Peppino Impastato, quarant’anni dopo

Quarant’anni fa, quando a Roma le losche Br lasciarono l’auto con il corpo di Moro da loro assassinato nel bagagliaio di una macchina in via Caetani, a due passi dalla sede del Pci in via Botteghe Oscure e a tre passi da quella della Dc in piazza del Gesù, a Cinisi, una bella e luminosa cittadina sul mare a due passi da Palermo e sulla strada per Punta Raisi, la mafia uccise il trentenne Peppino Impastato facendolo saltare in aria con una tremenda carica di tritolo e fingendo che stesse commettendo un attentato sulla linea ferroviaria. Furono l’ostinazione e la purezza d’idee e comportamenti dei suoi amici, e di sua madre, e di suo fratello, a stabilire definitivamente la verità, oltre le posizioni preconcette di parte della polizia, della magistratura della stampa, a fare infine condannare il capomafia Tano Badalamenti e gli esecutori del crimine. La mafia uccide quando le si dà fastidio per davvero, quando si denunciano fatti concreti e si fanno nomi precisi. Così è stato per Peppino, così fu anche, a non troppa distanza di tempo e di luogo, per Mauro Rostagno, dalle parti di Trapani. Peppino irrideva e provocava quotidianamente da una radio libera (Radio Aut) che aveva fondato insieme ai suoi amici, Mauro da una televisione. Egli si era rifugiato in Sicilia non per fuggire dalla vita pubblica dopo le radicali esperienze di lotta politica – cominciate nel Psi torinese, continuate nel movimento studentesco di Trento e in Lotta continua, negate e reinventate nelle rivendicazioni libertarie degli anni milanesi, centrate sull’invenzione di un luogo di incontro per i giovani, Macondo, che rappresentò una delle esperienze più libere e affascinanti nella crisi della politica e dei movimenti post-’68. Scendendo in Sicilia, Mauro conobbe e affascinò anche Peppino, che io non ho purtroppo conosciuto ma di cui ho saputo dai suoi amici che era un accanito lettore dei “Quaderni piacentini” e di “Ombre rosse”. Su Peppino, per chi non lo conoscesse, consiglio la visione del dvd del film di Marco Tullio Giordana I cento passi, che ricostruisce fedelmente, e con convinzione e commozione il suo breve passaggio nella vita. Di Peppino ci parla Serena Randazzo in questo numero de “Gli asini”, che idealmente gli dedichiamo, ma abbiamo voluto che a parlare fosse anche lui, con parole sue e anzi con versi suoi, presi dalla manciata di poesie che ha lasciato, pubblicate nel 1990 da Ila Palma, una piccola coraggiosa casa editrice palermitana oggi scomparsa, e riprese di recente da Navarra Editore in una plaquette che raccoglie anche foto che ritraggono Peppino, a cura dell’Associazione Impastato di Cinisi e in particolare di Guido Orlando (che ha scattato la foto qui accanto) e di Salvo Vitale. Dà il titolo al libro l’acrostico che lega i versi dedicati da Peppino a una ragazza amata, Anna: Amore Non Ne Avremo (info@navarraeditore.it) Ringraziamo di cuore editore e curatori e l’Associazione Peppino Impastato di Cinisi, e in particolare Carlo Bommarito e Giovanni Impastato. (Goffredo Fofi)

 

Lunga è la notte e altre poesie

 

E venne a noi un adolescente

dagli occhi trasparenti

e dalle labbra carnose,

alla nostra giovinezza

consunta nel paese e nei bordelli.

non disse una sola parola

né fece gesto alcuno;

questo suo silenzio

e questa sua immobilità

hanno aperto una ferita mortale

nella nostra consunta giovinezza.

Nessuno ci vendicherà;

la nostra pena non ha testimoni.

* * *

Un mare di gente

A flutti disordinati

Si è riversato nelle piazze,

nelle strade e nei sobborghi.

È tutto un grande vociare

Che gela il sangue,

come uno scricchiolio di ossa rotte.

Non si può volere e pensare

nel frastuono assordante;

nell’odore di calca

c’è aria di festa.

* * *

Appartiene al suo sorriso

l’ansia dell’uomo che muore,

al suo sguardo confuso

chiede un po’ di attenzione,

alle sue labbra di rosso corallo

un ingenuo abbandono,

vuol sentire sul petto

il suo respiro affannoso;

è un uomo che muore.

* * *

Fiore di campo nasce

dal grembo della terra nera

Fiore di campo cresce

odoroso di fresca rugiada

fiore di campo muore

sciogliendo sulla terra

gli umori segreti.

* * *

Lunga è la notte

e senza tempo

Il cielo gonfio di pioggia

non consente agli occhi

di vedere le stelle.

Non sarà il gelido vento

a riportare la luce,

né il canto del gallo,

né il pianto di un bimbo.

Troppo lunga è la notte,

senza tempo, infinita.

* * *

Il comunismo

non è oggetto

di libera scelta intellettuale,

né vocazione artistica:

è una necessità

materiale e psicologica.

* * *

Ecco cosa succede

quando un bambino

vuole imitare i grandi:

rendere indecifrabile

la loro imbecillità.

 

Il sogno di Peppino

di Serena Randazzo

Chi era Peppino? Come potremmo oggi definire questa figura rimasta nella storia del nostro passato recente? Peppino potrebbe essere definito come una persona che guardava oltre, che ha avuto la capacità di alzare la testa e volgere lo sguardo là dove gli altri non vedevano, perché stavano con la testa china e con lo sguardo in basso. Il suo guardare oltre lo ha portato a vedere meglio il contesto in cui viveva, a vedere come tutto era avvolto da una rete, a volte invisibile, a volte più visibile, che rendeva la gente vittima e artefice nel contempo di un sistema di potere e di violenza in cui c’era chi comandava e chi ubbidiva , e chi ubbidiva era ugualmente colpevole perché diventava complice egli stesso di quel sistema.

Cosa ha fatto nascere in Peppino questa consapevolezza? Probabilmente molto ha contribuito la scoperta del mondo che si nascondeva dietro l’apparenza dei volti sorridenti e delle pacche sulle spalle, un mondo a lui molto vicino , rappresentato dalla zio con cui aveva convissuto nell’infanzia e che era saltato in aria nell’esplosione provocata della sua macchina. Il suo mondo era cambiato, aveva scoperto un’altra realtà, un mondo in cui si uccide, noncuranti del valore della vita. Ha scoperto il mondo della mafia, un mondo strisciante, nascosto, che si mimetizzava nella normalità, con cui si conviveva in modo più o meno consapevole e con un generale senso di impotenza: chi seguiva lo zio, un capomafia, subito dopo si è messo al seguito di altri capimafia.

Da questa consapevolezza è nato il suo sogno, il sogno di una società di persone libere e consapevoli, capaci di denunciare chi voleva sottometterli, chi usava il potere per tenerli sottomessi..

Denunciare significava informare, informare significava sapere e sapere significava scegliere, cambiare, dire di no: denuncia, informazione, proposta. Guardare oltre e a testa alta portava a vedere ciò che allora molti altri non vedevano, o non volevano vedere. Non si volevano vedere i traffici illeciti, l’eventuale accordo tra poteri istituzionali e sistemi di malavita organizzata, quasi in una forma di complicità che aveva come scopo principale quello di mantenere la gente povera e ignorante, e per questo manovrabile e ossequiosa, e che diceva grazie anche per ciò che le spettava di diritto.

Peppino pensava che non ci si salva da soli. Sarebbe stato semplice per lui andare via, lontano dal mostro i cui tentacoli sentiva che avvolgevano qualunque aspetto della vita. Si sarebbe evitato tanti conflitti in famiglia, tante sofferenze, e non avrebbe rischiato la vita. Ma aveva deciso che non ci si salva da soli e che era proprio alla gente che vedeva vittima e insieme complice di un sistema di oppressione che bisognava aprire gli occhi, era quella la gente che doveva informare , a cui doveva fare sapere che un’altra via era possibile.

Peppino informava, denunciava, usando i mezzi che aveva a disposizione: volantini, comizi, la radio. Considerava la cultura e la conoscenza elementi cardini per lo sviluppo di un popolo,e questa sua idea, nella seconda metà degli anni settanta è stata condivisa da altri ragazzi e ragazze che crearono il circolo “Musica e Cultura”, in cui attraverso cineforum, concerti e dibattiti cercavano le molle del cambiamento. All’interno del circolo erano molto attive anche le ragazze, fino allora non considerate nelle prese di decisioni. Particolare attenzione veniva rivolta al territorio ed alla sua deturpazione, anticipando i tempi che oggi pongono la salvaguardia dell’ambiente e la sua bellezza come elemento prioritario, opponendosi alla creazioni delle centrali nucleari e proponendo il ricorso alle energie alternative come fonte di salvaguardia dell’ambiente..

I ragazzi e le ragazze del Circolo si sono lasciati contagiare dal sogno di Peppino e a pensare che il cambiamento di un tessuto sociale deve avvenire anche a partire dalle scelte personali e dall’impegno civile di ciascuno. Se si vuole una società giusta bisogna operare con giustizia, se non si vuole una società violenta bisogna operare nella nonviolenza, se si vuole una società in cui si rispettano i propri diritti bisogna rispettare i diritti degli altri. Il personale è politico, si insisteva.

Nel ’77, nel periodo delle radio libere, Peppino ha nella radio un importante mezzo per raggiungere meglio il suo obiettivo. È nata così Radio Aut, una radio di informazione e controinformazione gestita insieme agli amici che la pensavano come lui. Peppino vi usava la satira per rendere i potenti meno potenti, prendendoli in giro, abbassandoli al livello di tutti, denunciandone gli affari illeciti e le violenze, usando le parole per dire quel che nessuno osava dire, e questo suonava offesa per chi non voleva che certe cose si scoprissero. Era diventato una persona scomoda, si era fatto militante di Avanguardia Operaia e aveva perfino deciso di candidarsi al Consiglio comunale con un proprio gruppo, con l’idea che non bastasse denunciare, che bisognasse agire partendo da dove si prendono le decisioni per la collettività. Peppino è stato ucciso prima, a pochi giorni dalle elezioni, e in contemporanea all’omicidio di Aldo Moro. Chi l’ha ucciso voleva far passare anche lui per un terrorista.

Ma…. il suo sogno è stato raccolto dalla madre, che ha difeso la sua memoria nelle aule dei tribunali e di fronte a tutta l’opinione pubblica fino a ottenere giustizia. L’ha difeso e si è fatta portavoce del suo messaggio, continuando a dire ai tanti ragazzi che venivano ad ascoltarla parlare di suo figlio che il nemico da battere è l’ignoranza, che la conoscenza è uno strumento di cambiamento. Il suo sogno è stato raccolto da quella società civile che riconoscendosi nei suoi valori, si è stretta a fianco della famiglia, sostenendola nella sua battaglia, ed ha parlato di lui attraverso libri, inchieste, immagini, musica…

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