Giovani e lavoro. un romanzo

di Francesco Targhetta. Incontro con Nicola De Cilia

disegno di Armin Greder

Francesco Targhetta, classe 1980, si era fatto notare nel 2012 con un romanzo in versi, Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn), ritratto di una generazione in bilico tra attese e frustrazioni, tra una post adolescenza che sembra non finire mai e una maturità dai contorni chimerici: precari sospesi in un limbo di impossibilità. Nel nuovo romanzo, Le vite potenziali (Mondadori 2018), quei giovani sono cresciuti, uscendo dalla situazione di stallo per entrare nel vortice del mondo del lavoro, più precisamente, quello informatico dell’e-commerce.

L’e-commerce, ti spiego, si basa sulla delocalizzazione e sulla desincronizzazione, cioè: rende possibili acquisti immediati di oggetti lontani che non puoi avere tra le mani subito. Ti fa pagare all’istante, ma lasciandoti godere solo in un secondo momento di quanto hai comprato. Comprare è stato un flash, ma non gli ha fatto seguito niente che tu possa toccare con mano, e mentre il corriere ti recapita alcuni articoli, tu, nel frattempo ne hai già ordinati altri, in un garbuglio caotico che è il vero nocciolo del godimento, o dell’angoscia, vedi tu. È come stare sempre dentro un negozio, in un certo senso. E così accumuli ipotesi e opzioni di consumo, dicono, ammucchi potenzialità, mica altro, possibilità di esperienza, perché poi finisce quasi sempre che ti manca il tempo per godere davvero di quello che hai comprato, e allora si crea quel vuoto che ti spinge a comprare ancora, e intanto in cambio hai la sensazione di una vita ricca, una vita pronta a diventare più intensa, sempre sul punto di esplodere, di farsi più vasta e desiderabile. Vedi, noi diamo soprattutto questo, a prescindere dal prodotto specifico che vende il nostro cliente: diamo la sensazione di avere una vita che merita in continuazione, anzi, sempre di più, di essere vissuta. C’è di peggio, no?

Alberto Casagrande, Luciano Foresti, Giorgio De Lazzari sono i tre protagonisti: Alberto, trentaquattro anni è il proprietario e fondatore della Albecom, un imprenditore con il culto della chiarezza e trasparenza e uno spiccato senso per gli affari. Luciano, ex compagno di classe di Alberto, un programmatore geniale, di fatto un solitario, impacciato nei rapporti umani, quello che viene definito un nerd. Giorgio, per gli amici GDL, è il pre-sales della Albecom, addetto alle vendite in era informatica.

Il pre-sales vive l’azienda in anticipo, la precede, è l’esploratore di uffici non ancora noti, è il primo a cui senti nominare una ragione sociale che poi ripeterai per mesi, è quello che alza l’asticella, e più alza l’asticella più si infervora, come il giocatore che al tavolo verde punta sempre più fiches…

Intorno a questi tre personaggi si muove la trama di una vicenda per certi versi esile che ci porta dentro i labirinti di un presente sempre più veloce. Se Alberto fa dell’etica del lavoro, del rispetto degli accordi, della fiducia una sorta di linea Maginot, GDL, suo braccio destro, ha una diversa visione: non a caso tiene sempre a portata di mano il libro di Sun Tzu, L’arte della guerra. Per lui, il lavoro, come la guerra, si fonda sull’inganno e sulla dissimulazione: di conseguenza, quando riceve una proposta più vantaggiosa da parte di un’azienda concorrente, non esita a portare avanti un doppio gioco, nel tentativo di rubare clientela alla Albecom. Ma non solo clientela: anche Luciano, in quanto programmatore di qualità, è parte della posta in gioco.

In un mondo del lavoro in cui tutti devono essere sempre competitivi, l’agonismo è portato all’estremo. Non può esserci equilibrio, perché l’equilibrio è sinonimo di morte, significa che si è fermi. Sembra folle ma non lo è: lo scopo è mandare avanti il sistema perché, come uno squalo, se si ferma, affonda. GDL non è neppure consapevole della sua mancanza di etica, ma se Alberto ha coscienza delle contraddizioni in cui si muove, non possiede però strumenti per contrastare questa deriva: si sforza di non mentire, vorrebbe aiutare tutti, correggere questo sistema, in cui inevitabilmente trionfano i GDL, senza però contestarlo. L’atteggiamento responsabile di Alberto non sembra avere efficacia: perde pezzi in continuazione, non solo della sua azienda, ma anche della sua umanità. Un franamento progressivo, uno smottamento del senso, un’accelerazione centripeta, senza direzione, che porta con sé tutto il mondo che racconta Targhetta. Molti anni fa, Umberto Eco parlava di “apocalittici e integrati”: a distanza di tempo, rimangono gli integrati, scomparsi gli apocalittici.

Anche Luciano, su cui si apre e chiude la vicenda, per quanto voglia rimanere defilato rispetto alle dinamiche aziendali, non può sottrarsi come forse il suo carattere vorrebbe. La tecnologia, per lui, è un surrogato della vita che smorza gli attriti inevitabili nella vita reale. Per molti versi, sembra la naturale evoluzione dell’inetto: tra i suoi “antenati”, gli sveviani Alfonso Nitti e Emilio Brentani, ma anche il Martino de L’orologio di Carlo Levi: con quest’ultimo, condivide la stessa incapacità di vita, la stessa privazione di consenso con le cose, “quell’orrore del sangue, quella impotenza che chiude molti in una vuota disperazione” di cui parla Levi. Ci sono le ovvie diversità date dal mutato contesto sociale e culturale: la figura del nerd, una tipologia rimasta a lungo ai margini, adesso, proprio perché specializzata nella tecnologia, si trova improvvisamente a essere al centro. È una figura diffusa: l’atomizzazione di tutto e di tutti fa sì che ci siano sempre più persone che rimangono sole. La sessualità è la nuova forma di gerarchia sociale, ha detto Houllebecq, che ha raccontato questa devastante solitudine soprattutto in Estensione del dominio della lotta. Targhetta condivide col romanziere francese l’ambientazione nel mondo dei programmatori informatici, ma non ne possiede la stessa crudeltà, lo stesso sguardo raggelante, e cerca di salvaguardare quel briciolo di umanità che ancora abita nei suoi personaggi. Se può essere un limite per il suo romanzo, per il suo autore, probabilmente, è una fortuna.

Ci sono persone a cui neanche una volta capita nella vita di essere amate. Tutto l’amore che provano torna loro indietro come un’altalena vuota. L’unica cosa che chiedono al mondo è di poter dare amore, e che ciò sia gradito, ma nessuno glielo concede. Tutti si scansano, come di fronte a venditori ambulanti di rogna. Li vedi camminare, la domenica mattina, lungo i bandoni serrati delle agenzie immobiliari, sui marciapiedi sporchi delle città, le mani in tasca e gli occhi distratti, ma poi nel pomeriggio già spariscono… Luciano era uno di loro.

Il romanzo offre anche diverse riflessioni di carattere sociologico su di una generazione tra i venti e trent’anni che si affaccia al mondo del lavoro. Sull’inadeguatezza e complessità di questa generazione, aveva scritto Stefano Laffi, ne La congiura contro i giovani (Feltrinelli 2014); qui il ritratto si arricchisce di altri dettagli e rimane specchio di un fallimento ben più profondo, ben più diffuso.

Quella testardaggine nell’inadeguatezza [nei colloqui di lavoro], forse, però, era segno di qualcosa di nuovo, come se la loro incompetenza e la difficoltà nel venire a capo di un problema fossero improvvisamente divenute una responsabilità e una colpa altrui – della società, dei capi, dei padroni -, da cui una specie di cocciuto orgoglio da loser, abbinato persino a un po’ di boria, ma senza nessuna coscienza di classe o ideologica, anzi frutto di una deriva individualistica portata allo stremo. ‘Mettetemi alla prova: riuscirò a sbagliare sempre’ sembrano voler dire, perché nessuno ha mai comunicato loro che non sono all’altezza, nessuno li ha mai davvero rimproverati, nessuno ha mai provato a correggerli, e così qualsiasi loro carenza è un j’accuse verso il resto del mondo, una mancanza di cui si deve fare carico il sistema, l’evidenziazione di una falla di cui loro sono soltanto portatori, se non addirittura vittime sacrificali.

Targhetta racconta i “tristissimi giardini” della nostra non-esistenza con una attenzione per i dettagli frutto del suo apprendistato poetico, utilizzando uno stile raffinato e ampi paragrafi descrittivi. Tutta la vicenda si muove tra gli spazi post-industriali di Marghera e un paesaggio urbano anonimo, angosciante per quanto camuffato da luci e colori irreali, sfondo ideale in cui declinare il crepuscolo dei sentimenti, il tramonto di un’umanità sempre più integrata e dai tratti autistici. Molti anni fa, un altro scrittore veneto, Guido Piovene, aveva scritto che l’inferno d’oggi è pauroso proprio perché nessuno si accorge di bruciare: il libro di Targhetta ci porta dentro le fiamme fredde di questo inferno simile a un enorme negozio dove tutto è in vendita ma senza la possibilità di godere effettivamente.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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