La questione senile

di Piergiorgio Giacchè

disegno di Claudia Palmarucci

 

“Questo non è un paese per giovani”, si sente dire spesso, non senza ragione ma sempre con meno convinzione. “Non c’è niente per i giovani”, era del resto un lamento altrettanto frequente, negli anni del trionfo delle discoteche e delle sale gioco. È stata e sarà ancora lunga la telenovela sulla gioventù ieri bruciata e oggi fregata, ma il pubblico anziano che la guarda – come anche il pubblico potere che la produce – mentre si commuovono, pensano al loro tornaconto. Già, perché non tornano i conti, ed è questo l’allarme vero che sta dietro le preoccupazioni e le protezioni e le valorizzazioni che si riversano sui giovani d’oggi, ahimè senza domani… “Avvenire”, inteso come giornale, qualche tempo fa aveva in prima pagina un titolo squillante – L’ultima campanella – completato da un sottotitolo freddo e calcolatore: “L’inverno demografico gela la scuola: fra 10 anni 1 milione di studenti in meno, 55mila prof di troppo!”. Ecco dove va a parare un giornale “cattolico” indeciso fra la crisi della produzione e il calo della riproduzione. Il fatto è che, in avvenire, la “questione giovanile” somiglierà sempre di più a quella dell’uovo e della gallina: i giovani sono in via di disoccupazione o in via di sparizione? E quale delle due vie preoccupa di più un “paese per vecchi” come il nostro? “Francamente se ne infischiano”, direbbero gli anziani telespettatori se fossero sinceri come il protagonista di Via col vento, giacché il futuro dei giovani in fondo è “affar loro”: sono così abili in informatica e felici in connessione e veloci in emigrazione… Ma poi, esauriti i complimenti e gli auguri di “largo ai giovani”, tutti avvertono che nella stretta presente fra la mancanza di lavoro e la penuria di nascite, si nasconde una “questione senile” grande come una casa, anzi è tutta la casa che c’è…

Anche non volendo contare i beni e i soldi per lo più in loro possesso, tutti sanno che senza i nonni non ci sarebbe più famiglia che tenga o società che venga: la longevità è una iattura economica per le future pensioni ma intanto è la felice occasione del tempo presente. E però, a dirla tutta, il fatidico allarme del “senza futuro”, prima della sventura giovanile si applica all’eterna breve avventura senile, anche se la pubblicità e la sanità fanno miracoli, e i vecchi – dicono le statistiche e temono gli economisti – di futuro ne hanno già troppo.

Non si sa più se la crisi demografica dipenda di più dalla mancata riproduzione o dalla esagerata longevità, ma sottotraccia la “questione senile” si fa largo nella privata convinzione anche se ancora non esplode nella pubblica opinione: la lunga vita degli anziani è un dolore e un valore nello stesso tempo, e l’allungamento della vita, da sorgente di speranza per tutti si sta avviando verso la foce dei tanti che dovranno chiedere la carità… E come si vede e si promette durante le elezioni, la pelosa attenzione verso i giovani e la pietosa beneficenza verso la povertà unificano tutti i partiti e in apparenza anche tutti gli elettori… Ma gli uni sbagliano e gli altri mentono: sotto sotto, tutti i “vecchi” rappresentanti dell’antico ceto medio (e medio-alto) temono che sia la loro classe a liquefarsi troppo in fretta… Perfino i pensionati d’argento e fra poco anche quelli d’oro (come confessa Walter Siti nel suo mirabile libretto sull’economia, Pagare o non pagare) avvertono, con animo perturbato e commosso, la minaccia di un calo di reddito di là troppo presto da venire, prima cioè di chiudere in bellezza ovvero in ricchezza la propria esistenza. O insistenza?

Messo così, il tema del confronto generazionale lo si misura con la stessa forbice spalancata che divide i tanti poveri dai troppo ricchi, come se anche fra le classi d’età ci fossero soltanto i due poli estremi dei morituri che non salutano e dei nascituri che non arrivano. In mezzo invece c’è dell’altro, anzi ci sono tutti gli altri ancora attivi e generativi. E però in quel mezzo non sta la virtù ma una viziata vasta pluriclasse di mezza età – oggi tra i quaranta e i settanta (ma domani tra i cinquanta e gli ottanta?) – tanto dominante quanto impotente, avida di presente e povera di coscienza, che fa di tutto per resistere, magari con meno figli e magari aspettando l’eredità dei padri. Sono giudizi cattivi e sbrigativi e rimproveri che non andrebbero generalizzati, se non fosse forte l’impressione che – fra le generazioni – proprio gli adulti messi meglio sono quelli che si comportano peggio: gli adulti – che significa ”cresciuti”, ma non ne sono convinti – per lo più tirano a campare e a sostare, sia in politica che in economia, per non parlare della cultura di massa che li nutre e li consola, intrisa di un buonismo che non dà soluzione ai problemi ma concede a tutti l’assoluzione. Certo, come adulti ci si sente in colpa ma ci si fa l’abitudine, e poi “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, e non saremo certo noi adulti a incominciare la guerra, ovvero il conflitto generazionale. Anzi, se gli adulti di oggi hanno un merito è proprio quello di aver fatto scoppiare la pace intergenerazionale, tramite una complicità anzi un’amicalità che si regala ai figli e ai nipoti fin dal primo compleanno, pur di avere in cambio il premio di un giovanilismo infinito: non quello che ciascun adulto si procura da solo in palestra o dall’estetista, ma quello di fingersi coetanei, condividendo con i bambini e poi ragazzi e poi giovani le stesse esperienze, e se possibile (e anche se è impossibile) le stesse emozioni. Infine tutti, piccoli o grandi, si chiamano per nome e non per ruolo, si nutrono degli stessi nuovi consumi o delle antiche mode che ritornano, si scambiano gli stessi giocattoli prima e gli stessi abiti dopo, realizzando una intercambiabilità che sfiora la confusione, pardon la perfezione, quando tutti siano finalmente armati di confidenza e di pazienza. Non funziona sempre o forse non funziona mai questa “corrispondenza d’amorosi sensi”, ma niente sembra corrodere un modello culturale che ha il gusto e il colore e forse il valore dell’utopia.

Non si sa se questo modello ai giovani piaccia o davvero faccia comodo (ricordate i ”bamboccioni”?), ma l’affettiva e invadente utopia degli adulti, se non li convince comunque li schiaccia. Malgrado gli strilli dei giornalai e i richiami degli intellettuali circa un “conflitto” previsto come imminente da una pioggia di dati a cui non seguono i fatti, i giovani non si ribellano e non aprono nemmeno loro le tradizionali ostilità: non possono nemmeno farlo più – a detta del grande vecchio Giuseppe De Rita, secondo il quale il Sessantotto avrebbe vaccinato tutte le generazioni future dalla protesta, dalla contestazione, da ogni rituale “rivoluzione”…

I giovani “medi” in effetti – che siano bravi studenti o precari lavoratori – se ne stanno “buonisti” anche loro: vanno alla “buona scuola” e sperano in quel “buon lavoro” che nessuno di loro si aspetta più. Non ci credono ma si consolano, mimando i loro padri e amando i loro nonni. Non “fanno famiglia” ma perché ce l’hanno già e in molti ne hanno due, e infine la fertilità riproduttiva non li attira: si dice perché mancano gli stipendi fissi e gli asili nido, ma questa è voce della vecchia politica e non della nuova cultura.

Che i giovani siano messi male non c’è dubbio; che lo sappiano è anche questo certo; ma che lo vogliano ammettere o appena sentirselo dire… beh quello è un altro discorso, o forse un diverso percorso della coscienza e quindi dell’azione. Dall’altra, anche gli adulti e gli anziani non si sentono o non ci sentono troppo bene, quando scoprono la ruota e si lamentano che “i giovani d’oggi” non ascoltano, non obbediscono, non hanno voglia di andare a scuola… È stato così da sempre, e magari da sempre non è mai stato vero…

Quella che è davvero sta peggio è la scuola, che a colpi di riforme, rischia l’assimilazione con il “riformatorio”, non nel senso di una prigione ma di un campo di battaglia dove si scontrano tutte le confusioni ideologiche e le confessioni pedagogiche, e dove si accumulano le attenzioni e le tensioni. E non è un caso allora se i vecchi e i giovani se la prendono spesso con gli insegnanti, che da formatori culturali si convertono in infermieri sociali… una “bontà loro” che è la loro rovina. Capri espiatori sia dei genitori che dei figli, i maestri e i professori sono i bersagli privilegiati delle critiche, accusati sia delle loro mancanze che delle loro competenze, in una parola della loro funzione. C’è una supponenza e una insofferenza verso i docenti che come si sa arriva alle botte dei padri tifosi e agli scherzi pesanti dei ragazzi più nervosi. La cronaca ci va giù pressante, segnalando ogni drammatica scenata madre e ogni tragica esibizione dei figli ai danni di professori “che danno brutti voti e poi non sanno tenere la disciplina”: testate con casco e pistole scacciacani e uno sfregio scappato di mano nei casi più eclatanti. Certo, sono casi estremi ma non ci sono più giusti rimedi: la scuola, quasi più della strada, è diventata la scena privilegiata di una “maleducazione” che sembra generare invece di correggere.

La scuola ha dunque quello che si merita? La gente “media” lo pensa davvero, anche quando non lo dice: se la scuola non promuove tutti e non prepara bene e infine non trova lavoro… che scuola è? Che ci si va a fare? E perché pagare – poco, s’intende – un personale privilegiato che lavora poche ore e gode di un sacco di vacanze?

E allora, come si parla di malasanità ogni volta che un medico sbaglia (ma in definitiva tutte le volte che non guarisce), così un insegnante che non fa passare agli esami i suoi ragazzi fa malascuola… Non lo diceva anche don Milani?, pensano e sentenziano tanti genitori che hanno letto la sua “Lettera” senza capirci niente…

L’ignoranza fa il paio con la presunzione, e nella mentalità corrente la scuola di tutti e per tutti è vista e vissuta come uno scuolabus che deve arrivare fino al traguardo della piena occupazione. Di questo fine è diventato convinto anche il personale viaggiante, che non si accorge che la sua caduta di prestigio o il suo crollo azionario non è dovuto alla misera paga ma alla sovrabbondante richiesta di funzioni e missioni di cui la scuola è stata progressivamente incaricata. Fino a farle perdere il senso alto e lo spazio libero di una sua “autonomia”, una volta messa al “servizio” di tutti e per tutto: la Scuola non può star dietro e nemmeno sotto la Società, come fosse insieme la prima fabbrica e l’ultima spiaggia delle aspirazioni e formazioni e salvazioni richieste nel tempo presente, anzi futuro. Ogni problema e ogni intervento sui cento giorni della memoria, sulle questioni e le passioni dell’ecologia e della legalità, della mafia e della droga… viene “scaricato” nella grande rete relazionale della scuola, dove piovono esperti e conferenzieri di ogni genere, generosi di suggerimenti e terapie di ogni tipo. La scuola è diventata l’ospedale di una cultura decaduta e di una società malata. Si pretende troppo e le si dà troppo poco, ma anche se fosse piena di soldi non ce la farebbe.

Intanto la famiglia non c’è più e così la fabbrica e il quartiere, il partito e la parrocchia e ogni vecchia illusione di comunità e agenzia di solidarietà. Ciascuno è solo sulla soglia della scuola, ed è subito sera.

Una scuola tesa allo svolgimento di tutti i temi e alla soluzione di tutti i problemi sociali, una scuola spinta all’aggiornamento o all’inseguimento delle innovazioni della comunicazione, della connessione, della tecnologia… non può non pagare lo scotto della delusione e non rischiare l’assalto della derisione. Non è più credibile, ma solo perché non è possibile: non esiste e non è mai esistita una scuola “al servizio” ovvero “alla bassezza dei tempi”, ma al contrario la sua vera ambizione è sempre stata quella di prefigurare e preparare tempi migliori e degni, appunto, della Scuola.

Così dovrebbero ricordare i vecchi studenti che la contestavano e raccontarlo ai giovani che infine – perfino quando fanno i bulli o le pupe – vi si adeguano…

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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