produce paralisi, evitamento, ritiro sociale. Il “discorso del possibile” in un incontro è fatto non solo di parole riflessive, come questo articolo, né tanto meno di ironia e sarcasmo, perché chi li pratica si sente spesso più intelligente degli altri, mentre irridere gli altri serve spesso ad assolvere se stessi e la propria inazione. Piuttosto, abbiamo bisogno di visioni, immagini, poesie, canzoni, e in generale di tutto quello che la produzione artistica è capace di regalare per generare emozioni, mobilitare i desideri e suscitare rivolta.

 

Da leggere

Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi 2000.

Walter Benjamin, I “passages” di Parigi, Einaudi 2010.

Ernst Bloch, Il principio speranza, Garzanti 1995.

Karl Marx, Arnold Ruge, Annali franco-tedeschi, Massari Editore 2001.

Margaret Mead, Generazioni in conflitto, Bompiani 1972.

 

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