Gli italiani emigrano ancora

di Mimmo Perrotta

illustrazione di Armin Greder

 

Negli ultimi anni, il dibattito pubblico italiano in materia di migrazioni internazionali si è concentrato ossessivamente sulla questione della “crisi dei rifugiati” e la domanda principale di molti politici e opinion leader è stata “come impedire ai migranti di arrivare in Italia”. In misura minore, tema di dibattito è stato rappresentato dalla legge sullo ius soli e dalla cittadinanza italiana per i figli dei migranti. Anche in questo caso, le posizioni anti-immigrati hanno prevalso. Quasi completamente assente dal dibattito pubblico è stata ed è invece la questione della nuova emigrazione italiana, cresciuta in maniera importante negli anni della grande crisi economica e della recessione. Tra il 2008 e il 2017, in dieci anni, secondo l’Istat sono partite dall’Italia più di un milione e centomila persone, di cui 735mila cittadini italiani, con un saldo migratorio negativo (al netto cioè dei ritorni) di circa 415mila persone di cittadinanza italiana. Se nel 2008 partirono poco meno di 40mila cittadini italiani, con un saldo negativo di 7.500 persone, questa cifra è cresciuta costantemente fino al 2016, quando sono partiti quasi 115mila cittadini italiani, con un saldo negativo di 76mila individui. Nel 2017 c’è una leggera inversione di tendenza, ma il saldo negativo è ancora attorno alle 70mila unità. E, secondo altre fonti, il numero di partenze reali potrebbe essere molto più alto.

Un volume di Enrico Pugliese (Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana, Il Mulino) – sociologo con una esperienza di ricerca di ormai cinquant’anni sui temi dell’emigrazione e trenta su quelli dell’immigrazione – è utile per individuare le tendenze e ragionare su alcune delle questioni principali poste dalla nuova emigrazione italiana: i numeri, le regioni italiane di partenza e i paesi di destinazione, le caratteristiche degli emigranti e i settori in cui trovano impiego all’estero, la crisi demografica del Mezzogiorno, il rapporto tra emigrazione ed immigrazione, le nuove questioni poste dalla Brexit. Pugliese nota giustamente come il discorso politico e istituzionale abbia sottovalutato ampiamente il tema e il dibattito pubblico si sia limitato a pochi stereotipi come quelli dei “cervelli in fuga” e dei “giramondo alternativi”, che non colgono la complessità delle figure sociali che negli ultimi anni sono partite dall’Italia. Per non parlare dell’assenza totale di una politica di assistenza e rappresentanza degli emigrati. Tuttavia, non sono poche le ricerche sociali e le inchieste giornalistiche che sono state dedicate a questo tema. Fino a ora, sono stati realizzati soprattutto studi su temi specifici o su singoli paesi (soprattutto Regno Unito e Germania, ma anche Svizzera, Stati Uniti, Francia, Belgio, Australia), contenuti in volumi collettanei o numeri speciali di riviste (per chi volesse approfondire: La nuova emigrazione italiana, a cura di I. Gjergj, Ed. Ca’ Foscari 2015; Le migrazioni lavorative intra-Ue, a cura di D. Sacchetto, F.A. Vianello, R. Andrijasevic, in “Mondi Migranti”, n. 3-2016; Ricercare Altrove, a cura di C. Saint-Blancat, Il Mulino, 2017; La nuova emigrazione italiana, a cura di M. Sanfilippo, L.M. Vignali, in “Studi Emigrazione”, n. 207-2017; La nuova emigrazione italiana, a cura di S. Boffo, E. Pugliese, in “La Rivista delle Politiche Sociali” n. 4-2017). A partire da queste ricerche, Pugliese prova a fare il punto di quello che sappiamo sui nuovi emigrati.

Anzitutto, i numeri. L’Istat conta le persone che cancellano la propria residenza in Italia per prenderla all’estero. Ma se si guardano i dati raccolti dagli istituti nazionali di statistica dei principali paesi di arrivo, è ipotizzabile che il numero di emigrati sia molto maggiore. Ad esempio, secondo l’Istat nel 2016 sono partiti per la Germania 17.299 cittadini italiani, mentre secondo l’istituto statistico tedesco nello stesso anno sono arrivati in Germania 74.105 italiani. Allo stesso modo, secondo l’Istat nel 2015 sono partiti 13.425 italiani verso la Gran Bretagna, ma secondo l’istituto nazionale di statistica britannico ne sono arrivati 57.600. Nel 2015 l’Istat ha registrato circa 11mila partenze per la Svizzera, mentre qui sono stati registrati 19mila arrivi di italiani. In totale, tra il 2012 e il 2016, l’Istat ha registrato 60.700 partenze verso la Germania, mentre gli arrivi registrati in Germania sarebbero 274.285; tra il 2012 e il 2015 l’Istat ha registrato 39.278 partenze per la Gran Bretagna, mentre gli arrivi qui registrati sarebbero 158.400. La discrepanza è dovuta al fatto che molti emigrati non cancellano la residenza in Italia (forse perché ritengono provvisoria la partenza), mentre segnalano la propria presenza nel paese di arrivo, perché è utile e conveniente. Questo ci dice che il numero delle persone che partono è probabilmente molto più alto di quello registrato dall’Istat: se nel 2015 l’Istat ha registrato circa 150mila partenze dall’Italia (cittadini stranieri compresi), a queste bisogna sommare almeno altri 56.068 emigrati in Germania, 44.175 in Gran Bretagna e 8mila in Svizzera (senza contare eventuali altre partenze non registrate verso altri paesi, comunque in misura minore), per un totale che supera ampiamente i 250mila emigrati. Insomma, numeri molto elevati, che rimandano quasi ai livelli della grande emigrazione del dopoguerra, che al suo picco, tra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta, contava più di 300mila partenze all’anno.

Secondo Pugliese siamo in presenza di un “ciclo di migrazioni nuovo”, iniziato negli anni novanta – soprattutto grazie al processo di integrazione europea, che ha permesso la libera circolazione degli individui all’interno dell’Ue –, cresciuto dal 2008 con la crisi economica e stabilizzatosi a partire dal 2012, nonostante i primi deboli segnali di ripresa economica in Italia. Un ciclo con caratteristiche molto differenti da quello degli anni Cinquanta-Sessanta. Partono soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni (ma la condizione “giovanile” di un trentenne del nuovo millennio è molto diversa da quella di un trentenne degli anni Cinquanta); partono molte più donne che in passato (oggi sono il 45% degli emigrati) e, diversamente dal passato, non sono “coniugi al seguito” ma si muovono indipendentemente, sia per studio sia per lavoro, seguendo le stesse traiettorie, destinazioni e collocazioni professionali dei maschi; il 30% di chi parte è laureato, il che vuol dire che l’Italia perde ogni anno decine di migliaia di “cervelli” (ricercatori, professionisti qualificati); tuttavia, nonostante la propensione all’emigrazione sia più alta tra i laureati che tra i non laureati, il 70% di chi parte non è laureato. Questi ultimi trovano impiego nei paesi di arrivo soprattutto nell’edilizia, nella ristorazione e nel settore sanitario (ad esempio, molti infermieri/e). In entrambi i casi – le professioni qualificate e i mestieri operai – il mercato del lavoro dei paesi di arrivo, a causa delle riforme in senso neoliberista degli ultimi anni, spesso non consente di trovare impieghi a tempo indeterminato, né capaci di valorizzare appieno le competenze professionali acquisite. Gli emigrati italiani vivono quindi sovente una situazione di precarietà lavorativa (un’altra lettura interessante su questo è il romanzo di Alberto Prunetti, ambientato tra Piombino e il Regno Unito, 108 metri. The new working class hero, Laterza, 2018). I principali paesi di destinazione sono il Regno Unito e la Germania, seguiti a distanza da Svizzera, Francia, Spagna, Belgio, Stati Uniti e Australia; i tre quarti delle partenze sono diretti verso paesi dell’Ue.

In questo quadro, non va tralasciata la migrazione degli stranieri: su 157.065 cancellazioni anagrafiche nel 2016, 42.553 sono di cittadini stranieri che lasciano l’Italia. Alcuni probabilmente tornano a casa (ad esempio, i circa 11mila rumeni che si trasferiscono in Romania); altri continuano un percorso di cui l’Italia è stata soltanto una tappa. L’Italia, dice Pugliese, è un “crocevia migratorio”, contemporaneamente paese di immigrazione e di emigrazione.

Un’altra novità nella storia dell’emigrazione italiana è che le partenze sembrano provenire in misura maggiore dalle aree ricche e dalle regioni del Nord. La Lombardia è la prima regione di origine, con 22.620 partenze di cittadini italiani nel 2016, seguita a distanza da Lazio, Veneto, Sicilia, Emilia-Romagna, Piemonte, Campania. Secondo Pugliese, questo flusso in partenza dal Nord è molto articolato. Da un lato vi sono operai e tecnici licenziati dalle fabbriche colpite dalla crisi (tra Milano e Brescia), che hanno cercato sbocco in Germania e Svizzera. Dall’altro lato, vi sono migranti qualificati che cercano occupazioni di alto livello. Molti di questi, tuttavia, sono “emigrati di rimbalzo”, cioè persone provenienti da altre regioni italiane e che hanno studiato nelle regioni del Nord, ad esempio nelle Università e nei Politecnici di Milano e Torino. Si tratterebbe quindi in molti casi di un’emigrazione meridionale, di carattere studentesco, che prosegue come emigrazione all’estero per motivi di lavoro o di ulteriore specializzazione, mentre la Lombardia e le altre regioni del Nord sono soprattutto aree di transito.

Questo porta Pugliese ad affrontare la drammatica situazione del Mezzogiorno d’Italia. Le regioni del Sud, infatti, sono origine anche di una consistente emigrazione interna diretta verso le regioni del Nord (su questi temi, sono molto utili i rapporti annuali sulle migrazioni interne in Italia, curati da Michele Colucci e Stefano Gallo e pubblicati da Donzelli; il quarto rapporto, uscito nel 2017, è dedicato alle migrazioni degli insegnanti; https://migrazioninterne.it). Pugliese cita al proposito i dati della Svimez, di cui condivide la preoccupazione per la situazione demografica, oltre che economica, del Sud. Dal 2008, il numero di partenze dal Sud verso il Nord non è mai stato inferiore alle 100 mila unità all’anno, con una punta massima di 131mila nel 2012, mentre il saldo migratorio negativo non è mai stato inferiore alle 41mila unità, con una punta massima di 61mila nel 2012. Tra il 2002 e il 2015 sarebbe venuto a mancare al Sud oltre mezzo milione di giovani. Come mezzo secolo fa, il Mezzogiorno acquista “il ruolo di area fornitrice di manodopera necessaria per lo sviluppo delle altre regioni e per paesi stranieri” e “l’emigrazione è diventata nuovamente centrale nella vita quotidiana del Mezzogiorno”, tanto che è difficile trovare una famiglia, soprattutto di classe media, che non abbia almeno un componente emigrato. Tuttavia, questo accade in maniera molto diversa rispetto a cinquant’anni fa. L’emigrazione degli anni Cinquanta era soprattutto un’emigrazione di contadini che avrebbero trovato un’occupazione come operai, con una prospettiva di mobilità sociale, di lavoro stabile, di miglioramento delle condizioni di vita. Molti di quegli emigrati sono rientrati e i giovani emigrati degli ultimi dieci-vent’anni sono i loro nipoti. Per questi ultimi, soprattutto quelli che partono per studiare, la prospettiva del ritorno è lontana, perché difficilmente troverebbero nel Sud Italia una domanda di lavoro adeguata alle loro competenze professionali. Inoltre, se negli anni dell’emigrazione del dopoguerra gli emigrati contribuivano in maniera importante al bilancio familiare con le rimesse, nell’emigrazione di questi anni sono le famiglie (del Mezzogiorno) che per molti anni sostengono economicamente i membri della famiglia che emigrano (per motivi di studio e non solo). Senza che questo si traduca, in molti casi, in un flusso di rimesse economiche o di investimenti nelle aree d’origine, sia perché la prospettiva del ritorno è compromessa, sia perché in molti casi il mercato del lavoro delle zone di arrivo non permette sistemazioni lavorative stabili, anche per le professioni più qualificate.

La crisi del Sud, iniziata negli anni novanta, quando tra l’altro cessò la politica di intervento straordinario, arriva oggi ad avere effetti importanti sulla struttura della popolazione, in quanto viene erosa la stessa base demografica di alcune aree, quelle interne, in cui la desertificazione rende impensabili processi di crescita economica che favoriscano il rientro degli emigrati. E questo, nota Pugliese, avviene senza una vera discussione pubblica, contrariamente a quanto avveniva negli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’emigrazione era comunque al centro del discorso politico e delle analisi sui cambiamenti sociali dell’Italia.

Un’ultima questione riguarda la Brexit. Pugliese nota come molti dei nuovi emigranti italiani si muovano all’interno dello spazio di libera circolazione dell’Ue. Il processo di integrazione europea è stato uno dei fattori trainanti di questo nuovo ciclo di mobilità, tanto che, per certi versi, si tratta di una forma di migrazione interna più che internazionale. Per la prima volta nella storia dell’emigrazione italiana buona parte degli emigrati conosce il paese di emigrazione prima di trasferirvisi, perché vi è già stato per studio o turismo. In questo quadro, la Brexit rappresenta una frattura importante, soprattutto per quanti sono in Gran Bretagna, ma anche per il diverso clima che gli emigrati italiani respirano nel resto d’Europa. In altri paesi, ad esempio, sono state adottate misure di restrizione dell’accesso al welfare per i cittadini comunitari. L’Italia non è l’unico paese dell’Ue da cui partono emigranti diretti verso altri paesi membri. L’intero Mezzogiorno d’Europa è interessato da questo fenomeno, così come i paesi “neocomunitari” dell’Europa centro-orientale. Di fatto, i migranti italiani, spagnoli, greci si trovano a competere nel mercato del lavoro dei paesi del Nord Europa (in particolare, Germania e Gran Bretagna) con altri cittadini comunitari (rumeni, polacchi, bulgari), che fino a qualche anno fa erano considerati soltanto in quanto “immigrati” nei paesi dell’Europa meridionale. Oggi, di nuovo, immigrati siamo anche noi. Conclude Pugliese: “nella eventualità auspicabilmente modesta che un irrigidimento nei criteri di applicazione della Brexit porti a scelte di contingentamento degli ingressi o a difficoltà di regolarizzazione di quelli già presenti, molti si troveranno in una condizione di irregolarità che gli italiani da tempo avevano disimparato a conoscere” (p. 146).

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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