La pace in Irlanda vent’anni dopo

di Riccardo Michelucci

foto di Giuseppe Milo

 

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” In un’Irlanda del Nord che celebra il ventennale dell’Accordo di pace del 1998, questi versi della famosa poesia Act of Union, scritta negli anni settanta dal futuro premio Nobel Seamus Heaney, suonano oggi quasi profetici. Questo importante anniversario poteva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che riuscì a porre fine al più lungo conflitto europeo del dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement che si sono svolte a Belfast nell’aprile scorso sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere seriamente i pilastri fondamentali di quell’accordo.

Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.

La condivisione dei poteri tra le due comunità e i confini aperti tra le due Irlande erano i capisaldi attorno ai quali ruotava un’architettura istituzionale complessa e assai fragile che adesso rischia di incrinarsi irreparabilmente per effetto della Brexit. Dopo aver funzionato ininterrottamente per dieci anni, l’esecutivo condiviso guidato dai due maggiori partiti, l’unionista Dup e il nazionalista Sinn Féin, è caduto nel gennaio 2017 a causa di uno scandalo sugli incentivi per l’uso delle energie rinnovabili che ha coinvolto la premier e leader del Dup, Arlene Foster. Da allora tutti i tentativi di ripristinare l’esecutivo dell’Irlanda del Nord si sono arenati sulle reciproche intransigenze, facendo aleggiare su Belfast lo spettro di un ritorno alla “direct rule”, il governo diretto da parte di Londra, che finirebbe per esacerbare le divisioni interne alla società nordirlandese. Figure storiche come Gerry Adams, Martin McGuinness e Ian Paisley sono state rimpiazzate da una nuova generazione di leader tutta declinata al femminile e priva di un passato nella lotta armata, ma nonostante i lunghi anni di pace e di crescita economica, la violenza settaria non ha mai del tutto abbandonato la piccola provincia britannica. Soltanto negli ultimi mesi, molte famiglie cattoliche di Belfast sono state costrette a evacuare le loro case in seguito alle intimidazioni dei paramilitari lealisti, mentre a Derry e in altre località sono stati ritrovati e disinnescati gli ordigni rudimentali dei gruppi dissidenti contrari al processo di pace. Ma il tragico simbolo di una fiducia inter-comunitaria che ancora stenta a decollare sono i cosiddetti “muri della pace”, le orwelliane barriere di cemento e lamiera erette negli anni Sessanta per prevenire le violenze, che in alcune città continuano ancora oggi a separare le aree nazionaliste da quelle unioniste. Non soltanto in alcune città – tra cui la stessa Belfast – non sono state ancora rimosse, ma al contrario ne sono persino state erette di nuove per dividere certi quartieri. Nella gran parte dei casi è la stessa popolazione a ritenerle necessarie e a volerle a tutti i costi, a tutela della propria incolumità contro gli attacchi settari.

Il confine che divideva le due parti dell’Irlanda, almeno quello, è invece svanito gradualmente. Prima con l’abolizione dei controlli doganali seguita all’ingresso della Gran Bretagna nella comunità europea, poi con l’implementazione del processo di pace, che ha rimosso i checkpoint armati, i blocchi stradali e la sorveglianza elettronica in quella che un tempo era una delle frontiere più sensibili e militarizzate d’Europa. Oggi soltanto il colore della segnaletica stradale e le bandiere britanniche, che sventolano dai lampioni nelle aree rurali di confine, possono far capire che dalla Repubblica si è arrivati in una delle sei contee dell’Irlanda del Nord. Ma ci ha pensato la Brexit a risvegliare l’ultima frontiera dormiente dell’Europa occidentale e a minare il processo di pace riaprendo vecchie ferite. Il voto al referendum britannico del giugno 2016 è stato uno dei più polarizzati degli ultimi anni nella piccola provincia nordirlandese: a favore del “Remain” ha votato l’85% dei cattolici ma soltanto il 40% dei protestanti, sancendo una frattura che si riflette anche nell’orientamento opposto di quelli che erano i due partiti di governo, Dup e Sinn Féin. A livello complessivo, sebbene il 56% dell’elettorato dell’Irlanda del Nord si sia espresso a favore della permanenza nell’Unione Europea, Belfast sarà costretta a uscirne insieme al resto della Gran Bretagna e quindi a ripristinare il cosiddetto “Irish Border”, quel confine che corre per cinquecento chilometri tagliando corsi d’acqua, strade di campagna e distese di brughiera, e lungo il quale si spostano ogni giorno circa trentamila persone.

Numerosi studi pubblicati negli ultimi mesi hanno evidenziato le conseguenze negative che eventuali nuovi dazi, barriere e limiti alla libera circolazione dei lavoratori avrebbero sul commercio, sul mondo del lavoro e sugli investimenti dell’intera isola. L’analisi più recente è stata elaborata dall’ESRI (Economic and Social Research Institute), un prestigioso istituto di ricerca indipendente con sede a Dublino, che ha stimato un aumento dei costi medi per le famiglie irlandesi intorno ai millequattrocento euro annui. Ma lo stesso istituto ha anche confermato ciò che molti paventano da tempo, ovvero che il ripristino di un confine fisico tra le due parti dell’Irlanda, con controlli e posti di blocco, scuoterà le fondamenta del processo di pace. Il “border” era infatti anche una barriera psicologica e istituirla di nuovo, dopo aver faticato così tanto ad abbatterla, riporterebbe in vita i fantasmi di una contrapposizione identitaria da sempre caratterizzata da un forte simbolismo. La storia, anche quella recente, ha dimostrato che la violenza è ancora dietro l’angolo, pronta a scatenarsi quando quelle identità si sentono sotto attacco. Nel dicembre del 2012 la decisione dell’amministrazione cittadina di Belfast di rimuovere la bandiera britannica dal palazzo del municipio innescò violente proteste e scontri che si protrassero per mesi. Era un provvedimento che allineava Belfast al resto della Gran Bretagna ma fu sufficiente perché gli unionisti si sentissero minacciati.

La comune identità europea, anch’essa suggellata con l’Accordo del Venerdì Santo, ha svolto in questi anni un ruolo decisivo per attenuare le contrapposizioni mentre l’Ue ha finanziato e fatto crescere numerosi progetti di riconciliazione, impegnando centinaia di gruppi e associazioni nella costruzione del processo di pace dal basso. Con il venir meno dei fondi europei, anche quell’indispensabile lavoro dietro le quinte rischia di essere vanificato. Ma sono soprattutto le incertezze sul futuro del confine a creare preoccupazioni e paure nell’intera popolazione dell’Irlanda del Nord. La bozza di trattato proposta da Bruxelles nel marzo scorso prevede uno status speciale che consentirebbe all’Irlanda del Nord di restare all’interno dell’unione doganale europea. Al momento pare la soluzione più ragionevole, anche perché eviterebbe il ritorno di un confine tra il nord e il sud dell’isola. Ma gli unionisti nordirlandesi, i cui voti a Westminster sono vitali per la sopravvivenza del governo May, si oppongono a qualunque ipotesi che separi l’Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito. Dopo il fatidico 29 marzo 2019 – la data ufficiale della definitiva uscita della Gran Bretagna dall’Ue – potrebbe aprirsi però anche un altro scenario, reso sempre più verosimile dai recenti sviluppi politici, economici e demografici: quello della riunificazione dell’Irlanda. È lo stesso Accordo del Venerdì Santo a prevedere la possibilità di svolgere un referendum che ponga fine, una volta per tutte, alla divisione dell’isola imposta arbitrariamente dagli inglesi nel 1922.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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