La verità del paesaggio: il caso di Sassari

di Salvatore Mannuzzu

foto di Oleg Magni

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Bello o brutto? Più invecchio, più sento marginali (o quasi, comunque poco interessanti) queste categorie – secondo la nozione che comunemente se ne ha. Al centro invece ne metto altre: quelle del vero e del falso. Sicché, nello specifico, la tutela del paesaggio (sostantivo costituzionale cui i reazionari irridono, ma che invece resta appropriato) a me sembra prima di tutto difesa della sua verità; vale a dire della sua anima. Ciò che si perde – ciò che abbiamo perduto e continuamente perdiamo, nella lunga e vana storia del logorio del mondo – è verità e anima: nostra verità, anima nostra. Vita umana.

È pure evidente che tutto questo – vita, anima e verità: qui, in una parola, la verità del paesaggio – ha radici sommerse nel passato. E nel difenderlo è anche il passato che in qualche modo si difende. Cerchiamo allora di farlo con le adeguate cautele: senza indulgenze, senza nostalgie. E non dimenticando un monito che viene dal più citato, e meno praticato, Walter Benjamin (quello delle Tesi di filosofia della storia): nessuna storia si può raccontare, a nessuna storia si può tornare, senza l’Angelo della Storia; l’Angelus Novus che “sembra allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo”. La lezione, memorabile come poche, è la seguente: “Tutto il patrimonio culturale che [si] abbraccia con lo sguardo ha immancabilmente un’origine a cui non [si] può pensare senza orrore”.

Quindi, se nostalgia e rimpianto sono inevitabili, almeno li si mischi all’orrore.

Con questo viatico, con queste contraddizioni – il valore della verità e il giusto orrore, senza licenza d’uccidere – passo a svolgere il tema da me scelto per uno degli “esercizi spirituali” che sono andato scrivendo i questi mesi. Passo a svolgerlo, preghiera di pazienza, alle mie condizioni: trattandosi – fra l’altro – della mia città. Sì, intendo proporre il caso d’una intera città, Sassari.

E subito mi riesce utile una citazione che Benjamin fa di Gustave Flaubert: “Peu de gens devineront combien il a fallu être triste pour ressusciter Carthage”. A quale livello di tristezza bisogna essere scesi per risuscitare (con qualche chiacchiera) Sassari? In ogni caso, sono proprio questi due i punti del breve discorso che seguirà: l’insoluto debito di tristezza da cui parlando di cose simili ci si sente gravati, irrimediabilmente; e la non meno vincolante domanda: si può davvero risuscitare Sassari?

Punto primo. Forse mi spetta di diritto la tristezza d’una tale testimonianza – l’acedia, dice Flaubert, “che dispera d’impadronirsi dell’immagine autentica” delle cose (e che, secondo i teologi del Medioevo, è il fondamento ultimo d’ogni desolazione).

Ho qualche legittimazione per questo ruolo di testimone – ho detto altrove che mi è più congeniale esserlo a carico – considerando che vado per gli ottanta anni, da compiersi se Dio vuole l’anno venturo, e volente o nolente ne ho visto di acque scorrere sotto il ponte sassarese di Rosello. Mi assiste dunque l’infelice privilegio dell’età; e anche, se vogliamo chiamarlo privilegio, quello non meno malinconico di certi miei trascorsi. Perché sono autore d’una serie di discutibili esperimenti letterari che hanno Sassari come location: autore di narrazioni ambientate bon gré o mal gré più o meno in questa città, reo d’una fede involontaria – e tuttavia degna di riprovazione. In quelle mie storie – che ho cercato di raccontare guardando ai giorni nostri, anzi con l’animo sospeso verso i giorni futuri – è sempre forte l’appello alla memoria di giorni ben più lontani, quali possono spiarsi nei retaggi e negli intrecci di alcune vecchie famiglie s’intende d’invenzione.

Il mio Angelo fissa lo sguardo su quei giorni consumati, che sente in qualche modo suoi; e comunque gli sono abbastanza affini. Il tempo che ci separa da essi, per quanto denso di avvenimenti (guerre terribili, rivoluzioni epocali, la fine vera e propria di più d’un mondo – eccetera), non è tale da cancellare quella singolare quasi prossimità. Perché allora i padri e i nonni usavano raccontarsi, e i figli e nipoti usavano ascoltarli; e perché comunque la cultura risulta sempre tremendamente vischiosa: continua a fluire con una tale scoraggiante (o consolante?) lentezza… Figurarsi allora: allora che tutti i cambiamenti avvenivano senza l’accelerazione che solo dopo abbiamo conosciuto, e le generazioni si succedevano più vicine le une alle altre.

E certo l’eccesso di vicinanza, il farne parte, l’affetto che si è imparato a nutrire in una vita non aiuta all’approccio esatto, al senso delle proporzioni; ma deforma le immagini, persino incresciosamente, tra falsa percezione di sé, troppo compiacente o persino troppo severa, automitologia, autoreferenzialità. Si tratta di vizi propri d’ogni collettività: e dentro quella sassarese assumono accenti specifici; in genere credo un po’ più innocui che altrove: però disturbano, rendono a volte insopportabile la “sassareseria”.

La nostra pagana (da pagus, villaggio) anima comune, allora. O se si preferisce la nostra identità – misteriosa come tutte: quanto è possibile fuori dalle correnti mistificazioni e autoassoluzioni.

Cos’è stata? La crisi di senso che adesso avvolge il mondo, specificandosi anche in crisi d’identità – d’ogni identità –, rende ulteriormente difficile la risposta, che pure riguarda non l’oggi ma il passato: perché ci sono venuti a mancare i punti di riferimento, di paragone, perché non abbiamo più un metro sicuro in mano. E allora viene da rifarsi solo alle notizie dirette e immediate che si possono avere di questo fantasma sassarese: notizie tratte dalla personale memoria delle povere cose vissute e non di quelle lette. Ho già detto che parlo solo come testimone: testimone oculare.

E, ripeto, solo alle mie condizioni. Non credo basti rimanere al di qua d’un fondale di scena, del praticabile d’un palco deserto.

Ogni mio coetaneo lo può ricordare: allora, in quegli anni remoti, l’aria era talmente tersa che, da Mulino a Vento, nel cuore della notte si sentiva l’ultimo treno entrare fischiando dentro la stazione deserta, all’altro capo della città. E se era autunno di notte poteva giungere anche il tintinnio lieve dei campanacci, il calpestio insistente delle greggi, sul lastricato di via Roma o sull’asfalto bagnato di viale Umberto: in transumanza verso le brulle distese della Nurra. L’insonne che si affacciava un momento alla finestra vedeva scomparire nell’oscurità di fondo, dietro la cantonata, gli aloni oscillanti delle lanterne dei pastori. Poi al mattino il grido giù in strada del vecchio di Desulo, sceso dal lontano paese di montagna a vendere cucchiai e mestoli di legno intagliato, confermava che la stagione era cambiata.

Sono referenze troppo scarse? Almeno non sottovalutiamo l’utilità di partire da esse: ci sono porte che si aprono solo con chiavi così piccole. Sono tracce, sono segni di tutto un mondo scomparso; e quella che chiamiamo identità o anima si manifesta – si manifesta davvero – solo in queste esigue parvenze materiali.

Aggiungiamo dunque che nelle belle giornate di sole, o talvolta anche nelle schiarite appena cessava di piovere, dai terrazzi, dalle finestre – da non poche finestre –, dai terrapieni di Sassari, l’Asinara appariva a portata di mano, con il suo golfo – alla lettera, quasi si poteva toccare: quel mare come un prolungamento della città.

Ma cosa ci dicono queste poche, tardive epifanie? Non solo che quell’aria incredibilmente tersa adesso non esiste più, e il golfo dell’Asinara ci appare, quando ci appare, come un’illusione opaca, dentro la foschia. Ci dicono e ci ricordano anche altro: Sassari allora non era solo Sassari. Non era soltanto un agglomerato di case, di strade, di vicoli, di piazze e piazzette: era un cuore che batteva dentro un corpo più grande del suo: era un centro vivo di relazioni, il risultato di non poche disparate mescolanze e contraddizioni vitali.

La città era nata contadina. Aveva attorno molti orti grassi, fertili, frutto di grandi fatiche: per essi era famosa. Tanto che a noi sassaresi rimane il soprannome di magnacaura, mangiatori di cavoli: anche adesso che i nostri bei cavoli sono finiti. Sassari aveva pure una corona di oliveti, splendida, costruita con parecchio lavoro, i cui raccolti alimentavano nelle annate buone interminabili stagioni d’opera lirica al Civico e al Politeama. Fondatori, autori continui e custodi (finché è stato possibile) degli orti, degli oliveti e d’ogni altra coltivazione – e della più antica anima collettiva – erano li massai, li zappadori, li menghi: che a ogni alba lasciavano le casette della città vecchia per la campagna, in un servaggio della gleba cui non s’arrendevano mai del tutto, forti della fantasia della cionfra, d’un loro scherzo crudele e sempiterno; e d’una corporalità quasi metafisica. È mai esistita una santa Manzia? Eppure a questa Santa Manzia gloriosa e cimaggosa (cisposa) insieme, massai, zappadori e menghi usavano chiedere, con le cadenze severe dei canti religiosi dell’Isola, i gosos, una grazia abbundanziosa/ di giocca marina e vinu. Sassari era così: e la sua religione si esprimeva in parodia; ma forse era una religione vera.

Lu zappadori è naddu a lu rivessu/ battiggiaddu a lu bugiu e senza sali canta il concordhu (di quattro voci maschili). E mengo è presto diventato un insulto. Ma sono loro, questi personaggi veri e simbolici, nati al rovescio, battezzati al buio e senza sale, il nostro pedigree: i nostri dante causa, i nostri de cuius. Ci piaccia o no, siamo i loro eredi; anche se ne abbiamo rinnegato – peggio: totalmente dimenticato – il lascito.

In quel tempo lontano però si andava anche formando un ceto di artigiani capaci, appassionati di musica, di cui la città provava orgoglio. Insieme a un ceto di avvocati, medici e commercianti, borghesi d’allora “probi e arguti” (diciamolo pure tra virgolette), sempre presi in brighe, in decori adesso incomprensibili: ma che un senso ce l’avevano. Ed era un senso politico: di rispondenza sostanziale di quei rappresentanti ai loro rappresentati.

Così nella seconda metà dell’Ottocento la città aveva saputo uscire senza danno, anzi spingendosi in avanti, da una seria crisi economica. Aveva saputo superare l’impasse della sua tradizionale economia agraria con l’innesto di modi di produzione industriali e l’egemonia di nuove alleanze: con la comparsa d’un nuovo ceto dirigente, segnato da quella provenienza e insieme da una forte caratura intellettuale.

Però una tale laboriosa frittata, cucinata in non pochi anni del diciannovesimo secolo, aveva comportato la rottura – dolorosa e non inevitabile – di uova molto grosse. A voler censire le prime evidenze materiali: delle quaranta e più torri che circondavano la città doveva restare solo qualche reperto, presso un tratto ormai diroccato di mura; assai meno di qualche reperto del corso porticato; nulla, nell’attuale piazza Azuni, della chiesa di Santa Caterina, che esisteva – annota Enrico Costa – da prima del 1278; e del castello aragonese risalente al trecento troviamo ora solo le fondamenta e poche altre vestigia, scoperchiando faticosamente una piazza: di fronte alla caserma per le cui grazie il Secolo del Progresso aveva vittoriosamente abbattuto – excelsior! – il monumento feudale.

Quella così disfatta era la città contadina. Giacché col tempo poi anche molti oliveti sono stati spiantati, e gli orti, tutti, sono stati praticamente cancellati, per far posto ad anonimi quartieri urbani, a squallide borgate – in seguito a qualche seconda casa d’un ipotetico stile mediterraneo (“smeraldino”). E venendo in tal modo ai giorni nostri, o quasi, delle villette liberty e delle successive villette déco, edificate nei primi decenni del Novecento dagli estri di una piccola borghesia laboriosa, in viali di antiche periferie, cosa rimane? I figli, o i figli dei figli, non poche volte ci hanno fatto passare sopra le ruspe.

Una tale perseveranza diabolica induce a temere che si tratti d’una vera vocazione, propria d’una città testardamente impegnata, da sempre, a distruggere le sue memorie. Perciò noi sassaresi veniamo soprannominati impiccababbu? Non ci dispiace, forse per il modo indiretto del parricidio, mediante oblio e rimozione. Sassari consuma ciò di cui si nutre e se stessa? Se accade davvero, non è per il meglio.

S’aggiunga che si è perduta la posta giocata, fra gli anni sessanta e gli anni ottanta del secolo scorso, sulla grande industria petrolchimica: ai margini del golfo dell’Asinara, in una grande spiaggia bianca che s’era chiamata Marinella. Rimangono adesso i reliquati degli stabilimenti – laggiù: quasi dei fantasmi; e residua, offesa, dispersa – una cintura operaia cresciuta, al tempo della leggenda petrolchimica, tutt’altro che estranea alla città, anzi mischiata al suo più vero sale. Mentre quei capitalisti, che pure della città avevano posseduto rappresentanti politici, giornali e burocrazie, sono letteralmente spariti, senza lasciare tracce.

Sassari è diventata un agglomerato tutto terziario – ma terziario rispetto a che cosa? Diciamo un agglomerato di stipendi pubblici (oltre che di disoccupati), dove negozi e botteghe sono ridotti allo stremo dalla grande distribuzione; e con essi quel po’ di vita superstite in vecchie strade e vicoli. E dove per un non breve periodo di tempo l’unico gioco praticato è stato quello della speculazione immobiliare: far carne di porco del lascito territoriale e buona notte. Gioco divenuto sempre più ansimante, poi anche democraticamente contrastato: fino al buco nero della attuale crisi.

Ma è ovvio che non si può, non è giusto, nemmeno risponde a una lettura completa della realtà, concludere in questo modo. (E qui comincia il punto secondo del mio discorsetto: Sassari può risuscitare?) Non è giusto rassegnarsi alla débâcle: non lo vogliono i desideri di vita di cui Sassari non ha mai cessato di dare prova, conformemente alla sua storia; e a un suo residuo patrimonio, forse non inconsistente. Alla resa dei conti, non si sa come, questa città può sembrare meno disumana di troppe altre, nel suo accontentarsi di poco restando incontentabile, nel suo amarsi dando continue prove di crudeltà – equa o iniqua – verso se stessa. Usarsi accanite cattiverie, deridersi, è la cosa che i sassaresi sanno fare meglio. Ma poi non sono soltanto cattiverie e derisione: è assai di più, una sorta di controcanto su di sé e a contrariis sul mondo e sull’esistere. Assai di più: addirittura, una vera e propria scuola di vita.

Così i sassaresi si trovano allenati ad “agguantare”, loro dicono: a resistere, a tenere botta, con rare, sottili dosi di ironia e con molto più frequente e non meno spietato sarcasmo. Ne risulta l’immagine d’una dignità soggettiva che ha saputo sopravvivere a logoramenti costanti, reiterati: protrattisi per secoli e secoli. Giacché noi non abbiamo mai abitato in nessun Eden: e dunque non ne siamo mai stati scacciati; e il nostro Angelo della Storia, come quello di Walter Benjamin, guardando al passato vede anche cose per le quali può solo provare orrore.

Ai sassaresi serve provare orrore – e, meglio, senso di ribellione – anche di fronte a certe cose odierne: quanto essere fedeli ai temi della loro storia. Temi che abbiamo nominato e che restano questioni aperte sull’oggi – con etichette appena mutate. Perché uno dei nuclei strategici, non solo urbanistici, rimane la città antica, il centro storico come diciamo ora. Su di esso – che è un bene di tutti – va appoggiata una importante leva, anche economica: in termini di riuso, rivitalizzazione commerciale, regola del traffico; è proprio vero che l’anima ha sempre strettissimi nessi col corpo. Così quello delle campagne sassaresi resta un grosso nodo non sciolto: l’agro, lo chiamiamo, con la questione aperta delle sue borgate, del rispetto delle ragioni della natura, del riparo dagli sconvolgimenti antropici.

Ma bisogna insistere sulla ricchezza umana dei singoli e delle aggregazioni sociali. Di queste Sassari è sempre stata dotata, a cominciare dalle antiche corporazioni dei mestieri, i gremi; che oggi possono trovare eredi anche nelle più o meno innominate associazioni aventi scopi culturali, politici o ecologisti. Credo che esse costituiscano segni di non sopita vitalità, prenotazioni non vane di avvenire: meritando fiducia.

E bisogna insistere sulla scuola di politica che Sassari è stata a lungo: non a caso abbiamo dato al paese due presidenti della Repubblica e uno straordinario leader del maggior partito d’opposizione. Vuol dire che quelle che potevano apparire beghe e contese provinciali, come piacevolmente le leggevamo negli annali di Enrico Costa, erano di più, molto di più. Significavano rispondenza naturale di quei piccoli rappresentanti ai loro rappresentati; e che tutti, rappresentanti e rappresentati, alla fine facevano parte della stessa anima. Con il primato dell’intelligenza e del meglio disponibile per l’attuazione del bene comune. È quella consonanza, quella democrazia, quella verità di Sassari repubblicana che va ritrovata, ricostruita in termini d’oggi.

Ho tentato di elencare gli elementi portanti dell’identità sassarese, come ci è stata tramandata e come non vogliamo venga dispersa. Ma se ci si ferma alla mera dimensione municipale, o poco più, si va a perdere. La misura grettamente municipale non è mai stata la nostra, tanto meno può esserlo oggi. Sassari – per storia e memoria, per suo comprovato destino – si salva solo se riesce a rappresentare un territorio assai più vasto di quello dei suoi confini comunali. Se torna a essere un cuore pulsante fra i suoi due mari, di settentrione e d’occidente; se diventa punto di riferimento di zone più interne, anche oltre il Logudoro e il Meilogu. Se riesce a mostrarsi parte della grande anima sarda: a vivere anche di essa, a crescere anche con essa.

Ma sarebbe illusorio ritenere che la partita si concluda in ambiti regionali, quando gli stessi limiti nazionali ora le risultano stretti. Non c’è luogo al mondo, per quanto piccolo, che possa davvero esistere se non è capace di instaurare la sua vertenza col mondo: se non affronta le vie del mondo, se non si prova a contribuire alle scelte e alle sorti del mondo. Una tale responsabilità sproporzionata pesa anche sulla nostra città, cui l’essere sede di università può giovare. Ma soprattutto si tratta di cogliere la sconfinata grandezza dei problemi e di provare a non esserle impari: si tratta di adeguare ottica e vita a ciò che davvero conta e decide.

Viene da concludere in due battute, che forse delineano le coordinate dell’intero discorso. Queste coordinate sono assai distanti fra loro: però non è illecito, anzi è necessario, mettere insieme i più grandi e i più piccoli.

Ho già detto che l’orrore di Benjamin, se si proietta sul presente, riesce salutare a ogni comunità: anche a quella sassarese. Ma va accompagnato, senza mitigarlo, con la carità. Proprio la cariddai di cui dice un lontano sonetto di Pompeo Calvia: attribuendo a Enrico Costa, sul letto di morte, un’invocazione di carità per Sassari: pa Sassari ha invucaddu cariddai.

Questa rimane, credo, la chiave indispensabile di ogni nostro oggi e di ogni nostro domani. Non esiste verità, compresa la verità del paesaggio, che possa farne senza. E solo la superstite cariddai (di Enrico e di Pompeo) può dare senso alla condizione permanente di noi sassaresi. Quella nella quale ci siamo rappresentati in un’antica gobbula (per voce maschile e trimpanu) registrata da Pietro Sassu: Noi andemmu terra terra | che li cristiani vivi. Non c’è altro andare che questo, sulla bassa superficie della terra, a tentoni, per qualsiasi drappello umano che si inoltri dentro la vita e la storia: dentro la realtà incerta e faticosa della propria vita, dentro la gremita e buia realtà della storia – in cui è arduo trovare un varco. E dunque il nostro andare ha diritto alla giusta pietà.

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