Cosa intendere oggi per poesia

di Durs Grünbein. Incontro con Davide Minotti

 

Partiamo da qui. Lo scorso 13 marzo Durs Grünbein è stato ospite al Kulturpalast di Dresda insieme allo scrittore Uwe Tellkamp per un incontro che ha generato molte polemiche. Muovendo da posizioni ideologiche opposte, i due sono stati invitati a parlare di libertà d’informazione, politiche sociali e immigrazione. Parliamo del contesto di riferimento, dell’umore dell’opinione pubblica tedesca su questi temi.

Una larga parte della società tedesca mette in discussione il senso della propria libertà: molti pensano che la libera opinione sia in pericolo perché controllata dai media. Ci sono addirittura teorie del complotto, secondo le quali i canali di informazione farebbero circolare false notizie. La tesi alla base di queste critiche è che un sistema di potere agisce sottotraccia per manipolare le opinioni dei cittadini. Queste tesi mi hanno colpito, ma non convinto. Penso infatti che la libertà d’opinione non sia in pericolo. Vedo però chiaramente che questa società e la sua stessa democrazia sono in crisi sotto molti aspetti. Una profonda crisi economica, culturale e politica, a cui si è arrivati per mezzo di un’estenuate guerra d’opinione: un conflitto che porta di nuovo al successo gli estremismi sia di destra che di sinistra e indebolisce il centro. Ci sono quindi delle forze che desiderano questa spaccatura a livello sociale e si attivano affinché diventi sempre più profonda, come nel caso dei comizi della destra populista a Dresda. So bene che è un problema diffuso dappertutto nel mondo occidentale, anche in Italia. Eppure mi ha sorpreso che esista una parte disagiata della società, che si interroga sul valore effettivo della libertà d’opinione o addirittura evita di informarsi. Il rischio è che questa incertezza generi nuove contrapposizioni. Non parlo della vecchia dicotomia tra sinistra e destra, ma piuttosto delle contraddizioni tra poteri locali e globali. Le proteste di Dresda sono la manifestazione locale di un fenomeno più grande, radicalizzato ormai in tutta Europa: come in Austria, dove la protesta è diventata lotta identitaria a difesa della patria e del regionalismo, in contrapposizione alla vastità del mondo, a quel processo imprevedibile che è la globalizzazione. La mia predisposizione, quella del cosmopolita o forse del pensatore di sinistra, mi porta a difendere questi mondi nel momento in cui vengono attaccati.

Che genere di attacchi? E chi sono le vittime?

Negli ultimi vent’anni il capitalismo è diventato più aggressivo in maniera quasi impercettibile. Il tanto celebrato progresso dei nuovi media, delle economie alternative e della sharing economy non ha fatto altro che accrescere la forza del capitalismo, la cui aggressività si è estesa a tutti i livelli della vita privata, persino all’intimità. A pagarne le conseguenze sono i cittadini, sempre più a disagio e confusi, ma sono stati loro che hanno alimentato questo meccanismo in quanto consumatori. È come ritrovarsi con una malattia auto-infetta e prendersela con le proprie immunodeficienze. Dunque il capitalismo è dappertutto, agevolato da un impoverimento generale e dalla feroce distribuzione delle ricchezze. L’immagine che fa da sfondo è quella degli ultimi miliardari che hanno ormai soverchiato gli ultimi milionari. Sembra uno scherzo, ma più o meno è questo il processo: sono rimasti un paio di miliardari e non c’è più niente nel mezzo, nessuna forma di produzione alternativa. Sono queste le conseguenze storiche del capitalismo, soprattutto nel nord-est europeo. I governi occidentali appoggiano infatti i grandi modelli capitalistici, tant’è che si sente spesso parlare di salvataggio dell’industria pesante, di quella automobilistica o di altre grosse attività. In stallo rimangono sempre i settori minori, quelli che stanno nel mezzo, come i servizi al cittadino. Questo è lo scenario di riferimento, che ha comportato una profonda insicurezza e un forte squilibrio a livello locale, come in Sassonia.

In che modo il dibattito locale incide sulla scena politica tedesca?

Ad esempio, in Sassonia la crisi migratoria non è stata avvertita finché i primi migranti non sono arrivati sulle rive dell’Elba: solo allora il problema è diventato concreto, prima erano notizie. Gli italiani sono sensibili al destino dei flussi migratori perché convivono con l’idea che nuove navi sbarcheranno ogni giorno sulle coste; al nord invece si tende a relegare l’immigrazione come un problema altrui. Ma nel momento in cui i rifugiati mettono piede sul suolo tedesco – come nel 2005 con l’espansione dei criteri di ammissione voluta dalla cancelliera – accade che l’opinione pubblica si polarizza. Da una parte ci sono quelli che solidarizzano e auspicano un serio intervento umanitario; dall’altra quelli che si isolano. Il conflitto fra le parti ha diviso in due l’intero scenario politico e ha determinato la crescita di un partito come Alternative für Deutschland (Afd). Alla base del loro programma c’è la reazione a due crisi: l’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea, ma ancora di più la politica di accoglienza. Si tratta di partiti che professano la necessità della difesa territoriale proprio come nel regno animale. Non c’è agenda, solo un programma molto vago.

Veniamo quindi allo scontro con Uwe Tellkamp, uno scrittore che proviene anche lui dalla Repubblica federale.

C’è da dire che il nostro incontro era stato ideato sin dall’inizio come una sfida, persino nelle fotografie: poco prima di salire sul palco un fotografo ha voluto che posassimo dandoci le spalle, proprio come due litiganti. Certo, è una richiesta tipica e comprensibile da parte dei media, che sopravvivono di tutto ciò che riescono a inscenare come controverso. Basti pensare alle campagne elettorali, in cui c’è sempre bisogno di almeno due contendenti. Si tratta in fin dei conti dell’antico principio agonale della cultura occidentale, che oggi viene inteso come confronto o dibattito pubblico e poi venduto bene dai media. Per me la sorpresa è stata la posizione del collega Uwe Tellkamp, che conoscevo soltanto tramite le opere e il nostro editore comune. La sua strategia è consistita praticamente in questo: ha portato una lista di problemi da esporre senza alcuna voglia di dialogare, discutere o argomentare. L’unica cosa che desiderava era protestare e per di più mi è sembrato che protestasse proprio contro di me. Mi sono ritrovato in un’insolita posizione, perché dal canto mio sono molto aperto e bendisposto a parlare con tutti. Recentemente in Germania ha avuto successo una pubblicazione di tre giovani storici dal titolo Mit rechten reden, che in italiano significa un dialogo con le destre ma anche con i diritti. Per me non è un problema parlare con le destre se necessario, ma bisogna essere messi nella condizione di parlare; non soltanto essere minacciati, insultati o provocati. E ho avuto anche l’impressione che non fosse previsto un dialogo tra di noi, ma lo scontro a tutti i costi con particolare interesse verso il pubblico che infatti acclamava e applaudiva. Tutto questo è continuato nei giorni successivi, in cui Tellkamp si è dichiarato una vittima della società dell’informazione, ma non è affatto una vittima: ha deciso autonomamente di non parlare con i media, di non rilasciare interviste o scrivere articoli. Anche se ovviamente la settimana dopo è stato pubblicato un manifesto a firma di molti politici ed editori tedeschi, in cui lui era presente insieme ad altri volti noti che hanno manifestato per la chiusura dei confini e per una politica più intransigente verso i migranti. Questo è lo schema, cioè che il dialogo va sempre e comunque aggirato.

Alla luce di questo incontro, ritiene che la poesia civile possa ancora rivendicare una funzione necessaria? Che ruolo ha il poeta?

Ciò che io contesto è che la poesia in quanto poesia conti ancora qualcosa. Non c’è più nessun culto dei versi. Non c’è, in altre parole, l’immaginazione di un ruolo metafisico della poesia nella società. La poesia è politicizzata e coinvolta nelle lotte del quotidiano, così come lo era stata nel dibattito culturale del ventesimo secolo, ma oggi semplicemente non è un organo essenziale, a differenza dell’industria pubblicitaria e dell’informazione politica. Dunque la poesia non è più richiesta in quanto poesia, ma noi scrittori abbiamo comunque il compito di formare opinioni attraverso parole chiave. In questo vedo ancora un ruolo utile, capace cioè di creare le basi metafisiche del pensiero, un canone di valori silenzioso e non invadente, senza programmi e senza affiliazione politica, in grado di formare gli uomini in senso umanistico. Il lettore determina il proprio carattere e le opinioni dal confronto con lo scrittore, dunque nel mio caso attraverso le poesie. Non sono necessari i capolavori, come invece accadeva nel diciannovesimo secolo in cui Dostoevskij veniva letto perché offriva un determinato modello morale. Questi grandi scrittori non sono mai stati d’ispirazione per me tanto quanto i singoli poeti, che con le loro potenti opere hanno influenzato il mio comportamento più di qualunque dibattito politico. Un aspetto fondamentale della poesia moderna è descritto da Pasolini in un famoso passo in cui chiede ai lettori: “non leggetemi come si legge un poeta”. È tratto da un discorso in cui si presenta al pubblico americano e racconta di come, giovane poeta friulano, sia poi diventato regista e abbia scritto saggi e manifesti. Chiede soltanto di non esser letto come si legge un poeta. Vale a dire: so come si legge Leopardi, ma questo non può più accadere e vi chiedo di prendermi sul serio così come fate con i vostri politici e filosofi. È importante rimarcare l’effettiva marginalizzazione della lirica, relegata a hobby, attività secondaria, passatempo per adolescenti o casalinghe. Non è corretto se dall’altra parte c’è il poeta che mette tutta la propria umanità sul piatto della bilancia e meriterebbe in cambio di aver riconosciuto il senso del proprio operato. Al tempo stesso non sono sicuro se sia giusto che il poeta esponga ancora la propria opinione. Certo, ai politici piacerebbe molto. Mi è stato chiesto di parlare al Bundestag in tante e tante occasioni, ma significherebbe perdersi in quanto poeti perché l’essenziale sta nell’assoluta concentrazione nei propri versi. È un enorme conflitto, se si considera il ruolo civile del poeta.

A tal proposito, nel luglio del 2016 ha pubblicato sul “Frankfurter Allgemeine Zeitung” un componimento intitolato Apolitisches Gedicht, poesia apolitica. Un titolo programmatico.

Sì, con cui volevo dire che nel corso della sua esistenza l’uomo viene letteralmente forgiato. Per questo termine c’è una parola tedesca molto versatile, geschliffen. Per esempio, è forgiato chi intraprende una carriera militare, ma anche il diamante che viene intagliato e riluce. Con questa metafora mi riferisco a un determinato modello sociale, all’uomo che ha ricevuto istruzione e disciplina. Capita infatti che l’essere civilizzato prenda improvvisamente parte a una forma di aggressione comunitaria. Il ventesimo secolo ha insegnato che persino le élite culturali possono partecipare a un progetto omicida; neanche l’istruzione fungeva a difesa dall’inumanità. Partendo da questa conclusione, alcuni grandi filosofi del pensiero hanno deciso di ritirarsi. Prendiamo ad esempio il caso del filosofo Ludwig Wittgenstein. Alla fine della prima guerra mondiale, in cui viene decorato per il valore militare in prima linea, decide di rassegnare le dimissioni. Poi dà via l’eredità perché non vuole possedere nulla e abbandona persino la carriera accademica. Inizia a lavorare come semplice insegnante e lo fa perché capisce che i grandi sistemi sono troppo aggressivi; che i singoli finiscono per partecipare in questi complotti, diventando parte di un immenso macchinario burocratico e amministrativo. Porto quest’esempio perché spesso i filosofi si pongono le domande esistenziali più rilevanti.

Quindi è apolitico tutto ciò che sfugge a questa programmazione?

Sì, questa più o meno è l’idea di stato puro, il Rohzustand. Mi chiedevo se resta in qualche modo la naturalezza dell’uomo oppure se la società viene effettivamente forgiata, cioè programmata a livello politico. Al giorno d’oggi l’istruzione è solo una forma di programmazione politica portata all’estremo. Al contrario, il principio del mio umanesimo è che ogni uomo è uguale e deve avere gli stessi diritti sulla terra. Ognuno deve poter disporre delle stesse possibilità di sviluppo. Tutto il resto è prevaricazione, perché non esiste alcun privilegio. A differenza di quanto argomentano le destre e i nazionalisti tedeschi, non c’è nessun privilegio, nessun merito nell’essere tedeschi; è solo una casualità della nascita. So bene che alla fine esiste la Realpolitik, cioè il compromesso. Anche per quanto riguarda l’immigrazione possono e devono esserci compromessi. Lo stato sociale è un’entità fragile, che non può accogliere molti in una volta sola altrimenti finisce per incrinarsi, ma anche questo dev’essere contrattato. Ad esempio, un grande mistero è perché la Germania non abbia ancora emanato delle leggi di accoglienza. I partiti non riescono a mettersi d’accordo, ma altre nazioni come il Canada hanno già provveduto. Si tratta di tutt’altra area geografica, ma certi analisti di geopolitica fanno paragoni e in parte hanno ragione, data la centralità della Germania in Europa. Il che la rende naturalmente una meta ambita per molti.

Lei invece ha scelto Roma come dimora da diversi anni. Nell’ultima raccolta Zündkerzen, c’è un componimento intitolato Der Fremde. Si sente straniero?

Certo che lo sono, così come lo era Nietzsche. Tuttavia non esiste un’unica definizione perché c’è anche lo straniero in terra natia, o lo straniero proprio nel suo essere estraneo agli altri, oppure ancora c’è la perdita dell’identità. C’è poi il cittadino del mondo che è ovunque tranne che a casa e che proprio a casa risulta in verità uno straniero. Un’altra dimensione sarebbe allora quella di Camus in Lo straniero, un romanzo che pone un enigma valido ancora oggi, quando durante il processo il narratore capisce di essere estraneo alla propria società: non ha modo di difendersi e, messo davanti alla legge, può solo assumersi la colpa. Ho sempre trovato interessante questa rappresentazione dello straniero perché riflette come mi sono sentito in diverse fasi della vita. Sono nato all’interno di un socialismo ermeticamente chiuso. Hineingeboren, nati dentro, così diciamo in tedesco. Era il 1962 a Dresda, il muro era in piedi già da un anno e sin da subito mi sono sentito avulso a quel progetto di società. Non ero soggetto ma piuttosto oggetto: un oggetto della manipolazione, da cui si pretendeva sempre qualcosa e si impartivano ordini. In altre parole, le prospettive di vita erano già evidenti in partenza e tutto era programmato dalla nascita alla tomba. Questo io non lo volevo e presto ho maturato la necessità di andar via: non ho mai preso parte a dibattiti politici, non mi sono mai chiesto se fosse meglio il capitalismo o il socialismo; sapevo solo che ciò che avevo non corrispondeva a ciò che volevo. Anche adesso quello che ho non è quello che voglio, quasi come se fossi di nuovo straniero, ma è inevitabile nella misura in cui il poeta immagina costantemente la propria prospettiva di vita: non può sottostare a compromessi, è così. Poi a partire dal 1989 ho viaggiato e visto tanto del mondo, ma vengo volentieri in Europa meridionale e soprattutto in Italia. Qui ritrovo il senso dell’antico, l’arte e l’architettura del cristianesimo: tutti elementi per me molti importanti che hanno caratterizzato la nostra civiltà. Ho come l’impressione di essere alla fonte, e però si tratta di una fonte smunta, degradata, maltrattata, perché nessuno se ne prende più cura. Trovo affascinante la prospettiva che in Italia tutte queste cose non siano oggetti sacri o pezzi da museo e che anzi trovino ancora un utilizzo quotidiano, mentre in altre parti del mondo occidentale sono state sterilizzate. Qui gli antichi non vengono sterilizzati e il senso del cristianesimo è ancora vivo e forte.

Ma tutto questo viene spesso travisato e strumentalizzato proprio a livello politico.

Dipende da cosa si intende per politica. Dal mio punto di vista pesano più le definizioni negative, perché in questo periodo governare è inteso come difesa del territorio, egoismo dell’economia e della nazione. Pensate a un motto come “America first”. Tutto ciò che riguarda la politica attuale è pervaso di negatività e non sembrerebbe esserci altra via. Io sono vicino alla definizione che ne dà Hannah Arendt: “il senso della politica è la libertà”. All’origine delle polis greche, cioè alla radice stessa della politica europea, sta il fantasma della libertà. Per molte persone il senso di un buongoverno è fare in modo che la libertà vada espandendosi finché teoricamente non includa l’intera umanità. Ma la concezione classica della negatività nella politica ha una lunga tradizione. Prendiamo ad esempio Machiavelli, che la considera il vangelo dell’egoismo: il principe è il migliore e gli altri devono morire. Molto interessante è che il machiavellismo si ripropone ancora oggi con forte capacità attrattiva per i gruppi di potere, le cosiddette élite. Anche il concetto di élite viene definito negativamente: in principio erano consessi di filosofi, poeti e pensatori; ora sono caste di delinquenti plenipotenziari, oligarchi che tessono realmente le trame, think tanks. Queste sono le élite dei nostri tempi, la cui forza risiede nella capacità di concepire le proprie contraddizioni. Rimane il fatto che, se interrogata, la popolazione darebbe un’opinione molto critica della politica. Questo accade dappertutto e anche in Italia, dove vedo la crisi dei partiti e del loro cinismo. Si è giunti al punto di non saper più immaginare dove risieda il senso positivo della politica.

E come può la poesia rivelarsi uno strumento di difesa contro questa crisi ideologica?

Un poeta del ventesimo secolo che tutti conosciamo, Paul Celan, amava definire la poesia come un messaggio in una bottiglia ed è verosimile che lo sia. La poesia, per come è arrivata a me nella forma di antichi versi di cento o duecento anni fa, mi ha raggiunto come un messaggio nella bottiglia che non era indirizzato a me. Il poeta ha scritto un biglietto, l’ha lanciato in mare e navigando è arrivato a me. In questo vedo l’utilità della poesia, nel fatto che prima o poi un singolo individuo leggerà i versi e aiuterà gli altri a non perdere di vista il senso di un’umanità più grande. La connessione tra tutti gli elementi va preservata perché il pericolo è che le relazioni vengano distrutte e che le prossime generazioni siano sempre più egoiste delle precedenti. Sarebbe troppo poco per gli uomini. Considero invece gli individui come entità che continuano attraverso e oltre di noi; la storia dell’umanità come un vasto progetto di emancipazione, che va oltre i singoli e supera sconfitte e regressioni.

E che continuerà a progredire?

Almeno così ha sostenuto uno dei più grandi filosofi, Immanuel Kant. Inconsapevolmente ci si chiede spesso cosa l’uomo sia in grado di immaginare. Ma l’uomo non fa altro che porsi in eterno domande alle quali non può avere risposta. Ci si interroga sulla reale esistenza di Dio o sul senso della vita, ma non si può accedere a certe risposte e questo la poesia lo sa. Ha a che fare con queste tematiche da tremila anni e per questo si è legata indissolubilmente al destino di un’umanità che si sente abbandonata da tutto il resto. Alla poesia è attribuibile una funzione quasi religiosa e a riprova capita spesso il contrario, cioè che certi testi religiosi mi raggiungano attraverso la loro forza poetica. Davvero sono convinto che la poesia sia una sterminata antologia da salvaguardare, perché al suo interno è formulata la rappresentazione stessa dell’umanità. Questo il suo senso: conferisce prospettiva al pensiero ed è forse per questo aspetto che tendiamo inconsciamente a essa come a un mezzo di conoscenza. Se è vero che spesso ricorriamo alla filosofia in cerca di aiuto, ebbene io trovo che certi pensieri siano meglio espressi in poesia: semplicemente sono definiti in maniera più valida di come il filosofo li abbia posti. Da un punto di vista prettamente storico i filosofi hanno ereditato la poesia, ma io penso che i poeti ancora non siano stati disereditati del tutto.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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Comments (1)

  • Claudio

    |

    Tragicamente lucido.

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