Tra affari armati e volontà di pace

di Marino Ruzzenenti

 

Una foto opportunity a volte racconta più di tanti discorsi (M. Biglia, Autostrada Valtrompia, Brescia fa sistema, “Bresciaoggi” 22 aprile 2018; M. Toresini, Imprenditori e parlamentari, prove di lobbing territoriale, “Corriere della Sera”, 23 aprile 2018). Straordinariamente eloquente per rappresentare un tratto caratterizzante del “sistema Brescia” è quella riportata dalla stampa locale dell’incontro tra i nuovi parlamentari di tutti i partiti e le associazioni imprenditoriali di tutte le categorie, avvenuto il 21 aprile scorso presso la sede dell’associazione degli industriali bresciani (Aib).

La missione esplicita era fare lobbing per realizzare l’autostrada della Valtrompia, opera ritenuta di “assoluta priorità”, dunque strategica per il Bresciano. Una follia e uno spreco per il Tavolo Basta veleni che raggruppa le diverse anime del movimento ambientalista bresciano e che il 20 aprile 2016 ha portato a manifestare 12mila cittadini per le vie di Brescia contro la devastazione indotta da un modello industriale predatorio.

Si tratterebbe di un tratto di “autostrada urbana” di circa sei chilometri, in larga parte in galleria, che si svilupperebbe a nord del capoluogo, finendo poi nel “nulla” viabilistico, in quell’area della bassa Valtrompia, ad altissima concentrazione industriale e abitativa, che di fatto è un’estensione conurbana della cosiddetta “grande Brescia”. L’alternativa ragionevole e meno costosa sarebbe il prolungamento della metropolitana leggera, che ora giunge alle soglie della stessa Valtrompia, e la riqualificazione dell’attuale tracciato stradale urbano. Non solo. La stessa Valtrompia, una delle aree più ricche d’Europa, manca tutt’ora di un sistema di collettamento e depurazione delle acque di scarico sia civili che industriali, scaricando tutti i reflui e i veleni nel fiume Mella, il quale, attraversando Brescia, concorre a mantenere la falda altamente inquinata. Insomma, se una priorità si volesse individuare sarebbe quella del risanamento di un bene vitale e prezioso come l’acqua, sulla cui situazione di scandaloso degrado pende una sanzione europea, vicenda peraltro rappresentativa di un sistema industriale ed economico locale che ha devastato e continua a devastare il territorio con una veemenza unica a livello nazionale e non solo (http://www.ambientebrescia.it/).

Ebbene, la “priorità assoluta” per il “sistema Brescia” è l’“autostrada” più corta, più costosa e più inutile d’Italia. La foto opportunity ci aiuta però a capire questo paradosso: il vero regista di quell’incontro era un personaggio che non ricopre cariche rappresentative e istituzionali, dunque formalmente estraneo a quell’autorevole consesso, Franco Gussalli Beretta, presidente della nota fabbrica d’armi Beretta Spa, “testimonial d’eccezione” come attesta la stampa. Da quell’opera la Beretta, forse, trarrebbe il vantaggio di ridurre di 20-30 minuti i tempi del transito delle proprie merci. Ma è del tutto evidente che non è questo che giustificava la presenza del suo presidente a quell’incontro. Quella presenza era altamente simbolica del “sistema Brescia”, come, per altri versi, lo era la figura dell’attuale presidente dell’Aib, Giuseppe Pasini. Pasini è uno dei maggiori operatori del “distretto rifiuti” bresciano, a capo di una grande acciaieria di seconda fusione che tratta rottami-rifiuti e gestore di una della più grandi discariche nazionali di cemento-amianto. Occorre ricordare che il Bresciano è il principale capolinea di rifiuti speciali a livello nazionale, avendo tumulato in decine di discariche circa 80 milioni di metri cubi di rifiuti, cui si aggiungono ogni anno circa 2 milioni di tonnellate provenienti da ogni dove attirate anche dal “fabbisogno” del più grande inceneritore nazionale, quello di A2A, con oltre 700mila tonnellate di rifiuti bruciati, 10 volte quelli bresciani da smaltire (per dare un’idea della gravità della devastazione in corso, si tenga presente che per la “Terra dei fuochi” del Sud si parla di 10 milioni di metri cubi complessivamente sversati). In questo contesto lo stesso presidente dell’Aib ha promosso un ricorso al Tar per bloccare una norma regionale tesa a tutelare blandamente la “Terra dei fuochi del Nord”, come’è stato definito il Bresciano dalla Magistratura (http://www.ambientebrescia.it/TerradeifuochiBrescia2017.pdf). Si trattava di non caricare con ulteriori discariche aree di poche decine di chilometri quadrati che già ospitano 15-20 milioni di metri cubi di rifiuti.

Ebbene, anche questo blando “fattore di pressione” per gli industriali bresciani ed il loro presidente (peraltro direttamente interessato alla faccenda) è inaccettabile, rivendicando mano libera nella totale compromissione del territorio.

Ma si potrebbe osservare: che relazione ci può essere tra il “distretto dei rifiuti” e quello delle “armi”? Come ci ricorda sempre Giorgio Nebbia le produzioni militari sono le più dannose, oltre che per l’umanità, per l’ambiente che la ospita, se non altro perché si impiegano risorse preziose e non rinnovabili per una finalità puramente distruttiva, spesso con risvolti inquinanti sui territori colpiti. E il distretto delle armi a Brescia, rappresentato oggi da Franco Gussalli Beretta, è stato storicamente importantissimo per il primato industriale conquistato nel corso dei secoli da questa che è considerata la terza provincia europea per intensità di imprese. Un’industrializzazione precoce, nel contesto della nota arretratezza nazionale, anche qui ben rappresentata dalla Beretta, la “più antica dinastia industriale al mondo”, sorta nel lontano 1526 quando vennero consegnate all’arsenale della Repubblica veneta 185 canne d’archibugio, costruite a Gardone Valtrompia (http://www.beretta.com/it-it/world-of-beretta/since-1526/).

Intendiamoci: l’economia del Bresciano non è riducibile solo ad armi e rifiuti. Non lo era in passato, dove nella “Bassa” vi era una fiorente agricoltura e in diversi centri operavano opifici tessili e dell’abbigliamento di prim’ordine. Non lo è neppure oggi con la presenza di una meccanica fine e di precisione che potrebbe svilupparsi ulteriormente nei settori più innovativi, mentre l’agricoltura e la viticoltura, emancipandosi dalla chimica, potrebbero esperire un futuro biologico e di qualità per ora ai primi timidi passi, per non tacere del turismo, sia culturale che soprattutto paesaggistico, dalle potenzialità enormi se capace di tutelare e valorizzare, in modalità non distruttiva, lo straordinario patrimonio naturalistico (dal più grande ghiacciaio alpino dell’Adamello, con clima polare, ai laghi prealpini dal clima quasi mediterraneo).

Purtroppo, però a tutt’oggi, il “sistema Brescia” appare sostanzialmente governato dagli interessi “forti” dei distretti delle “armi” e dei “rifiuti”, come l’immagine da cui siamo partiti icasticamente ben ci restituisce.

 

Da una guerra all’altra

Per dar conto di che cosa significhi armi a Brescia è necessario un rapido sguardo all’indietro.

Le due guerre mondiali, in particolare, rappresentarono per l’industria bresciana un potentissimo volano espansivo, sia per l’impagabile accumulazione di capitali che assicurarono, sia per il salto tecnologico necessariamente indotto dalla competizione per la vita o per la morte sui campi di battaglia. Le commesse militari in quegli anni, non potevano che essere generose come anche i superprofitti conseguiti. Nel corso della “grande guerra” l’industria metalmeccanica bresciana (e in parte quella tessile) venne piegata, quasi interamente, alle produzioni di guerra (proiettili, pistole, fucili, moschetti, mitragliatrici, cannoni, motori avio, automezzi, …) con una crescita esponenziale, passando da 51.700 addetti del 1911 a 120mila addetti del 1917: Brescia, in quel periodo, vide il superamento degli occupati del settore primario da parte del secondario, anticipando di 40 anni il trend nazionale del boom economico del secondo dopoguerra.

Da annotare la trasformazione qualitativa e quantitativa che investì la Beretta. Nel 1915 era una piccola impresa che occupava 100 addetti prevalentemente impiegati per la fabbricazione di fucili da caccia a canna liscia, mentre a fine conflitto triplicava i propri occupati, ma soprattutto, spronata dalle allettanti forniture militari, sviluppava in quegli anni propri brevetti di armi da guerra: il moschetto automatico Beretta (Mab) e soprattutto la pistola, che con successive innovazioni diventerà la pistola semiautomatica Beretta M9, conosciuta ed adottata da eserciti e polizie di diversi Paesi e che farà della Beretta uno dei principali produttori al mondo di armi leggere (M. Zane, Grande guerra e industria bresciana, “Quaderni della Fondazione Micheletti”, n. 23, Brescia 2015).

Infine occorre ricordare che il Bresciano in quel periodo contribuì direttamente anche alla nascente guerra chimica, inaugurata con effetti nefasti dalla Germania a Ipres il 14 aprile 1915. L’industria elettrochimica Caffaro produsse cloro e suoi derivati per il Regio Esercito, registrando un’impennata dei profitti e provocando il primo grave inquinamento dell’acqua potabile in una parte della città di Brescia, segnale d’allarme inquietante (e ignorato) di quella che sarà la devastazione ambientale lasciata sul territorio della città con la più rilevante contaminazione da Pcb e diossine mai registrata in ambito urbano (M. Ruzzenenti, Un secolo di cloro e… Pcb. Storia delle industrie Caffaro di Brescia, Jaca book, Milano 2001; http://www.ambientebrescia.it/Caffaro.html).

La seconda guerra mondiale rappresentò un’ulteriore straordinaria opportunità per l’industria bresciana, di nuovo mobilitata in gran parte per la guerra, con gli occupati che passeranno da 94.700 nel 1936 a 130mila nel 1943. Oltre a una miriade di piccole e medie aziende, tra le maggiori vanno ricordate: le Officine Meccaniche (Om, successivamente assorbite nel gruppo Iveco della galassia Fiat, ora Fca) producevano autocarri, mitragliatrici, motori avio, più che raddoppiando gli occupati fino a 3.600 lavoratori nel 1943; la Breda meccanica bresciana (poi assorbita nel gruppo Oto Melara dell’Iri, oggi Leonardo, con lo stabilimento bresciano di fatto non più operativo) produceva armi automatiche leggere e cannoni da marina e nel 1944 raggiunse i 5.800 operai; la Beretta, d’altro canto, alla fine della seconda guerra mondiale impiegava circa 3mila lavoratori, consolidandosi come una delle principali fabbriche del settore delle armi leggere. È interessante notare che nel periodo della Repubblica Sociale queste aziende vennero militarizzate dai nazisti per conto dei quali continuarono a produrre a pieno ritmo. E gli imprenditori seppero abilmente barcamenarsi, da un canto, nell’assecondare le richieste dell’occupante germanico e dall’altro nell’intrecciare rapporti con i partigiani, “subendo” prelievi clandestini di armi. Dalla Beretta, ad esempio, “uscirono” diverse armi, perfino l’unica mitragliatrice, trafugata a pezzi in una sera, che fu in dotazione della 122a Brigata Garibaldi nella sanguinosa battaglia del Sonclino il 19 aprile 1945, ma nello stesso tempo ottimi erano i rapporti con i nazisti (M. Ruzzenenti, Il movimento operaio bresciano nella Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1975). Lo testimoniava Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, giunto a Brescia dopo la liberazione di Roma e rimastovi fino al 25 aprile, con il compito di sovrintendere alle attività antipartigiane e alle industrie belliche: “In occasione della mia prima visita alla fabbrica di armi Beretta, il funzionario che mi aveva accompagnato mostrandomi lo stabilimento, mi fece anche dono di una pistola mitragliatrice ancora sperimentale: una bellissima calibro 9 mm automatica realizzata in metalli leggeri. Mi pregò di fargli conoscere le mie osservazioni dopo averla provata; cosa che feci commentandone l’alta qualità e la precisione” (E. Priebke, Autobiografia.“Vae victis”, Erich Priebke, Roma 2003, p. 133).

Da annotare, infine, che questa ultima guerra lascerà un’eredità tutt’ora pesantissima sul territorio, con una potenzialità distruttiva assoluta, di cui parleremo più avanti: l’aeroporto militare di Ghedi, a circa 20 chilometri da Brescia, occupato e potenziato dalla Luftwaffe germanica dopo l’8 settembre 1943, fu ricostruito e ristrutturato dalla Nato, base strategica della guerra fredda, e quindi attrezzato con ordigni nucleari già a partire dagli anni Sessanta.

La produzione di armi a Brescia è proseguita fino a oggi, in particolare di armi leggere, meno soggette all’altalenante richiesta dei conflitti bellici, destinate anche alle forze di polizia ed alla “difesa” personale, affiancate dalle armi da caccia in cui Brescia gode una consolidata tradizione.

Ma, per non farci mancare nulla, a due passi dall’aeroporto militare di Ghedi, a Castenedolo è stata operativa per anni la Valsella, produttrice delle micidiali mine antiuomo, oltre a quelle anticarro. Il periodo d’oro fu tra il 1970 e il 1983, quando “gli affari con l’Iraq vanno talmente a gonfie vele da far balzare il fatturato oltre la soglia dei 100 miliardi di lire”, con circa 130 dipendenti cui se ne aggiungevano 600 dell’indotto. Nel 1984, attraverso l’acquisizione della Borletti, la Valsella entrava nell’orbita del gruppo Fiat. Ma negli anni ottanta iniziavano anche i guai con indagini ed arresti per vendite illegali di ordigni, prima all’Iran, poi all’Iraq, processi che comunque si conclusero alla fine con un nulla di fatto. Ma cresceva nel frattempo la mobilitazione nazionale e internazionale contro le mine antiuomo, che vide a Brescia impegnati i pacifisti, il movimento nonviolento, i cattolici, in particolare Pax Christi e i missionari saveriani, ma anche i sindacati nel momento in cui si percepì che quelle produzioni di morte non avevano più futuro, con la campagna per la messa al bando delle mine antiuomo, avviata nel 1992 e conclusasi con il trattato di Ottawa di fine 1997. Proprio in quell’anno la Valsella venne messa in liquidazione con un progetto di riconversione (auto eletrrica) che, però, non avrà futuro. (M. Cotti Cottini, Valsella Meccanotecnica: storia di una riconversione controversa, Opal, Brescia 2014).

 

Le risposte cattoliche

Come si spiega questa spiccata vocazione bresciana per produzioni così “violente” verso l’uomo e verso l’ambiente, come le armi e i rifiuti?

Un filo nero ha indubbiamente percorso la storia bresciana del Novecento, esplodendo in eventi drammatici come il ricostituito fascismo rancoroso e feroce della Repubblica di Salò, o come la strage di Piazza Loggia, l’unica della “strategia della tensione” dichiaratamente tesa a colpire l’antifascismo e le forze democratiche. Questa subcultura fascistoide, pur minoritaria, ha sempre alimentato il militarismo, esaltando la forza e la violenza e, dunque, nutrendo ideologicamente, la produzione di armi.

Tuttavia, il Bresciano ha visto in tutto il Novecento e semmai in parte ancora oggi, un forte e radicato movimento cattolico. Brescia è nota per l’egemonia che vi ha esercitato nel secolo scorso il mondo cattolico: due nomi per tutti, Giovan Battista Montini, divenuto Paolo VI, e Mino Martinazzoli, prestigioso leader prima della Dc e poi del rinato partito popolare. È nota anche per la storia di un movimento sindacale forte, molto radicato sia nella componente cattolica che in quella comunista, che ha anticipato esperienze di unità sindacale importanti. È nota, infine, come esempio di buona amministrazione della cosa pubblica. Ma allora, come si spiega questo buco nero di produzioni leader, così violente verso gli umani o aggressive nei confronti dell’ambiente? A Brescia non se ne vuole discutere, anche se questa riflessione potrebbe essere di grande interesse per gli innegabili risvolti a livello nazionale, a maggior ragione dopo la Laudato Si’ di Papa Francesco e i suoi accorati appelli contro la “terza guerra mondiale a pezzi”. Per la cultura marxista la critica e l’autocritica hanno già prodotto qualche risultato significativo: il tallone d’Achille è stato riconosciuto in una visione meccanicistica ed economicista che considerava comunque positivo e desiderabile lo “sviluppo delle forze produttive” e dunque qualsiasi processo di industrializzazione di per sé progressivo; semmai il compito del movimento operaio organizzato era quello di intervenire sui rapporti di produzione e di classe per piegare il capitalismo a una redistribuzione equa della ricchezza. E la cultura cattolica? Forse qualcosa di analogo accadde anche in questo mondo, e a Brescia, in particolare a cavallo tra Ottocento ed il secolo scorso, quando qui si avviò la prima grande industrializzazione. Nell’Ottocento, la Chiesa rischiava l’irrilevanza se avesse mantenuto un atteggiamento di totale rifiuto del nuovo, dunque dell’industrialismo, espresso icasticamente da Gregorio XVI, quando bollò come un “satana su rotaia” il primo treno in Italia che il l 3 ottobre 1839 ansimò sbuffando sui sette chilometri da Napoli a Portici. Fu Leone XIII, il grande Papa “politico” dell’ultimo quarto di secolo ottocentesco, a comprendere che quei processi tecnologici, economici e sociali stavano avanzando ineluttabilmente, nonostante la “scomunica” pontificia, e che andavano coinvolgendo sempre più estese masse di popolazione, che rischiavano di essere scristianizzate dalle ideologie che quel processo assecondavano, liberalismo e socialismo innanzitutto. Ebbene, in quell’agone la Chiesa doveva scendere in campo, accettando la sfida della modernità proprio sul terreno economico e sociale, con l’obiettivo di cristianizzare la modernità stessa, sconfiggendo le ideologie razionaliste e laiciste che si erano affermate con l’Ottantanove, attorno ai principi di libertà, eguaglianza e fratellanza. Le ideologie della modernità, dunque, andavano condannate e, se possibile, annientate (il dialogo con la modernità in questo senso si riaprirà solo con il concilio Vaticano secondo negli anni Sessanta del Novecento), ma non la nuova società industriale, la tecnologia che la sottendeva, l’evoluzione sociale che comportava. Queste semmai andavano cristianizzate. Dunque ecco che il progresso industriale, benedetto dalla Chiesa, diventò un valore in sé, un motore straordinario di miglioramento della società. Semmai – enciclica Rerum Novarum – occorreva ordinare la società cristiana in modo che si facesse carico dei bisogni dei lavoratori e degli umili. E nel momento in cui l’industrialismo sentì di compiere anche una missione religiosa, forse, non seppe più porsi limiti nel suo potenziale distruttivo con la produzione di armi e nello sfruttamento delle risorse naturali. Un atteggiamento speculare a quello della cultura “produttivista” marxista, ancorché in competizione con essa, ma caricato, però, da una sorta di “benedizione divina”.

 

Il movimento pacifista e nonviolento

Come hanno reagito i bresciani a questo “sistema industriale violento”?

La foto opportunity da cui siamo partiti, ci dice già molto su come si è atteggiata e si atteggia la politica istituzionale, sostanzialmente subordinata al “sistema”.

Tuttavia, minoranze sapienti ed attive hanno agito fuori e contro il “sistema”, ponendo il tema della qualità delle produzioni e della ricchezza che queste consentivano, ovvero se i profitti dovessero giustificare tutto, anche produzioni di morte e distruttive per l’ambiente.

Nell’immediato secondo dopoguerra fu molto forte a Brescia il movimento dei Partigiani della pace. Senza sottacere l’ambiguità del movimento, nato e cresciuto dentro la logica dei blocchi contrapposti, soprattutto a opera dei comunisti, indubbiamente agitò alcuni temi autenticamente pacifisti come lo spreco di risorse delle spese militari, rispetto a un loro impiego per rinnovare l’agricoltura e per occupazioni socialmente utili, nel quadro del Piano del lavoro all’epoca sostenuto dalla Cgil. Inoltre, per quanto riguarda Brescia, il “fronte della pace” dovette scontrarsi con uno dei centri nevralgici del nuovo sistema militare Nato, in quanto ospitava l’aeroporto di Ghedi e importanti produzioni militari. Significativa, al riguardo, la vicenda della visita dell’ammiraglio Carney, capo delle forze Nato in Europa, prevista alla Beretta a metà gennaio 1952: a Brescia e in Valtrompia si registrò una forte mobilitazione dei lavoratori, con striscioni, scioperi nelle principali fabbriche, manifestazioni di protesta, per cui alla fine Carney preferirà rinunciare all’invito di Beretta (R. Cucchini, Il “fronte della pace” a Brescia negli anni della “guerra fredda” tra iniziativa politica e strategie comunicative. 19451954, Opal, Brescia 2014).

Anche Brescia, negli anni settanta, fu investita da una delle eredità più fertili del ’68, il pacifismo e la nonviolenza, che, seguendo le orme di Aldo Capitini, Danilo Dolci e don Milani, diedero vita al movimento politico degli obiettori di coscienza. A Brescia, per ovvie ragioni, il fenomeno ebbe un impatto dirompente sull’opinione pubblica e sul “sistema”. Significativi sono in particolare due casi: quello di Claudio Bedussi, lavoratore-studente di Rezzato, nella periferia di Brescia, primo obiettore di coscienza nell’ottobre del 1970, che sarà sottoposto a numerosi processi, e recluso in vari carceri militari, fino allo “sblocco” determinato dalle pressioni che portarono alla legge 772 del 15 dicembre 1972 sul servizio civile; da segnalare, sul finire del decennio, il caso di Fabrizio Tanfoglio, giovane operaio del reparto affilatura della Beretta di Gardone Valtrompia, cui venne respinta la richiesta di servizio civile in quanto ritenuta non adeguatamente motivata. Tanfoglio ricorse contro la decisione, ma rifiutò di sottoporsi all’esame della Commissione preposta, per cui venne arrestato il 15 marzo 1979 “per il rifiuto di prestare servizio militare” e richiuso nel carcere militare di Peschiera e poi di Gaeta, da dove uscirà il 15 gennaio 1980, grazie alla mobilitazione dei tanti obiettori, di forze politiche e persino del Consiglio comunale di Gardone Vatrompia, che, eccezionalmente, espresse solidarietà al concittadino obiettore. (R. Cucchini, Obiezioni di coscienza e antimilitarismo non violento a Brescia negli anni settanta: una storia possibile, Opal, Brescia 2012). Di questa stagione, rimane a Brescia tutt’ora attivo il Movimento nonviolento coordinato da Adriano Moratto (https://www.facebook.com/MovimentoNonviolentoBrescia/)

L’aeroporto militare di Ghedi è sempre stato una spina nel fianco del movimento pacifista bresciano. Nel periodo caldo della battaglia contro l’installazione dei missili a Comiso, nel 1982, a Brescia venne promossa una lunga marcia da Brescia alla base di Ghedi contro le bombe nucleari lì ospitate. La questione riemerse nel 2007 con notizie di stampa che rivelavano esservi ancora a Ghedi 40 ordigni nucleari: ripartì la mobilitazione, il 30 settembre si tenne una manifestazione pacifista davanti alla base, si raccolsero oltre 50 mila firme per una legge di iniziativa popolare per un’Italia senza atomiche, scesero in campo cinque sindaci della zona, infine nel 2009 sembrava che la rimozione delle atomiche si sarebbe fatta. In realtà, poi si scoprì, da un’inchiesta indipendente pubblicata da scienziati Usa nel 2014, che a Ghedi vi erano ancora una ventina di B61 e recentemente, attraverso notizie di stampa confermate dal Rapporto Milex 2018, è emerso che le attuali 20 bombe B61 saranno sostituite da 60 nuove B61-12, in relazione alla prossima operatività dei caccia F-35. I gruppi pacifisti si sono fatti di nuovo sentire con una partecipata manifestazione il 20 gennaio 2018 davanti alla base di Ghedi. Insomma Brescia non si fa proprio mancare nulla: le atomiche di Ghedi rappresentano il pericolo più catastrofico per questo territorio già tanto disastrato, a maggior ragione in un contesto mondiale sempre più caotico e minacciato da conflitti dagli sviluppi imprevedibili (http://www.ambientebrescia.it/atomiche.html). La battaglia contro le atomiche a Ghedi è del tutto aperta e ha ripreso vigore anche dal premio Nobel per la Pace dello scorso anno assegnato alla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.

Va infine ricordato che attualmente a Brescia, oltre al Movimento nonviolento e a Pax Christi animata da don Fabio Corazzina, è attivo l’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal http://opalbrescia.org/) che produce approfonditi studi e denunce di grande rilevanza e il Tavolo Basta veleni che raggruppa tutte le anime dell’ambientalismo locale (https://www.facebook.com/BastaVeleni/), realtà che, nonostante tutto, tengono viva la prospettiva di un territorio bresciano finalmente pacificato con gli umani e con l’ambiente.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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