Arrevuoto, un teatro “non borghese”

di Gianluca D’Errico

 

“Il sano è un malato che non sa di esserlo”, il mantra beffardo del dottor Knock ti rimane a ronzare nel cervello. Cos’è malattia? Cos’è salute?

Quest’anno Arrevuoto, progetto di pedagogia e teatro, “punta” decisamente in alto il suo mirino ribaltante: il tema dello spettacolo andato in scena al Teatro San Ferdinando lo scorso 12 e 13 Maggio è la medicalizzazione coatta; la dittatura del binomio diagnosi/cura, la ademocratica condanna alla perpetua convalescenza (“‘a vita è convalescenza!” mi urla spesso un caro amico un po’ ipocondriaco).

Mettiamo ordine. Arrevuoto è un percorso cominciato tredici anni fa; l’humus in cui nasce è quello dei gruppi di pedagogia attiva che agiscono nell’area Nord di Napoli, l’intuizione di partenza di Roberta Carlotto e Gofferdo Fofi, gli anni sono quelli della cosiddetta faida di Scampia, la prima. Da allora Arrevuoto ne ha fatta di strada, rimanendo, cosa rara nei progetti di intervento sociale, fedele all’ispirazione iniziale: “un ampio gruppo di lavoro composto da artisti e operatori sociali, la libertà e l’energia trasbordante di un teatro non borghese ma fatto dai ragazzini, che infatti alcuni dicono oggi non essere teatro, mentre è solo non borghese” scriveva Maurizio Braucci, attuale direttore artistico, qualche anno fa.

Il metodo di lavoro è semplice ma di altissimo profilo pedagogico. Vengono costituiti diversi gruppi di adolescenti su base “territoriale” ( una scuola, un centro territoriale, un’associazione, uno spazio sociale), ciascun gruppo è seguito da un guida e da un regista. I gruppi lavorano su un testo scelto dalla letteratura “alta” che viene ferocemente (e allegramente) “arrevotato” e riscritto, diviene azione scenica. I gruppi, formati da adolescenti talvolta profondamente diversi tra loro (per estrazione sociale, età, cultura), “dialogano” nella preparazione di uno spettacolo finale, prima a due a due, per poi convergere gradualmente, in un calderone composito, verso una messa in scena che porta in teatro più di cento attori. Quest’anno, le tavole del teatro San Ferdinando, hanno tenuto 160 tra bambini, adolescenti e qualche adulto.

Il testo prescelto, Knock ovvero il trionfo della medicina dello scrittore francese Jules Romain, racconta di un medico che si ritrova a svolgere la sua professione in un paese (Telese Terme nella riscrittura di Arrevuoto) in cui tutti godono di ottima salute. Il dottore, con le armi del marketing ( “lunedì visite gratis!”) e della pubblicità (“una cosa è la cura dello spirito altra cosa la cura del corpo” dice un prete che presta i suoi servigi promozionali alla causa), ma soprattutto attraverso la persuasione diretta, la gestione della relazione, riesce a mettere tutti i cittadini in un destino di lungodegenza, a vita sembrerebbe. La relazione paziente-medico viene mostrata, con grottesca ironia, nella sua strutturale asimmetria.

Il medico si allea, e ci sembra – assurdamente – un’alleanza naturale, con il farmacista. Siamo pienamente nell’oggi. Verrebbe da dire, con tutta l’ingenuità necessaria, che in un paese più “umano” il medico si alleerebbe col contadino, al massimo, ma già sarebbe una torsione di senso, con il maestro.

Per Ivan Illich le parole ameba erano quelle che, essendo passate attraverso più “candeggi” semantici, avevano perso la propria vera identità. Non c’è dubbio: nel nostro presente, accanto a “crisi”, la parola ameba per antonomasia è “cura”. Cos’è cura? Aver cura. Prendersi cura. Curare.

Lo spettacolo non offre una risposta; si limita ad illustrare ciò che cura non è: il giudizio. Col suo portato di inappellabile “condanna”, il giudizio è l’esatto contrario della cura. E null’altro dice il Knock di Arrevuoto.

Ma molto spesso l’arte non dice, piuttosto evoca, allude, induce (pensieri, non emozioni, per carità). Allora nel Knock delle ragazze di Arrevuoto c’è anche tanto altro che “non si vede”, che resta sotto, ma, in qualche modo, si avverte. C’è il quarantennale della “legge Basaglia” (“Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale; viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione” una delle frasi più citate dello psichiatra veneziano); c’è lo sfascio della Sanità Campana (all’uscita dal teatro qualcuno ironicamente diceva “qua ci vorrebbe un po’ di medicalizzazione in più, altroché”); c’è il dibattito, fondamentale eppur mediaticamente banalizzato, sul rapporto tra corpo e potere, ma soprattutto ci sono i ragazzi e le ragazze che stanno dietro i personaggi della pièce. Vengono da Secondigliano, rione Traiano, Marianella, Piscinola questi ragazzi. “Periferie difficili” dicono gli orribili quotidiani che si stampano in città.

Quanti dotti medici e sapienti hanno preteso di curarli! Il 2018 è anche l’anno in cui ci si è, di nuovo per l’ennesima volta, insulsamente, intrattenuti sul tema delle baby gang napoletane: “Al congresso sono tanti/ dotti, medici e sapienti/ per parlare, giudicare/ valutare e provvedere/ e trovare dei rimedi/ per il giovane in questione.” Cantava Bennato esattamente quaranta anni fa.

È molto rassicurante la diagnosi per chi si ritiene sano e scruta il “malato”: è la storia della città di Napoli a ben vedere. Ma a Napoli, in quella che sembra una situazione eccezionale e d’emergenza (altra parola ameba l’emergenza), si “rappresenta” in maniera nitida l’atteggiamento che gli adulti hanno nei confronti dei minori: “sei non compatibile col mondo che hai intorno? C’è qualche pezzo che non ti funziona. Niente paura: ti curerò, ti salverò!”. Come un’auto dal meccanico. Nessun accenno alla follia del mondo. I ragazzi sono oggetto dell’intervento sociale ed educativo, così come tutti noi siamo oggetto della medicina.

Il teatro “non borghese” di Arrevuoto è felicemente non pacificato, operatori e artisti incontrano questi ragazzi e lo fanno senza “ricette” in tasca, perché è l’unico modo possibile dell’incontro. La potenza che ne scaturisce, che sta tutta sul palco il giorno dello spettacolo, è veramente rara nel lavoro con bambini e adolescenti. Teatro ostinato, anche; “non mi avrete mai!” grida, in chiusura, l’unica che riesce a sottrarsi all’internamento ospedaliero: un piccolo spiraglio di possibilità, merce quasi introvabile di questi tempi.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 53 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per non perderti i prossimi numeri della rivista.

 

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