Le armi bresciane: servire “a casa” il dominio globale

di Carlo Tombola

illustrazione di Franco Matticchio

Della stretta connessione con il potere politico l’industria degli armamenti ha un bisogno vitale. Questo vale anche per la storica specializzazione bresciana nella fabbricazione di armi leggere, e tanto più per le attività produttive legate ai grandi sistemi d’arma che si sono insediate attorno a Brescia. E vale reciprocamente, perché le scelte governative in campo militare ingrossano i fatturati delle aziende, e per sostenere le aziende del “sistema difesa” italiano i governi intessono relazioni internazionali ad alto livello con possibili compratori esteri, spesso anch’essi governativi. Tutto ebbe origine da una vocazione industriale – la fabbricazione di armi da fuoco – innestata sul vecchio tronco della siderurgia prealpina e poi sviluppata grazie all’abilità degli operai meccanici delle valli bresciane e al sostegno degli ordinativi pubblici per le forze armate. Ne è uscito un piccolo distretto manifatturiero specializzato in fucili e pistole, localizzato tra Brescia e la bassa Val Trompia, con un’ottima propensione all’export, ma che dopo gli anni novanta si è ristrutturato e concentrato attorno al gruppo Beretta, l’unico ad avere una dimensione medio-grande. Tuttavia, oggi il radicamento di Beretta nel territorio ha ragioni “culturali” (in senso lato) piuttosto che di opportunità economica. Nel complesso, iI profilo del gruppo è fortemente internazionalizzato, multinazionale. Su un giro d’affari consolidato vicino ai 700 milioni di euro, nell’esercizio 2016 il 56% è stato conseguito sul mercato nordamericano, il 6% in Italia, il 25% in Europa, il 13,4% nel resto del mondo. Alla holding fanno capo ventinove aziende, otto negli Stati Uniti, quattro in Italia, undici in Europa, le rimanenti in Russia, Turchia, Cina, Australia e Nuova Zelanda, con circa tremila dipendenti complessivi. La cassaforte del gruppo Upifra s.a. ha sede in Lussemburgo ed è totalmente nelle mani della famiglia Gussalli Beretta. A Gardone Val Trompia restano la gestione del gruppo, la ricerca e sviluppo e il principale sito produttivo, in tutto 825 dipendenti di cui 580 operai, dalle mani e dalle competenze dei quali dipende gran parte della qualità delle armi Beretta: non a caso si tratta di maestranze e tecnici con età media piuttosto alta (circa 46 anni) e lunga anzianità aziendale (19 anni). Gran parte dell’attivismo finanziario di Beretta si è concentrato negli ultimi lustri nella diversificazione industriale e commerciale, prima nel settore dell’abbigliamento sportivo, poi in quello delle ottiche, ma i risultati hanno confortato gli sforzi solo sul medio periodo, quando il catalogo si è maggiormente orientato verso il militare (abbigliamento per corpi speciali, opto-elettronica, visione notturna, progetto “Soldato Futuro”). In un comunicato ufficiale, la direzione del gruppo stima che il 30% del fatturato si debba oggi all’opto-elettronica e al comparto difesa-law enforcement.

Sul piano industriale, i progetti realizzati hanno riguardato soprattutto il nuovo impianto produttivo di Gallatin, nel Tennessee, il che ha comportato un costoso abbandono del precedente quartier generale di Beretta Usa di Accokeek, Maryland. I Gussalli hanno ufficialmente motivato lo spostamento come ritorsione per la legislazione anti-gun varata nel2013 dal governatore del Maryland Martin O’Malley, democratico, ex sindaco di Baltimora (una delle città più violente degli Stati Uniti) con posizioni progressiste su molti dossier (immigrati, matrimoni gay, pena di morte), nonché candidato democratico alle ultime elezioni presidenziali. In effetti, Beretta ha ottenuto 8 milioni di dollari di contributo per il suo nuovo impianto industriale dal governatore del Tennessee Bill Haslam, repubblicano, ex imprenditore, considerato il più ricco governatore d’America in carica, anti-aborto, anti-lgbt, anti immigrazione illegale, e che sul controllo delle armi ha compiuto un completo voltafaccia, dimettendosi dalla Mayors against illegal guns coalition, cui aveva aderito quale sindaco di Knoxville, per iscriversi – in vista della sua candidatura a governatore – alla National Rifle Association, la lobby pro-armi che ha una grande base elettorale in molti stati e che ha Beretta tra i suoi maggiori finanziatori. Recenti annunci mostrano la direzione in cui si sta muovendo il management del gruppo. Beretta sta preparandosi a partecipare al bando dell’esercito americano per un nuovo next generation squad automatic rifle, cioè un ibrido tra una mitragliatrice e un fucile, un’arma che dovrebbe sostituire la mitragliatrice leggera M249concepita negli anni ottanta dalla belga FN Herstal. Dovrà affrontare concorrenti temibili, non solo americani ma anche tedeschi, israeliani, singaporiani, oltre naturalmente belgi. Altrettanto difficile sarà vincere la gara da oltre mezzo milione di euro per fornire le forze speciali della polizia norvegese di 600–800 nuove pistole d’ordinanza. In questo segmento, per decenni dominato da Beretta, il gruppo di Gardone Val Trompia sta ancora elaborando la bruciante sconfitta patita nella sostituzione della Beretta M9 in dotazione dal 1985 alle forze armate Usa, in cui è stata battuta dalla pistola P320 della svizzero-tedesca SIG Sauer, che si è aggiudicata un affare da 589 milioni di dollari e dieci anni di forniture. Vi è un aspetto paradossale, in questa vicenda: l’esito della gara ufficiale, iniziata nel 2015 e così importante anche per l’immagine complessiva delle armi bresciane, è stato reso pubblico dal Pentagono il19 gennaio 2017, il giorno prima dell’insediamento ufficiale alla Casa Bianca di Donald Trump, un presidente quanto mai schierato a favore della lobby delle armi ma che rischia di dare meno soddisfazioni ai fabbricanti di armi italiani di quante ne abbia date il suo predecessore Barack Obama, sotto il quale il distretto valtrumplino ha sfondato il record storico del milione di armi prodotte in un anno (nel 2013). È probabile che la decisione di Trump sia maturata durante la campagna elettorale nel New Hampshire, uno degli stati in bilico nel duro confronto elettorale con Hilary Clinton e dove ha sede la filiale Usa di SIG Sauer che fabbricherà le pistole della mega-commessa militare.

Dal quartier generale di Gardone si è reagito confermando i programmi in corso (fucile Arx200, mitraglietta Pmx, pistola striker Apx e, per il tiro sportivo e venatorio, il fucile sovrapposto SL3 e una carabina straight-pull, probabile frutto dell’acquisizione della bergamasca Victrix), investimenti per 30 milioni di euro nell’innovazione di processo, un rinnovato interesse per Exa, la fiera delle armi bresciana che Beretta aveva affossato appena tre anni fa in favore dello Hit Show di Vicenza. Gli ultimi contratti conclusi, tuttavia, non compensano quello perduto negli Usa: 150 fucili di precisione Sako per le forze armate polacche (7,6 milioni di euro), e soprattutto 40–50mila fucili Arx 200 e 100mila pistole Px4 Storm per l’esercito argentino, da assemblare su licenza negli stabilimenti della Fabricaciones Militares di Fray Luis Beltran, nella provincia di Santa Fe, nel quadro dell’accordo di cooperazione firmato nel settembre 2016tra i ministri della Difesa argentino, Julio Marinez, e italiano, Roberta Pinotti. Il sostegno governativo sembra aver pesato anche in un’altra iniziativa recente, l’accordo col Qatar firmato nel marzo scorso. Il governo qatarino ha creato una struttura industriale-finanziaria ad hoc, la Bindig controllata da Barzan Holdings (emanazione del ministero della Difesa locale), per produrre armi leggere a Doha. In questo caso le notizie filtrate sono scarse, ma sembra allarmante che Beretta insedi un sito industriale in un emirato che di fatto è una monarchia assoluta e che, meno di un anno fa, ha dovuto subire le sanzioni economiche-diplomatiche da parte dei paesi arabi del blocco filo-saudita, che rimproverano al governo di Doha di fiancheggiare Hamas e i Fratelli musulmani. È verosimile che in Qatar Beretta produrrà l’armamento leggero per le forze armate locali, così come da Doha potrà esportare armi verso destinazioni sinora mai raggiunte dalle armi bresciane. Lo potrà fare in modo totalmente opaco e non controllabile, dal momento che l’emirato non ha nessuna legislazione paragonabile a quella italiana – segnatamente la legge 185 del 1990 – che garantisca trasparenza e il controllo delle destinazioni.

È proprio grazie alla legge 185 – che dalla sua approvazione, nel 1990, le aziende della difesa nazionali hanno cercato in tutti i modi di limitare e svuotare di efficacia, in questo sostenuti dalla quasi totalità dei governi – che si è potuto denunciare il ruolo di un’altra azienda bresciana, la Rwm Italia, sede nei pressi della base aerea di Ghedi e altro stabilimento a Domusnovas (Cagliari) ma controllata al 100% dal gruppo tedesco Rheinmetall di Düsseldorf, oltre 23mila dipendenti in cinque continenti e quasi 6 miliardi di euro di fatturato (2017). In Italia la Rheinmetall opera anche a Lanciano e Livorno (componenti automotive) e Roma (radar per sorveglianza aerea), mentre a Ghedi produce le componenti meccaniche per bombe d’aereo e mine marine e a Domusnovas effettua il riempimento delle bombe e delle mine.

La Rwm è da mesi obiettivo di una campagna internazionale, conseguente al ritrovamento di bombe di fabbricazione italiana sganciate dall’Arabia Saudita su obiettivi civili in Yemen, con vittime civili, il che significa che esistono prove certificate da esperti Onu che sono stati commessi crimini di guerra. Le bombe prodotte da Rwm in Italia, della serie Mark 80 (cioè da200 a 900 kg) che impiegano un particolare esplosivo legato con polimero – sul cui utilizzo nell’impianto di Domusnovas si è molto investito – sono state rinvenute in alcuni siti bombardati dai sauditi, con tanto di matricole visibili, come riportato anche nella video-inchiesta pubblicata nello scorso dicembre dal “New York Times” (http://bit.ly/video-rwm), che ha causato un certo allarme negli ambienti finanziari, dal momento che Rheinmetall conta importanti investitori tra i fondi pensione americani, colossi finanziari come la JP Morgan Chase e players istituzionali europei.

Secondo l’Alto Commissariato per i diritti umani dell’Onu, la guerra in Yemen ha causato almeno 8mila morti e 49mila feriti tra marzo 2015 e aprile 2018, mentre circa tre milioni di profughi sono fuggiti nei paesi vicini. Per non essere coinvolta come co-belligerante nelle possibili accuse di un tribunale penale internazionale, nel dicembre 2016 l’amministrazione Obama aveva deciso di non fornire più ai sauditi alcuni sistemi di guida di produzione Raytheon, che trasformano le bombe aeree convenzionali in bombe di precisione (http://bit.ly/yemen-3): una misura timida e in extremis, alla scadenza del mandato presidenziale, ma significativa della pressione degli osservatori e delle organizzazioni per i diritti umani sulla questione yemenita. Più recentemente prima la Norvegia e poi la Germania hanno sospeso le esportazioni di armamenti verso i paesi coinvolti nel conflitto in Yemen, segnatamente i due principali, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, anche se ben più numerosi sono i paesi del “fronte sunnita” le cui forze armate vi hanno partecipato o hanno fornito appoggio (logistico, informativo, attraverso mercenari, attrezzando “prigioni segrete” per arresti e interrogatori illegali). Governo e parlamento italiani, al contrario, non hanno dato seguito ad alcuna delle molte sollecitazioni a sospendere le esportazioni della Rwm all’Arabia Saudita contenute in interpellanze (molte a firma del deputato sardo Mauro Pili, gruppo misto) e mozioni (quelle a firma Marcon, Duranti e altri, Sinistra italiana e Articolo 1-Mdp, e Corda e altri del M5S sono state respinte dalla Camera nel settembre 2017), mentre un ampio fronte (dal Pd a Forza Italia, passando per Ala, Scelta Civica, Maie) ha sostenuto l’ipocrita posizione del sottosegretario Vincenzo Amendola (Pd) di “adeguarsi immediatamente a prescrizioni o divieti che fossero adottati nell’ambito delle Nazioni Unite o dell’Unione europea” ben sapendo che non vi sono embarghi contro l’Arabia Saudita e che il governo italiano non ha intenzione di allinearsi alle prese di posizione del parlamento europeo, che quell’embargo ha sollecitato in ben tre occasioni. Anzi, avvalendosi di una “clausola di riservatezza”, il governo italiano – unico tra quelli dell’Ue – non ha neppure consegnato all’Onu il dettaglio delle consegne di armi secondo quando previsto dal Trattato ATT, sottoscritto dall’Italia, per non ammettere di aver autorizzato l’esportazione di quasi 20mila bombe Rwm. Per questa ragione, alcune ong – tra cui l’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia – hanno presentato nello scorso aprile una denuncia penale al Tribunale perché accerti se il governo italiano, autorizzando le esportazioni di Rwm sia corresponsabile della morte di una famiglia yemenita avvenuta in un bombardamento nell’ottobre 2016, episodio documentato e su cui ci sono testimoni disposti a confermare.

Del resto, come già accennato, i governi italiani hanno tutti attivamente favorito l’export di armamenti prodotti in Italia. Per limitarci ai soli paesi del Golfo, il ministro Pinotti in quattro anni ha visitato il Qatar ben quattro volte, e nell’ottobre 2016 è stata ricevuta a Riad anche dal re saudita Salman, in ogni occasione riportando in patria la firma di ingenti contratti per forniture militari. Per le armi “bresciane”, così ben rappresentate da due aziende come Beretta e Rwm, differenti ma eredi entrambe di una lunga esperienza di collaborazione con il potere, si conferma una rilevanza cruciale, quella di rappresentare l’opzione hardware con cui il nostro paese partecipa alla definizione delle politiche di sicurezza globali e alla “pacificazione securitaria”, secondo l’interpretazione che ne ha dato Jeff Halper in un recente e importante libro (La guerra contro il popolo. Israele, i palestinesi e la pacificazione globale, Novi Ligure, Edizioni Epoké, 2017). Nel caso poi dalla società civile italiana e dalla rete pacifista internazionale si muovano troppe obiezioni, le alternative di delocalizzazione sono già pronte: la nuova joint venture di Beretta in Qatar o la consociata turca Stoeger Silah Sanayi, e per Rheinmetall quelle predisposte da tempo, la Burkan Munition Systems di Abu Dhabi o la Rheinmetall Barzan Advanced Technologies di Doha, se non la stessa Sami Saudi Arabian Military Industries di Riad, azienda di stato di recente costituzione che prevede di creare ben 40mila posti di lavoro nel settore difesa per diminuire la dipendenza dalle importazioni del regno saudita e di cui è amministratore delegato Andreas Schwer, uno dei più importanti manager della Rheinmetall.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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