Terra di zombies

di Oreste Pivetta

 

Qualche decennio fa, quando Berlusconi vinse le sue prime elezioni, molti intellettuali italiani minacciarono la fuga all’estero. Qualcuno, di più solido prestigio e con maggior disponibilità, realizzò il proprio proposito, comprando casa a Parigi. Altri si limitarono a disertare le case editrici, che figuravano in vario modo nel patrimonio berlusconiano. Molti rientrarono nei ranghi. Alcuni ancora si accomodarono, perché bisogna pur campare, tra le reti pubbliche e private sotto il controllo del medesimo Berlusconi.

Stavolta, di fronte al governo leghista-cinquestelle, nazionalsocialista sovranista populista peronista, il silenzio è stato totale, forse perché non ci sono più gli intellettuali di una volta o forse perché non esistono più o quasi gli intellettuali, quei pochi rimasti ridotti in trincee ai margini, trascurate anche dal nemico. Per lo più, ascoltando le dichiarazioni di vittoria del duo Salvini-Di Maio, si sono scansati, equidistanti e lungimiranti: “Hanno vinto, hanno diritto di governare, mettiamoli alla prova”. Senza neppure rendersi conto che Lega e Cinquestelle non hanno neppure vinto, hanno solo raccolto una manciata di voti da un elettorato già eroso vistosamente dall’astensionismo e prima ancora dall’assenteismo. Si attendono gli sviluppi, in vista di una eventuale ricollocazione. Alla Rai ci sono sempre tanti posti (per inciso, il primo è stato assegnato a Elisa Isoardi, fidanzata di Salvini, investita dell’alto incarico di sostituire Antonella Clerici in una trasmissione di cuochi in onda su Raiuno sul far del mezzogiorno).

Vi sono state grandi feste e tutto uno sfarzo di cerimonie stupefacenti, montate e regolate a dovere… Seimilacinquecento prelati, preti, uomini di Stato, nobili e militari d’ogni grado, partecipavano direttamente alla cerimonia e facevano parte della meravigliosa processione che il resto degli umani contemplava al passaggio. In diretta televisiva… No. Allora la diretta televisiva non era possibile. Bisognerà attendere qualche decennio. Jack London in quello straordinario reportage sulle miserie londinesi che si intitola Il popolo dell’abisso, raccontava di un giorno per noi assai lontano, proprio all’inizio del Novecento, il 22 gennaio 1901, l’incoronazione di Edoardo VII, il figlio della celeberrima regina Vittoria. Prima e fino a quel giorno, Jack London era vissuto nell’East End londinese, in una totale immersione in quel mondo di degrado, di povertà, sporcizia e fame, vestendo i panni dei più poveri. Autentico giornalismo d’inchiesta, che in non troppi casi ci è capitato di incontrare. Ryszard Kapuscinski, altro grande del giornalismo ma ben più vicino a noi negli anni, diceva sempre che non sarebbe riuscito a scrivere neppure una riga stando seduto dietro a una scrivania. Passano davanti ai miei occhi le immagini dei nostri corrispondenti televisivi, che ci istruiscono da una poltroncina dietro la scrivania, mentre alle loro spalle fluiscono sequenze di vita cittadina di New York o di Parigi. Jack London per raccontare quell’inferno umano sperimentò quell’inferno di miseria. Non resisto alla tentazione di aggiungere, dal Popolo dell’abisso, qualche riga. “Quanto ai socialisti, ai democratici e ai repubblicani londinesi, erano partiti per la campagna, a respirare una boccata d’aria buona, indifferenti al fatto, tuttavia importante, che quaranta milioni di individui si procuravano, quel giorno, un padrone coronato e consacrato”. Continuerei volentieri. Il popolo dell’abisso è il ritratto straordinario (ho già scritto “straordinario”, una ripetizione, ma insisto) di una città capitale di un impero coloniale e industriale. Da leggere o da rileggere. Queste righe, ad esempio: in Gran Bretagna “ogni bambino che nasce, si trova, per il solo fatto di venire al mondo, caricato di un debito di 22 sterline; e ciò per un artifizio finanziario, chiamato Debito pubblico…”. Ci siamo anche noi…

Anche noi, che apparteniamo a quelle generazioni postbelliche che nel nostro opulento Occidente non hanno mai sofferto la fame, siamo stati di recente molestati da qualcosa di simile all’incoronazione di Edoardo VII. Mi riferisco al royal wedding di Harry, il principino che al contrario dell’antenato ha potuto usufruire di tutte le televisioni dei mondo, di video, instagram, Facebook , insomma di tutta la tecnologia della comunicazione, e, ovviamente, della vecchia carta: pagine e pagine dedicate all’evento dei giornali più titolati, video su video nei siti internet, ore e ore di dirette televisive, ore e ore di commenti televisivi di esperti del quotidiano sciocchezzaio, giornalisti, sociologi e qualche cuoco. Non posso che rifugiarmi ancora tra le pagine di Jack London: “…io sono perplesso e triste. Non ho mai visto nulla di paragonabile a questa immensa parata, salvo nei circhi yankee e nei balletti dell’Alhambra; né ho mai visto qualcosa di tanto disperante e tragico”. Ci tocca di peggio: Edoardo contava davvero nel mondo; Harry non ha mai fatto nulla nella vita se non giocare al soldato e potrà continuare sulla stessa strada. Malgrado questo i nostri giornali e le nostre televisioni hanno continuato a raccontare per giorni e giorni la vigilia e il matrimonio, con una particolare attenzione alla foggia e ai colori dei cappellini della regina Elisabetta e di alcune celebri ospiti. Mi sono meravigliato di tanta attenzione. Mi sono meravigliato che il “Corriere della Sera”, che fu già il giornale della borghesia illuminata e produttiva, abbia dedicato due pagine all’evento (gli altri quotidiani non sono stati da meno). Mi hanno spiegato che alla gente, “popolo” secondo la moderna traduzione, piace così e che il matrimonio regale sarebbe un grande affare, accrescerebbe l’audience e la diffusione. Anche se l’Italia fosse andata ai mondiali i quotidiani avrebbero venduto di più.

Non abbiamo nulla da insegnare. A casa nostra abbiamo assistito al royal wedding tra due autentici politici di professione, che non avendo mai combinato nulla nella vita (neppure uno straccio di laurea) hanno sempre imprecato contro i politici di professione. Abbiamo pure potuto seguire un royal birth, cioè la nascita dell’erede di Chiara Ferragni e di Fedez. Confesso di non aver mai ascoltato una canzone di questo Fedez e di non aver ancora capito che cosa faccia la signora Ferragni (ho capito che carpisce introiti pubblicitari a sarti e scarpari). So del parto a Los Angeles, dell’appartamento su due livelli a Citylife (Milano) e persino delle lacrime di Chiara, che si è auto filmata piangente, ha pubblicato il filmino su non so quale “social”, prontamente ripreso dal sito di uno di quei grandi giornali che dovrebbero orientare i lettori, educare, informare, eccetera. Ho citato il pianto della Ferragni (quanto altro si potrebbe raccontare!), perché ne siamo stati gratificati, proprio mentre uno sparuto gruppo di giornalisti stazionava in strada rivendicando una legge per l’editoria che rilanciasse il sistema dell’informazione, in crisi ormai da decenni, con i giornali che rimpiazzano l’informazione con le cure dimagranti e le cure antirughe e perdono copie a valanga. Giustamente, mi verrebbe voglia di osservare, se dobbiamo leggerli tra il principe Harry e Fedez. Come i britannici di un secolo fa, ci troviamo sulle spalle il deficit pubblico (quante volte più pesante di quello sopportato dai sudditi di Edoardo VII), ma non si parla mai di quell’altro gigantesco macigno: il deficit culturale, cui hanno garantito e garantiscono un largo contributo le scuole, le famiglie, le parrocchie, le televisioni, i giornali ed ora, per modernità, i vari social.

Ai tempi di Jack London, mentre sfilava il corteo regale, nei pub scorrevano fiumi di pessimo whisky e di pessima birra. Così i miserabili dell’East Est festeggiavano a spese loro: riempivano la pancia e la testa. Adesso scorrono tweet.

Ho usato prima il termine “assenteismo”, perché mi pare che meglio di “indifferenza” spieghi quella sorta di divorzio della gente (o del popolo) dal mondo e dalla realtà. Il brutto film di Spielberg, Ready Player One, regala ai malcapitati cittadini di una futura metropoli costruita da colonne di container sovrapposti nel caos e nella architettura che moltiplica in verticale la desolazione delle favelas, la consolazione di avventure virtuali e di una estetica lussureggiante che cancella il grigio mefitico delle periferie. Ai nostri assenti basta molto meno: ad alcuni bastano i colori e le chiacchiere del Grande Fratello, ad altri, ai politicizzati, le chiacchiere dei dibattiti televisivi, zeppi di giornalisti, sempre i soliti, di politici di vario peso, di esperti, quelli buoni generalmente zittiti sul più bello dai conduttori che hanno nel cuore prima di tutto il rispetto dei cosiddetti tempi televisivi, quando conta la battuta e non il ragionamento.

Aggiungiamo cantanti, comici presunti, ex calciatori, persino un ex alpinista, tutti con la patente di opinionisti. Così, transitando da “Report” a “Ballando con le stelle”, dalle clamorose rivelazioni sull’omicidio di Avetrana alle battute dialettali di “Propaganda”, si forma l’opinione pubblica, una parte almeno, quella attribuita a un popolo che si vuole contrapposto alle élites, un popolo pronto a lasciarsi ammaliare dalla retorica delle parole magiche e che rifiuta il senso della realtà complessa, che si lascia attrarre dal carisma del leader più che dalle riflessioni di un governante. Colpa delle élites, che hanno tradito, più che il popolo, se stesse, le proprie responsabilità, i propri compiti, integrate in un allegro sistema di corruzione morale prima ancora che materiale, dove la qualità intellettuale si misura contando più che le opere le apparizioni televisive, mentre sullo sfondo corre il film dei furti, dell’evasione fiscale, dell’interesse familiare, dell’offesa al patrimonio pubblico.

In un liceo romano una preside ha spiegato ai suoi alunni che salutare come s’usava e come s’usa tra i fascisti è da considerarsi una libera espressione e una manifestazione del pensiero, garantite dalla Costituzione. Chissà se avrà ricordato ai suoi alunni e a quelli in particolare immortalati con il braccio teso in avanti che la Costituzione è nata dopo la sconfitta di un regime, fascista, che ogni libertà di espressione e manifestazione del pensiero aveva cancellato. Il saluto fascista per la preside di Roma sarebbe una “goliardata”. Naturalmente la preside ha riscosso il plauso dei social.

In un mercato di pseudo antiquariato, alle porte di Milano, si potevano acquistare le divise a rigoni verticali dei deportati a Dachau. Il prezzo: tra i diecimila e i ventimila euro. “Ma ci sono pure macchie di sangue”, pare abbia osservato il venditore, a giustificare la sua richiesta.

Nel frattempo, in vari luoghi d’Italia, si sono organizzate sfilate rievocative: armi, militari in uniforme, mezzi meccanici… In prima fila anche i soldati tedeschi della Panzer Division (quelli della Strage di Sant’Anna, 560 morti). Ho scoperto l’esistenza di un gruppo di individui, che si allenano duramente per marciare secondo il passo dell’oca. Goliardate, ovviamente.

Tullio De Mauro, lo studioso della lingua morto poco più di un anno fa, aveva riferito nel corso di un convegno fiorentino (nel 2011) che oltre il 70% della popolazione italiana non era in grado di leggere e capire un testo di media difficoltà, che solo un misero 20% possedeva le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana. Ne abbiamo fatto di passi avanti.

Se nel dopoguerra, fino agli anni novanta, il livello di scolarità è cresciuto fino a una media di dodici anni di frequenza scolastica per ogni cittadino (nel ‘51 eravamo a tre anni a testa), oggi si registra, con il record di abbandoni scolastici, un incremento pauroso del cosiddetto analfabetismo di ritorno, favorito anche dalla dipendenza televisiva e tecnologica. Non deve dunque stupire se il 33% degli italiani, pur sapendo leggere, riesca a decifrare soltanto testi elementari e se persista un 5% incapace di decodificare qualsivoglia lettera e cifra. Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino tra i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come avviene per le nozioni matematiche).

L’assessore alla cultura di un paese nella Bassa bergamasca, Bariano, quattrocento abitanti, ha promosso un corso di lingua italiana riservato agli italiani: troppe lacune, troppi errori, troppi accenti fuori posto. Significa che non si sa scrivere una lettera, che non si sa leggere un giornale.

Quando salgo in metropolitana mi vedo circondato da assorti viaggiatori che non fanno altro che battere sullo schermo del loro cellulare, che, anche quando il convoglio si ferma e si aprono le portiere, continuano a tamburellare su quell’aggeggio, incuranti del fatto che qualcuno alle loro spalle deve scendere. Gli stessi, quando arrivano a casa, accendono la tv o il pc, strumenti formidabili per dimenticare quanto la scuola avrebbe dovuto insegnare…

Una volta gli operai ostentavano in tasca “L’Unità”, piegata nel modo giusto perché la testata fosse ben evidente.

Una volta erano tante le occasioni per imparare a leggere e scrivere, per avere un’idea della politica, per non dimenticare il proprio passato: la scuola cominciando dalle aste e dall’ortografia, la famiglia che rappresentava la memoria ed esercitava con il proprio esempio una pedagogia civile, le sezioni del Pci dove si incontravano anche i classici della letteratura, gli oratori della vicina parrocchia, i sindacati dove si scopriva il significato concreto della lotta di classe, i quotidiani, le riviste, i fotoromanzi, i libri (oggi solo quattro cittadini su dieci dichiarano di leggere almeno un libro all’anno, ma a giustificazione dei non lettori si dovrebbe riconoscere che nelle grandi librerie tra paste stracotte, insalatone, ricettari e conseguenti mal di pancia autorevolmente tradotti in romanzi resta poco da scegliere).

Le sezioni del Pci non esistono più, gli oratori organizzano gite e tornei di calcio, i sindacati sono diventati uffici d’assistenza individuale, impotenti dopo la scomparsa delle grande fabbriche e dopo la parcellizzazione del lavoro, la famiglia si raccoglie davanti alla televisione, l’istruzione pubblica e privata è un disastro (ma il nuovo capo del governo, nel suo discorso al Senato, non si è neppure ricordato della sua esistenza: ha rimediato alla Camera, dopo le critiche). Se si vuole indicare un obiettivo per il “governo del cambiamento” eccolo: la scuola, disertata dalla cultura e dalla passione, come ha dimostrato la preside di Roma, quella del saluto fascista, che per giustificarsi davanti agli alunni e ai colleghi ha dovuto consultare leggi e sentenze della Cassazione, senza abbandonarsi a un solo moto dell’animo e del cervello, senza attingere a quella che dovrebbe essere la sua consapevolezza della storia.

Non capisco chi dice “lasciamoli governare, dovranno pur farsi la loro esperienza”. Si va a governare senza alcuna esperienza di governo. Francamente mi sentirei a disagio. Mi sento a disagio anche nel condividere quanto Vittorio Sgarbi ha rinfacciato ai deputati della maggioranza: “Dove c’è ignoranza io prospero”.

Ovviamente ci sono infinite ragioni a spiegare lo stato del paese, ormai trasformato felicemente in Strapaese, fonte e legittimazione del rinnovato populismo. Ho già scritto di scuola, famiglia, partiti, chiesa, eccetera, l’epocale trasformazione del mondo del lavoro che ha annientato la stessa idea di collettività e di solidarietà, le nuove tecnologie che si sono sovrapposte alla vecchia tecnologia televisiva e che hanno messo al bando la parola, la conversazione, il confronto. Dovrei aggiungere Amazon che ha materialmente sanzionato il trionfo del consumismo erigendo i suoi castelli/prigioni, dentro i quali si agitano incessantemente migliaia di lavoratori senza diritti o quasi… Mi ha colpito un punto del programma di governo: il rafforzamento della legittima difesa. Mi ha colpito come fosse l’ennesima esaltazione dell’individualismo, contro il valore della comunità. In un vecchio film, Charles Bronson impersonava il “giustiziere della notte”: si faceva giustizia da sé, come l’altro ieri si sono fatti giustizia da sè lo sparatore di Macerata o il fuciliere di Gioia Tauro. Un altro passo verso il baratro, in una somma di violenze, di intolleranze, di ingiustizie, che contrappongono ricchi e poveri, disonesti e onesti, vendicatori e vittime, presunti normali e presunti anormali, “popolo” (lo scrivo tra virgolette, con ritrosia, perché mai si è abusato tanto di una nobile parola) e individui, slogan e pensieri. Dovrei aggiungere “destra” e “sinistra”. La destra, almeno nella rappresentanza politica e partitica esiste. La sinistra non so dire. O è poca cosa. Certo ci sarebbe bisogno di qualcosa che tramandasse quei valori che animarono certe battaglie di sinistra: in primo luogo, tra i valori cardine, l’eguaglianza.

Come ricominciare? Spegnendo il televisore. Altrimenti saranno i fatti a rispondere, lo spread piuttosto che la disoccupazione. Siamo sulla buona strada. Una catastrofe o i debiti alle stelle potranno cambiare l’Italia. Mi auguro che prima riescano nell’impresa l’impegno sociale e culturale dei “meno”, cioè dei “pochi”, ancora attenti a decifrare e magari a tentare di correggere, qui e là, la pessima realtà. Dovrebbero cominciare a parlarsi tra di loro. Gli italiani non sono tutti “virtualizzati”, gaiamente propensi a sopravvivere materialmente e spiritualmente consumando cibi e oggetti (vorrei che un serio antropologo spiegasse il proliferare in televisione di trasmissioni a colpi di chef e di ricette, come se dovessimo ancora rimediare psicologicamente alla fame della guerra, una fame che non ci tocca più da almeno mezzo secolo). Ma la tendenza somma è ad “assentarsi”: vivere alla meglio (e per alcuni è un “meglio” di lauta abbondanza), infischiandosene del “mondo fuori”, aprendo gli occhi solo sul proprio “mondo”, mogli, figli, amanti quando si può, il suv, il fine settimana al mare (magari dormendo nel medesimo suv: un sacrificio che vale la candela, cioè la spiaggia). Fidatevi della pubblicità: alimenti, alimenti per cani e gatti, cure dimagranti, integratori, automobili, detersivi. La solidarietà è un obolo via sms. La politica sopravvive in tv, ma non è un progetto da condividere o da contrastare, non è una alternativa da costruire. I politici erano fino a ieri solo nemici da offendere, omini di latta da abbattere nelle fiere a colpi di palla, simbolo di tutti i privilegi. Poi la ruota gira.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 53 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per non perderti i prossimi numeri della rivista.

 

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Comments (1)

  • Engy

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    alcuni intellettuali si sono scansati, altri – vedi ad esempio le varie intellettuali sessantenni scrittrici blogger – fanno a gara a chi urla più forte fascista carogna!
    E’ evidente che Salvini piace proprio a tutti, anche a chi finge aristocratico sprezzo, non si spiega diversamente.

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